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«Io parlo parmigiano» all'Itas Bocchialini

Pramzan, la lezione dei «prof» Rico e Baroz

Pramzan, la lezione dei «prof» Rico e Baroz

22 Aprile 2022,03:01

Con Rico e Baroz «tutti» parlano parmigiano. Anche chi con il dialetto «non ci sa proprio fare», un po’ come i giovanissimi studenti dell’Itas Bocchialini: promossi per simpatia, ma rimandati in lettura e comprensione del «pramzàn». Alla fine della mattinata, però, la situazione è migliorata. Grazie alle «ripetizioni lampo» (due ore per turno, che sono volate via) di Rico e Baroz, che con la loro inconfondibile «r» marcata e l’ironia leggera che li contraddistingue, hanno catturato i tantissimi presenti. In due turni, hanno intrattenuto un auditorium Bodoni pieno di studenti.

Dietro al divertimento, però, c’è anche un messaggio: l’importanza «della curiosità, fondamentale per andare alla scoperta delle cose che, magari, sembrano molto lontane da noi» dicono i due. È d’accordo Tommaso Valenti, rappresentante d’istituto del Bocchialini che, con gli altri rappresentanti, ha scelto di invitare «Io parlo parmigiano» per un motivo ben preciso. «Rico e Baroz fanno qualcosa di straordinario – dice convinto – mantengono viva parte della nostra tradizione. E lo fanno in maniera innovativa e divertente». Tramite meme, spezzoni di film doppiati in dialetto (Il Signore degli anelli diventa «Il signore degli anolini», per esempio). E con la tecnologia, con uno «Smaflòn» (smartphone) in particolare.

«Al Smaflòn Siò»

Uno speciale telefono tutto in dialetto, applicazioni comprese (purtroppo è solo un «prototipo virtuale», divertentissimo espediente per imparare la lingua). Così «YouTube» diventa «Al Tùb», «Arlój» per controllare l’ora o impostare la sveglia e «WhatsApp» diventa «Cmévala». Con un velocissimo click si attiva anche «At’sigràm» (Instagram). La pagina del social network si apre con un post di Diletta Leotta che brinda alla Galleria, scorrendo c’è lo chef Alessandro Borghese che assaggia il culatello di San Secondo o i Maneskin che si esibiscono al Regio, il «teator pu bél dal mónd».

Di fianco, le storie Instagram di «@benedettamazza», di «@fpizzarotti» e tanti altri volti parmigiani. C’è anche «Just Pit» (Just Eat), l’applicazione di consegna a domicilio dove è possibile trovare anche tante recensioni di ristoranti (anche questo, tutto inventato ovviamente). Come «Imbàstigh» di San Secondo a cui un utente scrive: «A J’ò ordinè ‘n panén con cùrcuma e tòfu…i gh’an miss ànca j articiòch» (ho ordinato un panino con curcuma e tofu, ci hanno messo anche i carciofi). Insomma, tra recensioni assurde e parole da indovinare e scoprire, le risate sono assicurate: quelle degli studenti, ma anche quelle di qualche professore.

«Chi vòl èsor sjòr dabón».

Tra gli studenti è poi partita la competizione con il «Chi vuol essere milionario» rigorosamente in dialetto parmigiano. «È Gerry Scotti che ha copiato noi, non viceversa» scherzano Rico e Baroz. La sigla inconfondibile, che marca lo scorrere del tempo, dà inizio alla sfida: i ragazzi del Bocchialini si alternano a colpi di risposta… sbagliata: «Äd che colór el al Lambrùssch?» o «con che béstia a s’ fa al culatèl?» sono solo alcune delle domande. Solo Alessandro, l’ultimo «concorrente», riesce a rispondere correttamente. Il premio? Tanti bellissimi sticker targati «Io Parlo Parmigiano». Poi i ruoli si invertono. Sono gli studenti a fare qualche domanda a Rico e Baroz (Riccardo Montanini e Danilo Barozzi).

«’Na ròba béla bombén»

Alla domanda: «Cosa è il dialetto per voi?». La risposta arriva immediatamente, diretta: «’na ròba béla bombén» dicono entrambi. «Parlare il dialetto è divertente e allo stesso tempo importante – riprendono Rico e Baroz –, è cultura, appartiene alla comunità, ci può fare sentire ancora più uniti». Il dialetto unisce e per fortuna «si può sentire ancora in città». «Basta entrare in un bar» o «fare una passeggiata in centro».

E proprio con l’intento di «riunire le persone con un sorriso e con qualcosa che ci appartiene» è nata qualche anno fa l’idea di «Io parlo parmigiano». Quando smetteranno Rico e Baroz di fare ridere in dialetto? «Nella vita reale mai – concludono sicuri –. Sui social solo se la gente che ci segue dovesse smettere di divertirsi».

Anna Pinazzi

© Riproduzione riservata

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