×
×
☰ MENU

Inchiesta

Regie d'opera: è giusto attualizzare? C'è chi dice no

Regie d'opera: è giusto attualizzare? C'è chi dice no

di Lucia Brighenti

23 Gennaio 2022,03:01

Attualizzazioni delle opere liriche: quali i pro e i contro? Modernizzare la drammaturgia dei titoli lirici attraverso allestimenti innovativi che ricollocano tempi, luoghi, e reinterpretano il libretto per avvicinarlo alla sensibilità del pubblico odierno è giusto? E, se sì, con quali limiti e in che termini? Si tratta di un problema annoso, che circonda il teatro d’opera (e non solo) da decenni, e che a Parma è tornato a far discutere in occasione della «Carmen» di Bizet, in scena al Teatro Regio (oggi l'ultima replica), ambientata negli anni Sessanta e riletta alla luce del dramma della violenza di genere.

Forse la discriminante sta, più che tra tradizione e innovazione, tra regie riuscite e non riuscite. Ne parliamo con sovrintendenti, direttori artistici di teatri, cantanti, critici musicali e melomani. Luigi Ferrari , presidente dell'Istituto Nazionale Studi Verdiani, già sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, della Fondazione Toscanini, e direttore artistico del Rossini Opera Festival: «Le attualizzazioni si fanno da decenni, sono una prassi comune ormai acquisita in tutto il mondo, non solo nell’opera lirica ma anche nel teatro e nel cinema. Shakespeare, monumento sacro, è regolarmente riscritto (quindici anni fa il “Tito Andronico”, una delle tragedie più violente, è stata trasformata in un musical, una commedia splatter). Non ci si può scandalizzare. È chiaro che questo tipo di lettura altera il dato originario, che però rimane a disposizione, non viene buttato via. Se leggo un libro dell’Ottocento, non lo posso fare con gli occhi del lettore di allora o di chi lo ha scritto: noi tutti interpretiamo. Riproporre un’opera tale e quale come la voleva l’autore è solo un’illusione e tentare di farlo può, a sua volta, sfociare in un fallimento e oscurare il messaggio originale. L’interprete ha diritto di lavorare sul testo, dopodiché il suo lavoro può illuminare o distruggere il lavoro degli autori e il pubblico ha diritto di esprimere il suo parere».

Michele Pertusi, il nostro basso di fama mondiale: «I registi oggi si prendono un po’ troppe libertà, cosa che noi cantanti non possiamo fare. Si parla molto di edizioni critiche che devono rispettare il segno scritto e lo stile, ma se l’allestimento è moderno si tratta di un’edizione critica a metà, perché sulla partitura ci sono annotazioni anche sceniche. La scelta di alcuni registi che optano per il “famolo strano” non mi trova d’accordo: ci vuole rispetto per la storia, lo stile, il periodo, il linguaggio. Non sono però contro le regie innovative per principio, perché si sono viste cose molto belle (il grande regista fa la differenza). Del resto, il metacronismo è stato sempre usato (basti pensare ai pittori del Seicento che illustravano temi della Bibbia con costumi della loro epoca). Se però vogliamo puntare a una verità storica, dobbiamo metterci nelle condizioni di non demonizzare a priori il teatro tradizionale. Va inoltre detto che ci sono titoli più o meno adatti a un’attualizzazione: l’affresco storico di “Don Carlo” si presta meno, soggetti di fantasia (“Turandot”, “I racconti di Hoffmann”…) e opere buffe sono più adatti».

Cristina Ferrari, direttore artistico Fondazione Teatri di Piacenza: «Credo che spesso si confonda la regia con l’allestimento: sono due cose completamente diverse. Ci possono essere allestimenti trasposti in un contesto storico diverso da quello per cui era stata pensata l’opera, con una regia assolutamente classica, legata al libretto. Detto questo, penso che non esista un modo giusto per mettere in scena un’opera. Il rispetto del libretto non può mancare ma è anche importantissimo che il regista si chieda cosa c’è di attuale negli argomenti, nelle problematiche, nei sentimenti del testo, perché il pubblico possa ancora emozionarsi e riflettere. Lo si può fare con le scene dipinte come con le tecnologie odierne. Come direttore di teatro, aggiungo che è importante pensare all’identità del teatro in cui si propone uno spettacolo ma che non possiamo fermarci o non metterci mai in discussione, perché non si farebbe il bene del pubblico. Inoltre, facciamo parte di un sistema ministeriale che, nella valutazione delle stagioni proposte, dà molto peso all’innovazione e all’uso delle nuove tecnologie».

Gabriella Corsaro, soprano, direttrice di coro, docente: «Per quanto mi riguarda l’epoca di qualsiasi fatto artistico è un pretesto, l’opera non sarà mai un documento storico. Non è la vicenda storica ma l’umano che si deve raccontare. L’intento deve essere suscitare un pensiero, una riflessione, anche con un po’ di fatica, perché l’arte non è solo svago. Non si può andare a teatro per rimanere sempre in una zona di comfort, e cercare solo ciò che è coerente con il proprio sentire. Se quello che viene messo sul palcoscenico è sensato, credibile, studiato al fine di suscitare un pensiero critico e un confronto, per me va bene. L’importante è restituire la volontà dell’autore di colpire la sensibilità del pubblico. Quello che mi dà fastidio non è l’attualizzazione ma la poca profondità, o il sensazionalismo. Detto questo, per dire qualcosa di intelligente non basta cambiare epoca».

Patrizia Monteverdi, critico musicale e segretario di Parma Lirica: «Farei una distinzione tra regie riuscite e non riuscite, più che tra regie moderne e tradizionali. Puoi benissimo trasportare la vicenda in un’altra epoca, mantenendo il significato dell’opera. Bisogna però stare attenti a cosa si toglie, e a quanto si cambia. Non mi sento di fare una campagna contro le regie moderne, perché ne ho viste di bellissime. L’errore che certi registi compiono è, a mio parere, voler mettere in bocca all’autore un messaggio che non c’è o che è secondario rispetto al fulcro dell’opera. Il melodramma è uno spettacolo vivo, non puoi rappresentarlo sempre uguale, però la mano del regista deve essere abile nel compenetrare il suo lavoro a quello musicale e scenico».

Enzo Petrolini, presidente del Club dei 27: «Credo che il regista debba essere un’interfaccia tra autore e pubblico e far capire a quest’ultimo cosa voleva dire l’autore. Questo non sempre succede perché alcuni registi elaborano delle loro idee, anche brillanti (non lo nego) che però non c’entrano niente con il titolo che devono rappresentare. Sono opere nuove cui poi applicano la musica come fosse una colonna sonora. Non sono contrario alle regie moderne, ne ho viste di molto belle. È questione di sensibilità e preparazione: ci vuole un po’ di umiltà nei confronti di chi ha scritto l’opera. Decontestualizzare dall’epoca storica funziona su certe opere, meno su altre perché c’è un testo da rispettare, che non si può ignorare del tutto».

Lucia Brighenti

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI