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Automobilismo

Diciotto anni dopo, Adriano Furlotti ha ritrovato la «sua» Dakar

Adriano Furlotti

di Vittorio Rotolo

20 Gennaio 2022,03:01

Diciotto anni dopo, Adriano Furlotti ha ritrovato la «sua» Dakar. «Al compimento dei miei quarant’anni, avevo deciso di chiudere con il mondo delle corse. Ma quando ho ricevuto la chiamata del team Tecnosport di Como, alla ricerca di un navigatore esperto per questa edizione nel deserto saudita, non ho saputo resistere» dice il pilota parmigiano, oggi istruttore

dell'Associazione motociclistica Crociati Parma presieduta da Massimo Cipolla, e che in sella alle moto vanta un curriculum di tutto rispetto: due titoli italiani nelle specialità Enduro e Rally, la vittoria in una prova di Coppa del mondo da Parigi a Istanbul, un Rally in Tunisia. Quella felicemente conclusa a bordo della Nissan Terrano guidata da Lorenzo Traglio, per Furlotti è stata la quarta partecipazione alla Dakar. «Per la prima, bisogna andare un po' indietro: correva l'anno 2000 e a quella edizione partecipai in moto. Nel 2002 e nel 2004 ero stato invece impegnato nelle vesti di navigatore sui camion» racconta. E giusto per non farsi mancare nulla, il suo grande ritorno nella leggendaria corsa Furlotti l’ha vissuto appunto sulle auto, nella categoria Classic H2 riservata a vetture costruite in un periodo antecedente al 2000.

Nel rientro alle competizioni di Furlotti, c'è tutto. «Un misto di adrenalina e passione che non si erano mai spente, ma che avevo semplicemente deciso di riporre in un cassetto».

La partenza, per il duo Traglio-Furlotti, è stata subito in salita. «Già nella prima tappa – ricorda il navigatore parmigiano –, abbiamo dovuto fare i conti con un inconveniente piuttosto pesante: si è bruciata la frizione. Lorenzo, che era alla sua prima esperienza alla Dakar, si è scoraggiato. In situazioni del genere i vent’anni di differenza, quelli che nel caso specifico ci sono tra me e Lorenzo, possono aiutare a superare il momento assai delicato. Cosa gli ho detto? Semplicemente di stare tranquillo, di non abbattersi, perché la Dakar è una gara lunghissima. Con 8.000 chilometri di deserto ancora da attraversare, avremmo avuto tempo e modo per rifarci. Ne ero assolutamente convinto». E così è stato. «Con 160 equipaggi presenti alla gara, partire dall’ultimo posto può rappresentare una mazzata che stronca sul nascere ogni buon proposito – fa notare Furlotti -: abbiamo costruito la rimonta tappa dopo tappa, con pazienza e tenacia, facendo anche prove speciali davvero belle. Qualcuna di queste l’abbiamo conclusa addirittura nelle prime tre posizioni, in molte altre ci siamo piazzati fra i migliori dieci. Ci siamo ben comportati, chiudendo la nostra avventura al 25esimo posto nella classe H2 ed alla posizione numero 68 nella classifica assoluta: risultati più che lusinghieri. A livello personale, non avrei pensato di poter fare così bene, dopo tanto tempo».

La moto resta sempre il primo amore. «Il motociclista - spiega Furlotti - è quello, come si suol dire, che se la suda di più. Deve fare tutto da solo. Quando sei sul camion o su un’auto, invece, puoi dividerti i compiti con l’altro membro dell’equipaggio: il pilota guida, il navigatore fa il suo, utilizzando la strumentazione di bordo».

Rispetto alle edizioni cui aveva partecipato, nei primi anni Duemila, oggi la Dakar è cambiata. «Ho avuto la fortuna di vivere l’esperienza di questa corsa in Africa: quella, a mio avviso, resta la vera Dakar, la più affascinante. Allora, in quelle zone si mangiava nelle tende. In Arabia Saudita, invece, hanno allestito vere e proprie tensostrutture: insomma, ho trovato un ambiente più confortevole. E se proprio devo essere sincero - ammette il pilota parmigiano –, questa cosa non mi è dispiaciuta affatto: a 59 anni, le comodità le si apprezzano ancor più volentieri...».

Vittorio Rotolo

© Riproduzione riservata

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