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La storia

Il viaggio di Maria, per recuperare figlia e nipoti in fuga dalla guerra

Il viaggio di Maria, per recuperare figlia e nipoti in fuga dalla guerra

di Roberto Longoni

05 Marzo 2022,03:01

Giorni trascorsi invano, tempo che ha visto avanzare solo la guerra. Troppo a lungo hanno atteso la fine dell'orrore: lei da fuori, la figlia dal suo interno. Maria a Parma, incollata alla televisione, Oksana nelle infinite notti in cantina a Ternopil, il più lontano possibile dal cielo dei caccia, dei missili, delle bombe. Il cielo degli aerei che annuncia la terra dei carri armati. Non resta che andarsene, per chi può, prima che sia troppo tardi. Ieri pomeriggio, Oksana, 32 anni, salutato il marito e il fratello, ha preso il piccolo Vladislav in braccio, ha infilato quanto ha potuto in un trolley e ha raccomandato alla primogenita Valentina di starle accanto. Poi è salita su un bus per Varsavia. In teoria da Ternopil, 500 chilometri a sudovest di Kiev, ci si arriva in poco più di sette ore d'auto, ma ora ci sono di mezzo un altro viaggio e un'altra frontiera. Poco dopo, anche la madre è partita, per andare in senso opposto: da Parma a Modena, dove vive il suo compagno italiano. Lui, camionista, rientrato dall'ultima consegna si è fatto una doccia, si è cambiato e si è messo al volante della propria auto, con Maria al fianco. Destinazione Varsavia: ci si arriverà in due (in 16 ore di viaggio effettivo), per tornare in cinque, chissà quando. «È stato il mio stesso compagno a insistere: è una persona di grande cuore. Ora andiamo a prendere mia figlia e i miei nipotini. L'appuntamento è a Varsavia» dice al telefono lei. Sul sedile posteriore dell'auto, accanto al seggiolino comprato per l'occasione, modellini di camion e ruspe per Vladislav, due anni e mezzo, e una bambola per Valentina, otto. Che l'incontro con i nipotini abbia almeno una parvenza di normalità.

Tutto il resto è follia e paura. Troppo di Maria Chomkol rimarrà al di là del confine, per potere davvero tirare un sospiro di sollievo riabbracciando Oksana e i bambini. «Mio figlio trentenne resta a combattere - racconta -. E con lui mio genero, di 35 anni». Stenta a immaginarli con un kalashnikov in mano. Il genero è camionista, ma almeno ha fatto il militare, mentre il figlio pasticcere neppure quello. «Mai avrei pensato si arrivasse a tanto - mormora Maria -. Sì, da otto anni c'è la guerra in Donbass, ma ora lui vuole tutto». Di Putin, il presidente russo che ha ordinato l'invasione della sua terra, Maria non pronuncia nemmeno il nome. Difficile pensare in armi il figlio e il genero, ma ancora di più immaginarli altrove. Il secondo solo due mesi fa è stato operato di melanoma. Ma ha deciso di non tirarsi indietro. «Così come tanti nostri ragazzi che lavorano all'estero: sono tornati per proteggere l'Ucraina. Io credo nel mio popolo e credo che saremo noi a vincere questa guerra assurda». La voce di Maria si fa fiera, ma subito torna stretta dall'angoscia. «L'unico mio pensiero è che tutto finisca al più presto» aggiunge, prima di interrompersi tra le lacrime.

Maria è orgogliosamente ucraina. Già si offendeva prima, quando le davano della russa, figuriamoci ora. «L'Ucraina è sempre esistita, solo siamo stati a lungo assoggettati a Mosca nel secolo scorso». Dei suoi 52 anni, gli ultimi 17 lei li ha trascorsi a Parma, dove già si trovava una zia. Il suo italiano è fluente. «Ho avuto una buona insegnante - racconta -. Per dieci anni sono stata badante di una maestra. Poi, la signora è mancata». Da come ne parla, si capisce che per lei fosse più che un'occasione di lavoro. E forse per questo ora si limita a mansioni meno impegnative, soprattutto sul fronte degli affetti. Ha casa in Oltretorrente, in vicolo Flavio Gioia, come ben sanno i vicini. «Sono stati meravigliosi in questi giorni - racconta -. Mi hanno sostenuto molto dallo scoppio della guerra». A lei la notizia l'ha data Oksana, lo stesso mattino dell'inizio del conflitto. «Erano le 5 di quel maledetto giovedì, quando mi ha chiamata per dirmelo». Quel giorno, le bombe non sono cadute vicino a Ternopil, ma a Ivano-Frankivs'k, poco lontano a sud, dove vive il figlio di Maria, sì. «Hanno colpito l'aeroporto» spiega lei.

Presto, anche Ternopil è finita nel mirino. «Mia figlia mi racconta del rumore degli aerei, dei missili che attraversano il cielo. Quanta paura...». Al solo pensiero, il pianto le spezza di nuovo la voce. «Perché deve morire tutta questa gente, perché?». Oksana e i bambini a ogni allarme (e sempre, di notte) trovano rifugio nella cantina. Basta per sentirsi almeno un po' più al sicuro? «Le nostre cantine - spiega Maria - sono ben profonde nel terreno, fatte apposta per conservare gli alimenti». Sempre meglio che stare all'aperto, esposti alle schegge. Poi, il pensiero va a chi si trova con un mitra in mano. Il figlio, il genero. Gli altri civili e soldati ucraini. Anche i russi, vittime a loro volta di un ordine folle. «I nostri curano i loro feriti, sfamano i prigionieri che non hanno nulla da mangiare». Un pensiero va anche al cognato che vive in Russia, militare nell'Armata rossa. «Vorrei sapere come vede questa guerra, lui che ha la mamma e i fratelli in Ucraina». L'ennesima nota di follia oltre una frontiera che si spera Oksana, almeno lei, attraversi al più presto. Poi, da Varsavia, il ritorno insieme a Parma. Basterà la casa di vicolo Flavio Gioia per la nuova famiglia? «Va benissimo - mormora Maria -. Staremo strettini, ma al sicuro».

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