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Vigile del fuoco

Biggi, in pensione dopo una vita sul fronte delle emergenze

Biggi, in pensione dopo una vita sul fronte delle emergenze

di Roberto Longoni

26 Gennaio 2022,03:01

Si finisce con una notte: giusto così. Suoni o meno la sirena in via Chiavari, difficile che Lucio Biggi chiuda occhio tra le 20 di stasera e le 8 di domani. È l'ultimo suo turno da vigile del fuoco. Tra poche ore avrà tutto il tempo per dormire e rilassarsi. A casa dopo 35 anni e 10 mesi di servizio effettivo. Difficile crederlo davvero. Forse lui per primo, che ne parla quasi con distacco, non ne è ancora consapevole. «Funziona così. Un pompiere compie 60 anni, e per la legge va in pensione».

Già, ma se il pompiere in questione è Biggi, sembra che stoni qualcosa. Il caporeparto dei vigili del fuoco e responsabile territoriale della Federazione nazionale sicurezza della Cisl ha dato più di 35 anni e 10 mesi di vita al servizio. Ci ha messo anima e cuore. Meno la bocca, perché «questo - sottolinea - è un mestiere che si fa in silenzio. Un mestiere bellissimo».

Era il settembre del 1981, quando entrò da ausiliario, dopo il diploma di ragioniere. «Avevo da sempre un'ammirazione per il Corpo, e mi premeva spendere nel modo che credevo più utile i 12 mesi di naia». L'utilità poté misurarla dal primo giorno. Nei grandi e piccoli interventi, ai vigili del fuoco si guarda un po' come ad angeli custodi. A sorprenderlo in positivo semmai fu il clima cameratesco.

Allora la caserma era in via Gorizia. Altra sede, altri strumenti. «Era un lavoro più da pionieri - spiega Biggi - che richiedeva anche meno preparazione specifica di oggi. Tempi epici che rafforzavano lo spirito di gruppo: gli ausiliari di leva erano parte integrante dell'organico della caserma». Parte integrante e subito integrata, Lucio si tolse la divisa solo per prepararsi a reindossarla. Vinto il concorso, divenne un effettivo il primo aprile del 1986.

Vent'anni dopo, uno degli interventi destinati a restare più impressi nella memoria: il ritrovamento di Tommy lungo l'Enza. «Facevo parte della squadra chiamata a liberare dallo stallatico l'area nella quale era stato nascosto il corpicino. Ricordo bene la commozione dei colleghi, specie di chi aveva bimbi a casa. Il resto era tutto così surreale...». Un giorno collocato in un angolo particolare della memoria. Gli altri spesso si sovrappongono, si fondono: per quello è impossibile.

Quanti incidenti stradali, quanti incendi... «Quando riesci a fare il miracolo, la sensazione è impagabile». Biggi ricorda automobilisti feriti liberati dalle lamiere: a volte appena in tempo perché i medici potessero strapparli alla morte. «E quell'appartamento che bruciava vicino a via Golese: dalle finestre uscivano fiamme altissime: impossibile entrare da lì. La porta era blindata e chiusa a doppia mandata: dovemmo aprirla con il divaricatore usato negli incidenti». Il fumo aveva invaso la casa: impossibile respirare e vedere. «Indossati gli autorespiratori, procedemmo a tastoni. Non si sapeva nemmeno se ci fosse qualcuno dentro, ma dovevamo accertarcene nel più breve tempo possibile». Fu grazie a quella corsa che una donna si salvo: fu trovata priva di sensi, sul pavimento del bagno.

Le persone vanno anche salvate da loro stesse. Come la ragazza che voleva buttarsi dalla finestra. Biggi e i suoi colleghi l'afferrarono un attimo prima che si lanciasse nel vuoto. E a volte sono gli animali a sfiorare l'autolesionismo. Soprattutto i gatti: si arrampicano su alberi dai quali non riescono più a scendere. «E ci sono quelli che anziché farsi prendere e portare giù, continuano a salire». Basta mettersi nei panni dei proprietari dei micetti, per capire quanto questi interventi non abbiano nulla di banale. Che dire poi quando da salvare è un'iguana? «Era fuggita da una teca - ricorda Biggi -. Ho dovuta rincorrerla sui tetti del centro, fino a quando non si è buttata giù. Atterrò nel telo teso dai colleghi in strada».

Di tutt'altro genere le «chiamate» ricevute da fuori regione. Biggi, con tanti altri colleghi, ha prestato soccorso alle popolazioni colpite dai terremoti a L'Aquila, in Umbria e nel Modenese. Prima ancora, negli anni '90, è intervenuto nell'Alessandrino dopo l'esondazione del Tanaro o anche nella Bassa ferrarese allagata dal Po. Per un'altra alluvione, non ha dovuto fare molta strada. «Era il 2014, dopo l'esondazione del Baganza. I quartieri finiti sott'acqua erano a poche centinaia di metri dalla nostra caserma di via Chiavari».

Che cosa resta di tutto questo? «La gratitudine della gente e la gioia di chi si è riusciti a salvare. E poi lo spirito del lavoro di squadra: non si lavora mai da soli e serve grande affiatamento per districarsi nelle situazioni più complesse e rischiose. I miei colleghi più anziani e ora in pensione (qualcuno purtroppo non c'è più e lo ricordo con affetto) sono stati un punto di riferimento fondamentale, così come tutti gli altri colleghi, a cominciare dai comandanti, fino ai colleghi più giovani: tutti rappresentano un inestimabile patrimonio umano di relazioni e amicizie che contraddistinguono in positivo la vita di un pompiere». Ora Lucio avrà più tempo da trascorrere in famiglia, con la madre e la moglie e la gattina Milù. Ha già portato anche lei nella casa di campagna a Cozzano. Non sembra molto attratta dagli alberi, ma non si sa mai. Al massimo, lui saprà come riportarla giù: quando ti chiami Lucio Biggi, con o senza divisa, sei un pompiere per sempre.

Roberto Longoni

 

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