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Amarcord: parlano i protagonisti

Trent'anni fa la prima Coppa del Parma

Trent'anni fa la prima Coppa del Parma

13 Maggio 2022,03:01

Trent'anni fa come domani il Parma alzò al cielo la sua prima Coppa. Altre sette ne seguirono in un decennio indimenticabile. Ma la prima Coppa Italia regalò emozioni mai provate e strapparla alla Juve rimontando l'1-0 dell'andata a Torino diede un impagabile senso di forza a squadra, società e tifoseria. Sandro Melli segnò, di testa, il primo gol di quel fantastico 2-0 e lo fece all'ultimo minuto del primo tempo.

«Fin lì in due anni con la Juve avevamo perso tre gare su quattro. Andare nello spogliatoio avendo riequilibrato le sorti del confronto ci diede una grande carica - ricorda ancora oggi il bomber - Nella ripresa giocammo alla grande, raddoppiammo con Osio e anche se alla fine loro sfiorarono il gol, il nostro successo nell'arco dei 180' fu giusto».

Pochi sanno che hai rischiato di non giocarla quella finale.

«Già, dopo il match dell'andata a Torino il club ci aveva fatto rientrare con un charter perché potessimo recuperare meglio le energie dormendo una notte intera. Il giorno dopo era libero e io, con poca professionalità, lo ammetto, andai a giocare a tennis alla Raquette con Giovanni Bia. Il caso volle che passasse di lì in bici il preparatore Ivan Carminati che andò su tutte le furie, e con lui poi Nevio Scala. Nello spogliatoio davanti alla squadra me ne dissero di tutti i colori annunciando che non averi giocato la gara di ritorno per punizione. Per fortuna il mio impegno negli allenamenti gli fece cambiare idea».

Tuo il gol dell'1-0. Come lo collochi tra i tanti pesanti che hai segnato?

«Il più emozionante per me è stato il primo, alla Sanremese nell'86. Poi alla pari metto questo e quello della promozione in A nel '90. Un gradino sotto quello di Wembley».

Ma eravate convinti, quel 14 maggio, di poter ribaltare la Juve?

«Diciamo che sapevamo di potercela fare. Il gruppo cresceva di giorno in giorno, era un piacere allenarsi e giocare, Eravamo sereni, spensierati, fors'anche un po' incoscienti. Provinciali, certo, ma in senso positivo. E infatti dopo quella vittoria, nessuno, né in squadra né in società, si montò la testa. Il club fece i suoi passi per migliorare la squadra, com'era giusto e normale, e arrivarono i vari Asprilla, Crippa, Zola. Quegli anni vivevamo in una favola, su una nuvola, ma a bassa quota...».

Bello anche rileggere i tabellini delle vostre sfide in Coppa quell'anno: vi si trovano tanti ex da Pullo a Pioli, da Signorini a Bortolazzi, da Fiorin a Pari.

«Segno che il Parma di Ceresini e Sogliano aveva lanciato tanti ragazzi in serie A. Pioli mi marcò nella Fiorentina e lo conoscevo benissimo, come i suoi fratelli: sua nonna abitava nel mio palazzo. Se penso a Signorini mi viene il magone: al Parma per me era un fratello maggiore. E mi rattrista pensare anche a Catanese, che contro il Genoa fece gol: un ragazzo d'oro».

Nel calcio hai fatto varie cose: ora hai detto basta?

«Sono stato da bambino tifoso in curva Nord e poi raccattapalle, Ho giocato nel Parma, sono stato team manager in panchina e commentatore per Sky in tribuna. Ora sono tifoso nei Distinti. Mi manca solo la Sud. Non mi piace la piega che ha preso il calcio moderno, troppo succube, nelle novità regolamentari, delle esigenze televisive. I difensori non sanno dove mettere le mani e non possono fare mezzo fallo, i palloni svolazzano. Eppure nel calcio tornerei, ma solo con il Parma, per nessun altro club. Mi piacerebbe un ruolo dirigenziale in ambito tecnico, o nello scouting, Penso che potrei dare il mio contributo».

Paolo Grossi

© Riproduzione riservata

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