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CIAO ALBERTO

Michelotti, dall'Oltretorrente agli stadi di tutto il mondo

Michelotti, dall'Oltretorrente agli stadi di tutto il mondo

di Claudio Rinaldi

19 Gennaio 2022,03:01

Non ci aspettavamo questo cartellino rosso, Alberto. Da qualche anno non eri più la roccia che tutti hanno conosciuto, da quando tua moglie Laura se n’è andata non eri più lo stesso. Ma per tutti quelli che ti hanno incontrato sulla loro strada e voluto bene (era impossibile non volerti bene) restavi sempre il ragazzone dell’Oltretorrente, con un fisico da vichingo e una forza di volontà straordinaria. Ne hai fatto di cose, Alberto. Ne hai fatto di strada. Novantun anni sulla breccia, novantun anni a testa alta, a portare il nome di Parma, della tua e nostra Parma, in giro per il mondo, con fierezza. I successi nello sport sono stati un riscatto sociale, dopo un’infanzia nella povertà assoluta, tu e i tuoi fratelli slattati con dil s’ciàpi (gli avanzi). Tua mamma Elsa, donna straordinaria, ragazza madre diremmo oggi, che ha affrontato tutte le difficoltà della vita – spaventose, a ripensarci: anni durissimi, i Trenta e i Quaranta del secolo scorso – con la stessa grinta che avevi tu in campo, il Dna non è un’opinione. Lei che ha preso a zoccolate quel maestro di solfeggio che ti aveva dato del «bastardo» e spedito in ultima fila. Lei che ti ha mandato in officina, quando avevi tredici anni, e nominato capofamiglia, per stare dietro ai tuoi fratellini, mentre lei sgobbava con tua nonna Marietta, girando in Ghiaia e nei borghi con il carretto carico di frutta e verdura.

LA LEZIONE DI MAMMA ELSA
«Onestà, rispetto, educazione, coraggio. E non essere invidiosi di nessuno». È la lezione che ti ha insegnato e che non hai mai dimenticato. Che hai trasmesso ai tuoi figli, ai tuoi nipoti. E a quell’esercito di figli e nipoti adottivi che oggi ti piange, tanti amici che ti avrebbero voluto come papà, zio, nonno. E che stentano a credere che la vita ti abbia sbattuto in faccia il cartellino rosso, che la partita sia finita. Ne cominci un’altra: ci sembra di vederti, adesso che hai raggiunto Laura e Elsa e i tuoi amici di sempre, Dino Sozzi, Ferruccio Bellè e Arnaldo Prati e tutti gli altri. Starai già scherzando con Silvio Smersy, parlando di calcio con Nereo Rocco e Eugenio Bersellini, di arbitraggio con Concetto Lo Bello e Giulio Campanati.

L’OLTRETORRENTE E LA RESISTENZA
Sei nato al numero 17 di via Imbriani, dove mamma Elsa viveva con la madre e i fratelli, numerosi quasi quanto una squadra di calcio. Sei nato otto anni dopo le Barricate, hai respirato quell’aria e non l’hai più dimenticata, nemmeno quando hai fatto i soldi, spaccandoti la schiena quindici ore al giorno in officina, o quando sei diventato famoso. Anni duri, vissuti da sovversivi. Uno zio morto in piazza Garibaldi, schiacciato sotto un camion dei tedeschi, un altro di crepacuore, scappando dai fascisti. Raccontavi sempre di aver fatto anche la staffetta parmigiana, ti spedivano in bici dai tuoi zii, e al ritorno ti davano un po’ di lardo pesto o un pezzo di burro, per poterti giustificare se ti avessero fermato a un posto di blocco. Un giorno, alla Cornaccina, vicino a Noceto, non ti hanno creduto: ti hanno caricato su una camionetta e portato al Comando della Polizia di sicurezza-SD, di fronte al Tardini. È partito il tam-tam. «Hanno fermato Alberto, hanno fermato Alberto». Quando la voce è arrivata a mamma Elsa, ha inforcato la bici e si è precipitata da te. («Hai presente Anna Magnani, in Roma città aperta, quando le portano via il marito? – dicevi – Tale e quale»).

«A gh’ i un bél corag’, mascalsón (Avete un bel coraggio, mascalzoni). Vergognatevi. E te – puntando il dito verso Bragón, uno della compagnia dei suoi fratelli che era diventato fascista – non ti vergogni? Andavi a scuola con quei ragazzi. Vergogna». È riuscita a convincere le camicie nere che eri semplicemente andato a prendere un po’ di burro per lei e per i fratellini. E ti ha riportato a casa.

IL MATRIMONIO CON LAURA
Dopo l’inevitabile addio al conservatorio, sei entrato in officina a tredici anni. Il 1° gennaio 1944: dai fratelli Compiani a barriera Bixio, 25 centesimi alla settimana. Hai imparato a fare di tutto, dal fabbro al motorista. E hai conosciuto Gino Bolzoni, tre anni più di te, stessa tempra, stessa intraprendenza. Dopo dieci anni sotto padrone vi siete messi in proprio: quarant’anni da soci senza mai uno screzio, mai. Perché eravate tutti e due di quella razza per cui basta una stretta di mano per mettersi d’accordo.

Hai sposato Laura nel ’55. Vi siete conosciuti all’asilo, in Guasti di Santa Cecilia, siete rimasti insieme una vita. Ti commuovevi sempre, raccontando del matrimonio (celebrato da don Dagnino, in San Giuseppe) e della luna di miele (qualche giorno in Liguria, in treno, ospiti in casa di amici). Con il padre di Laura che, appena lei si è girata, ti ha messo una mano in tasca e ti ha detto in un orecchio: «Tò, omén: stì via ’na giornäda ’d pu (Tieni, ragazzo: state via una giornata di più)». Ti ha allungato 500 lire, ma non voleva che nessuno vedesse. Ti commuoveva la sua delicatezza, più che il regalo.

DAL CALCIO ALL’ARBITRAGGIO
Sempre avuto la passione per il calcio. Con il fisico che ti ritrovavi, ti hanno mandato in porta: debutto nella Frassati (la squadra degli Stimmatini), poi la Giovane Italia, le giovanili del Parma. Qualche anno in serie C, prima con il Parma Vecchia poi a Borgotaro. Un anno di stop per la frattura della clavicola, poi Fidenza, Codogno, Bozzolo, Folgore Piadena. A 28 anni ti sei iscritto al corso per arbitri, cedendo all’insistenza di Valdo Franceschi. Sulla carta era tardissimo, per pensare di fare carriera. Per tutti, ma non per te.

Il primo a credere nelle tue doti è stato Ferruccio Bellè, veneziano trapiantato a Parma, ex grande arbitro internazionale: è stato il tuo maestro e perfino quasi il padre che non hai mai avuto. «Hai stoffa», ha capito subito. Quante lavate di capo («Devi mettere la testa a posto!»), quando ti “partiva la frizione”. Come il giorno del debutto in Seconda categoria, Fornovo-Castelletto, e il centravanti alto e grosso del Fornovo, un bullo di paese, si è lamentato per un rigore non fischiato: «Dì, sénta, a ’d gh’è da dir a cla zàna äd to mädra… (Di’, senti, devi dire a quella poco di buono di tua madre…)». Non ha fatto in tempo a finire la frase, gli hai dato un cazzotto che lo ha steso.

Volevi smettere, e per fortuna ti hanno convinto ad andare avanti. Poi hai bruciato le tappe, dimostrandoti un fuoriclasse assoluto. Allenamenti alle sei del mattino, con il custode della Cittadella che scendeva apposta per aprirti il portone, e spesso a mezzogiorno, saltando il pasto: per il resto, il solito lavoro in officina.

Debutto in serie C nel 1963, quattro anni dopo il corso, nel ’66 in B, nel ’68 in A. Era il 14 aprile, giorno di Pasqua, Napoli-Varese. Il Napoli del Petisso Pesaola, di Zoff e Altafini, di Barison e Sivori (quel giorno assente), il Varese di Picchi e Anastasi. All’alba ti ha svegliato la receptionist dell’albergo: «C’è qui suo fratello, lo faccio salire?». Era Giorgio, con il cugino Lallo: avevano viaggiato tutta la notte in treno per venirti a vedere (e il giorno dopo, alle 5, Giorgio avrebbe dovuto essere regolarmente al suo posto, dietro al banco di frutta e verdura di famiglia, in Ghiaia).

LA TERNA PRAMZÀNA
La tua coppia storica di guardalinee è stata Sozzi-Battilocchi. Guardalinee, non assistenti. Così come la giacchetta era rigorosamente nera, non gialla o fucsia: non ti saresti mai piegato, tu, a queste nuove mode. Né a usare uno spray per fare rispettare la distanza alla barriera – bastava un tuo sguardo: e se non bastava, erano spintoni e pugni nello stomaco – e non parliamo del Var: piuttosto che indossare una cuffietta e aspettare gli ordini dei colleghi, avresti stracciato la tessera e mandato tutti a quel paese.

Dino Sozzi, amico di una vita, e Gigi Battilocchi, fedelissimo collaboratore. Ma anche Arnaldo Prati (arbitro di A, tuo guardalinee nelle gare internazionali), poi Luigi Paladino.

Una sintonia perfetta, grazie anche ai segni “in codice” con i quali parlavate a distanza. Mano destra sulla spalla sinistra significava «Come va?». Stesso gesto in risposta: «Tutto ok». Oppure: palmo della mano sulla fronte, facendo scivolare la mano sui capelli (come per spazzolarli): «Non ho visto nulla». Palmo aperto sul basso ventre: «Ho un problema», o anche «Vieni, c’è uno da espellere».

LE DOTI DELL’ARBITRO
Sei sempre stato un arbitro di polso, di carisma. Dicevi che era stata la paura vissuta tante volte da ragazzino, a forgiarti il carattere: sempre in trincea, sempre in fuga. In serie A, tutti gli allenatori ti volevano in trasferta: perché non c’era il rischio che ti facessi influenzare dal pubblico. Prima ancora di arrivare in serie A, quante designazioni al Sud, dove i campi erano caldi, molto caldi. Ma non ti ha mai fatto paura niente.

Con i campioni sapevi instaurare un clima di amicizia, ma in campo guai a chi non rispettava il tuo ruolo. Furino si arrabbiava sempre, quando per allontanarlo gli dicevi «stammi lontano, ti puzza il fiato». Ma sapevi sdrammatizzare come nessuno. Come quella volta che Trapattoni, lamentandosi di un tuo guardalinee, ti ha urlato «Alberto, fermalo. Questo qui è cieco». Ti sei avvicinato alla panchina e gli hai detto, a brutto muso: «Donca, Giovanén. A gh’è do cozi da fär: o a ’t täz zò o a’t vè fóra. Decìda (Dunque, Giovannino. Ci sono due cose da fare: o stai zitto o vai fuori. Decidi)». Il Trap si è messo a ridere. Altri tempi, altro calcio, altra umanità.

L’ha presa meno bene Mario Corso, il giorno del tuo debutto a San Siro. 28 dicembre 1969, Inter-Verona. «Va avanti ancora molto? – ti ha detto, con aria di sfida – lo sa che, se va avanti ancora un po’, lei a San Siro non viene più?». «Ah sì? Fuori». Espulso. E lui che non voleva uscire, il pubblico che non capiva (non erano ancora stati introdotti i cartellini), tu che hai fatto il gesto di lasciare il campo: «Se non esce lui, me ne vado io». Sembrava che venisse giù lo stadio. All’ultimo minuto, sullo 0-0, hai fischiato un rigore per il Verona. Rigore sbagliato, è finita 0-0: e negli spogliatoi Garonzi, il presidente del Verona, non finiva di complimentarsi: «Che coraggio, signor Michelotti, che coraggio!».

LE POLEMICHE SULLA JUVE
Quante volte gli antijuventini ti hanno accusato, Alberto. «Invidie, cattiverie», hai sempre risposto a chi, malevolo, avanzava dubbi sui legami con la Fiat per via dell’officina. «Riparo camion da quando ho tredici anni, non scherziamo: se abbiamo ottenuto la qualifica di officina autorizzata Iveco è stato perché lavoravamo bene, punto e stop». Una volta, Elio Corno e Nantas Salvalaggio ti hanno invitato al programma televisivo Prova della verità. Tu pieno di fili e elettrodi, e loro a farti una raffica di domande: «Che rapporti ha con la Fiat?», «Ma è vero che in campo cerca di favorire la Juve?», «Ha mai preso dei soldi?», e via di questo passo.

Alla fine, sentire Salvalaggio definirti «l’angelo biondo che ha superato trionfalmente la prova» è stata una gran bella soddisfazione.

LA RABBIA DI RIVERA
Il popolo dei milanisti se lo ricorda ancora, quel rigore all’ultimo minuto a Cagliari. 1-1 a tre minuti dalla fine, per “mani” di Anquilletti. Gol di Riva, 2-1 per il Cagliari e, di fatto, scudetto alla Juve. È successo un finimondo. Per cinquant’anni tondi (era il 12 marzo 1972) hai giurato che il “mani” c’era, e da cinquant’anni i tifosi rossoneri covano rabbia. Tutti ricordiamo ancora oggi l’esplosione di Rivera negli spogliatoi, le dichiarazioni durissime, gli attacchi a te e a Campanati: «È il terzo campionato che ci fregano così», «tra errore e furto c’è una bella differenza», e così via. Si è preso due mesi e mezzo di squalifica, alla fine. E per tre anni non hai arbitrato il Milan. Fino a quando Nereo Rocco ne ha studiato una delle sue: e vi ha fatto fare la pace in una saletta dell’aeroporto di Madrid.

L’INVASIONE DI CAMPO A ROMA
19 dicembre 1972, altra data storica. Roma-Inter, 1-1 a due minuti dalla fine. Rigore – contestatissimo – per i nerazzurri. Quando Boninsegna è andato sul dischetto, c’erano già centinaia di tifosi pronti a entrare in campo. Hai trovato anche il modo di provare a sdrammatizzare: «Adesso, Roberto, lo butti fuori, eh?». «Sì, col culo», ti ha detto Bonimba, concentratissimo. Ha segnato e si è scatenato l’inferno: tifosi inferociti che cercavano di aggredirti, sei riuscito a tornare negli spogliatoi sferrando calci e pugni. Lasciare lo stadio è stato un problema, sei tornato per gli Appennini, perché c’era il rischio di un agguato degli ultras al casello dell’autostrada. Memorabili i titoli cattivissimi dei quotidiani romani («Chi deve vergognarsi di più, l’arbitro o gli invasori dell’Olimpico?», «Michelotti, sei un assassino») e la prima pagina della «Gazzetta» del giorno dopo, che ti difendeva a spada tratta. Di tutta la vicenda, al di là della paura, della tragedia sfiorata, la cosa che più ti è rimasta impressa è stata la soddisfazione di una mezza pagina che la «Gazzetta dello Sport» ti ha dedicato, pubblicando integralmente il tuo referto di gara. Per uno che ha fatto la terza… in treno, leggere «L’invasione dell’89’ raccontata con la precisione di un cronista» è stata una soddisfazione impagabile.

UNA CARRIERA STRAORDINARIA
Quando è arrivata la nomina a arbitro internazionale hai toccato il cielo con un dito, il giorno del debutto (22 settembre 1973, a Malta: Sliema Wanderers-Lokomotiv Plovdiv, 2-0 per i per i bulgari) hai pensato che non avresti mai sognato di fare tanta strada, quando ti sei iscritto, quasi controvoglia, al corso per arbitri. Hai girato l’Europa, il mondo. È arrivata la convocazione per le Olimpiadi di Montreal, nel ’76, e poi la beffa dei Mondiali in Argentina, nel ’78, quando la Federcalcio ti ha preferito Gonella. La scelta ti ha offeso (e ne avevi tutte le ragioni, perché eri il numero uno), hai rifiutato di partire come riserva e hai fatto bene. È rimasto il tempo per altre soddisfazioni, la gara inaugurale degli Europei dell’80 (Germania Ovest-Cecoslovacchia, a Roma), la finale di Coppa Italia Torino-Roma nell’81 (la terza, dopo quelle del ’75 e dell’80). E soprattutto l’indimenticabile ultima partita in serie A: il 17 maggio 1981, a Napoli, dove tutto era cominciato. L’ingresso nello stadio, la pelle d’oca: un enorme striscione occupava tutta la curva dei tifosi partenopei: «Alberto, tu si ‘na cosa grande».

Alla fine, la tua straordinaria carriera si è conclusa con 145 partite dirette in serie A, 115 in B e 55 in C, oltre a 86 incontri internazionali (per gli amanti delle statistiche, 32 rigori e 33 espulsioni).

L’AFFETTO DELLA CITTÀ
Non hai mai fatto il pensionato, nemmeno quando hai riposto giacchetta nera e tuta da meccanico: non ne saresti stato capace. Mille incarichi, dal ciclismo alla pallavolo, dal calcio al Coni. Mille premi, riconoscimenti, benemerenze. E la passione per la lirica, il Club dei 27 che hai portato nel cuore fino all’ultimo, orgogliosissimo di essere il Don Carlo, felice di andare nelle scuole a raccontare chi è stato Giuseppe Verdi, e poi a insegnare il dialetto. Sempre disponibile con tutti, non c’è associazione che non ti abbia chiesto un aiuto, dall’arbitrare una partitella al prestarti come testimonial. Non hai mai detto di no, perché non ne eri capace. E hai sempre avuto una parola buona per tutti. È questo che ci mancherà di più, Alberto. Papà, zio, nonno di tutti noi che ti abbiamo voluto bene e ti porteremo sempre nel cuore.

Ai familiari di Alberto Michelotti,
l’abbraccio commosso di tutta la famiglia della «Gazzetta»

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