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C'era una volta

Quei saggi di sport degli anni '50

Quei saggi di sport degli anni '50

di Lorenzo Sartorio

16 Maggio 2022,03:01

Attendevano quel fatidico giorno per affacciarsi al muro che guarda verso il campo sportivo del Convitto Nazionale Maria Luigia, situato in viale San Michele, per sbraitare: «Maria Checca!!!!!» o «Mandarén!!!!». Si trattava di ragazzi che frequentavano altre scuole i quali, in occasione del saggio ginnico che veniva organizzato dal Maria Luigia, «dävon ‘dl arlia» ai loro coetanei in tenuta giallo-mandarino. Nell’ampio spazio esterno che ospitava e ospita tuttora il campo da calcio, negli anni Cinquanta, tantissimi ragazzi e bambini, unitamente ai loro insegnanti, davano vita ad una kermesse, alla fine del mese di maggio, che sanciva il termine dell’anno scolastico. Dopo circa una quindicina di giorni (e forse più) di prove e controprove, finalmente, arrivava il giorno fatidico per la regia dell’insegnante di educazione fisica professor Monici, un elegante signore, secco come un chiodo, visiera, calzoni bianchi e scarpette ginniche. Le prove erano abbastanza assillanti e stancanti ma, piuttosto di rimanere in classe a comporre o a far di conto, una marcetta sotto il sole cocente poteva rappresentare un piacevole diversivo.

I primi a provare erano i bambini delle elementari che il paziente Monici, con l’inseparabile fischietto in bocca, aveva un bel daffare a far marciare al passo. E poi l’inquadramento: i più bassi davanti, i più alti dietro che potevano così parlottare e scherzare con il vicino fino a che l’insegnante, spazientito, urlava l’immancabile rimprovero. Terminata la marcia i piccoli, guardati a vista dalle maestre Brighenti, Ferrari, Mezzadri, Bevilacqua, venivano «parcheggiati» nella parte più ombreggiata del campo, ossia a ridosso delle mura della Caserma Carrozze dei Carabinieri (ora sede di una facoltà universitaria). Intanto, i «grandi», provavano nelle diverse discipline: scherma, judo, danza ecc. E, finalmente, arrivava il giorno fatidico del saggio. Una tribunetta veniva installata all’ombra della palestra sulla quale prendevano posto autorità, insegnanti, genitori e parenti, mentre tutto il campo veniva tirato a lucido come se dovesse ospitare una parata militare. In completa divisa ginnica: casacca «giallo - canarino o mandarino» (che sostituì quella «azzurro - carta da zucchero») con la vistosa scritta «Convitto Nazionale Maria Luigia», calzoni bianchi e scarpette ginniche, le truppe del «Maria Checca» sfilavano al ritmo di allegre marcette fino all’inquadramento generale che offriva agli spettatori in tribuna e ai curiosi che assiepavano il muretto di Viale San Michele all’ombra dei tigli, l’immagine di una enorme macchia bianco - gialla.

Poi arrivava il momento solenne dell’inno nazionale che si ascoltava impettiti sull’attenti, mentre compassati convittori in alta uniforme blu scura con tanto di visiera e sottogola (proprio come allievi ufficiali di Marina), facevano l’alzabandiera. Al termine del saggio, dopo l’ennesimo artificio del professor Monici per tenere inquadrata e, soprattutto, al passo la truppa che, sfilando, salutava il pubblico, il rettore professor Tenore, assistito dal suo vice professor Monaco, con autorevolezza ed eleganza ringraziava i presenti dando il commiato alle scolaresche.

Al «rompete le righe» ognuno andava alla ricerca dei propri parenti e genitori che raccoglievano le loro «giubbe gialle» le quali avevano sfilato disciplinatamente in una giornata di fine primavera caratterizzata dai primi caldi, dall’inebriante profumo dei tigli di viale San Michele e dal termine dell’anno scolastico festeggiato con somma gioia. I saggi che venivano effettuati all’Istituto De La Salle erano sicuramente meno coreografici di quelli effettuati al Convitto Maria Luigia. Innanzitutto il cortile storico dell’Istituto di vicolo Scutellari, all’ombra dei campanili del Duomo e di San Giovanni, aveva dimensioni notevolmente inferiori rispetto al campo sportivo del Maria Luigia realizzato nel 1930. Comunque i cortili De La Salle, per chi ha frequentato la scuola in tutti i tempi, sono stati mitici. In quegli spazi , nel cuore antico di Parma, molti parmigiani hanno disputato mai contate partite di calcio con certe pallonate che molte volte non risparmiavano nemmeno la grotta della Madonna di Lourdes che, come una paziente mamma, vegliava la numerosa famiglia lasalliana. Capitomboli a non finire, schiamazzi, bernoccoli bagnati con l’acqua fresca delle fontanelle con lo zampillo e anche qualche lite tra i focosi calciatori subito sedata dai Fratelli affinché la situazione non degenerasse. Oltre le iniziative sportive che si svolgevano in palestra e nel cotile principale, molto curati erano i saggi canori, per la regia di Fratel Benigno che premiava i suoi piccoli coristi con mentini e caramelle che teneva nelle chilometriche tasche della sua tonaca. Il momento clou dei saggi canori coincideva con la messa della mezzanotte di Natale celebrata nella cappella dell’Istituto, solitamente, da monsignor Rossolini, alla presenza di tantissimi genitori in un clima reso ancor più suggestivo dalle pastorali natalizie. E, tra le ore trascorse in classe e per le prove che precedevano i saggi, c’erano i pasti consumati nel refettorio. Il lunedì, pasta di grossa taglia al pomodoro e cotoletta impanata con contorno di patate fritte cucinate dalla mitica cuoca mentre il venerdì, che era il giorno più «drammatico» per chi si fermava a pranzo, di rigore, veniva dato un riso collosissimo servito con il mestolo (autentico spauracchio dei giovani commensali), merluzzo fritto, oppure tonno e l’immancabile insalata di verza o finocchi crudi. Per finire, la solita mela oppure l’arancia il cui profumo rimaneva incollato alle mani fino a sera spandendosi nelle aule che odoravano di gesso ed inchiostro. Finalmente, arrivava il giorno del saggio con una certa agitazione dei ragazzi che riuscivano a fare scappare la pazienza anche al povero e mite Ugo, il bidello, che con una palandrana nera correva avanti indietro tra cortili e corridoi. Già, il vecchio e caro Istituto De La Salle di vicolo Scutellari, da qualche anno sostituito da quello moderno razionale, elegante e, soprattutto, più capiente di via Berzioli.

Un mondo magico fatto di giochi, di studio, di preghiere, di sport, di sonore sgridate, di sorrisi, di affetto, di momenti comunitari suggellati da grandi esempi di dedizione e di attaccamento alla scuola ed agli alunni da parte dei Fratelli, i più giovani dei quali, non mancavano di rimboccarsi la tonaca e partecipare alle partitelle con i ragazzi. Terminato il saggio, che coincideva con la fine dell’anno scolastico, la tradizionale foto di classe che immortalava i momenti più belli della vita di ogni ragazzo che avrebbe poi rivissuto quando, adulto, rimirava quell’immagine sentendo riecheggiare, come per magia, gli schiamazzi nei cortili ed il sibilo del fischietto dei Fratelli avendo come sottofondo il profumo delle patatine fritte o il gusto colloso di quel riso di magro del venerdì.

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