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C'era una volta

Ponte Dattaro, dove la Parma era un paradiso

Ponte Dattaro, dove la Parma era un paradiso

di Lorenzo Sartorio

23 Maggio 2022,03:01

Rappresentava, anzi rappresenta ancora, il cordone ombelicale tra «Pärma citè e Pärma arióza». Una volta, tutti quei parmigiani che, per qualsiasi motivo, volevano recarsi nel primo contado, in collina o in montagna, dovevano varcare il Ponte Dattaro che, nell’immediato dopoguerra, nelle domeniche primaverili, era diventato un simbolo della gita «fóra porta in biciclètta» specie «p'r i moróz» alcuni dei quali preferivano imboscarsi in quella fitta giungla «äd gazii» che sorgeva di fianco a Villa Nazzani-Picedi. Mentre in estate, quando l'acqua della Parma scarseggiava, entravano di scena i «grotadór», ossia quegli impavidi giovanotti che si gettavano nei «fondoni», andavano sotto e afferravano con le mani quei pesci che si nascondevano dietro i grossi sassi.

Una tecnica antica, il «grotär», che vide protagonisti due autentici campioni di coraggio e di abilità: il mitico «Trombètta» e il simpaticissimo «Marién» La Franca poi divenuto direttore dell'«Orchestra Millelitri». Sia per «grottare» che per fare un bagno rinfrescante nella poca acqua che regalava la Parma le possibilità erano due: il «fondone» nei pressi del Ponte Dattaro all’ombra delle gaggie della «Ca' dal Vèsscov» (Villa Nazzani-Picedi ) ed il «marètt» nei pressi del Ponte della Ferrovia. Un ponte antico, il Dattaro, che ha alle spalle una lunga storia e dei monumenti-simbolo come Villa Nazzani-Picedi, più comunemente chiamata «Ca' dal Vèsscov» e Villa Ombrosa, un tempo clinica, ed ora sede del Centro Comit. Come riporta il Sitti nel suo volume «Parma nel nome delle sue strade» (edizioni Fresching) «si crede che il ponte prendesse nome dal una famiglia, Dataro, la quale abitava nella vicina Antognano. Un'altra cospicua famiglia Dattaro dimorava contro la testa orientale del ponte stesso».

Era detto anche ponte «d’Attila», «Datro», «d’Atria», «Attili», eretto prima del 1266 e modificato più volte. Villa Nazzani-Picedi, elegante dimora nobiliare risalente al XVII secolo, era di proprietà della famiglia Fioruzzi che, nel XVIII secolo, la cedette al conti Picedi. Alla fine dell’800 ospitò il vescovo di Parma Francesco Magani di cui fu la residenza estiva. Villa Ombrosa, era stata la residenza dei conti Scotti alla fine del XVII secolo, successivamente del poeta Angelo Mazza. Appartenne, dal 1812, al famoso medico Giacomo Tommasini. Ospedale militare nel 1918 fu nobilitato dalla presenza delle «Piccole Figlie» destinate a quel servizio dalla loro fondatrice Beata Eugenia Picco.

Dopo il suo utilizzo come ospedale militare fu rilevata dalla famiglia Mazza-Poldi e quindi dai Serventi fino al 1928. Proprio in quell’anno la villa venne trasformata in clinica privata dall’eminente medico prof. Francesco Fabris. Negli anni trenta cambiò radicalmente destinazione divenendo un locale da ballo all’interno del quale si effettuavano eleganti feste. Il 28 settembre 1939 la Banca Commerciale Italiana acquistò l’intero complesso installandovi il proprio centro elettrocontabile.

Oltrepassato il Ponte Dattaro si entrava nella «Parma ariosa» famosa per le «beccatine» nelle varie osterie presenti in zona. Non esisteva che l’imbarazzo della scelta in quanto, se d’inverno all’interno dei loro stanzoni anneriti dal fumo e dal tempo si potevano gustare, al caldo di una stufa a ghisa, quelle antiche zuppe lente cucinate come Dio comanda, in primavera e in estate, erano un’esplosione di vita che trascorreva allegra e spensierata sotto i fronzuti pergolati illuminati da sconnesse file di traballanti lampadine che, alla sera, erano circondate da nuvole di moscerini e di farfalle notturne. Mentre le penombre, punteggiate da baluginanti lucciole, accoglievano gli innamorati.

In questi paradisi nostrani di semplicità e di autenticità, i parmigiani trascorrevano, coi piedi sotto la tavola, piacevoli momenti della loro giornata in un mondo in cui stress, inquinamento, malavita e altre «delizie» che costellano la vita odierna, non erano nemmeno ipotizzabili. L'osteria «Baracca» era uno dei templi gastronomici di via Langhirano. In cucina la mitica Teresa, abilissima vestale dei fornelli, cucinava certe trippe, anolini, tortelli da far resuscitare i morti. Il tutto corredato dai salumi nostrani prodotti dal titolare Gigén Gennari che faceva uccidere i «nimäl» che allevava personalmente per assicurare quella genuinità alle carni di cui gli osti di ieri andavano fieri come della propria parola. Gigén, coadiuvato dalla moglie Maria, accoglieva nel suo locale tanti mediatori, commercianti di bestiame che transitavano da via Langhirano a bordo dei loro trabiccoli carichi di bestie mugghianti per poi raggiungere la collina. E poi tanti parmigiani che, in questa osteria, erano in grado di riassaporare i gusti dei loro padri.

Altre osterie della zona erano quella di «Biggi», all’altezza del Ponte Dattaro, i cui cibi erano accarezzati dalla brezza birichina della Parma che rotolava già dai monti insinuandosi anche nella la bottega del fabbro Vernizzi, per tutto il mondo «Rarò».

Tra i campi incendiati di papaveri in estate e ammantati di neve e «galabrùzza» in inverno, i buongustai potevano accedere ad altre osterie come «Parma Rotta» di Gino e Maria Fontana, due gran brave persone, all’interno della quale regnava ordine e pulizia che si specchiavano ai travi di legno, vecchi come il cucco, impregnati di profumo del tempo e di minestroni fatti con grasso. E poi, come non ricordare il mitico «Celést» di strada Montanara, l’inventore della cotoletta di pollo impanata che richiamò negli anni Sessanta tanti avventori che, in quella carne croccante dei polli da cortile che zampettavano nel pollaio dell’oste, assaporavano un frammento di paradiso.

«Celést», ex partigiano, uomo generoso, e «fòrt cme 'l trón», ottimo facitore di trippa e lasagne, quando qualche malintenzionato o qualche avventore aveva alzato un po' il gomito e dava noia, non usava telefonare in Questura, ma provvedeva egli stesso a ristabilire l’ordine uscendo dalla cucina, rimboccandosi le maniche e scaraventando di brutto gli importuni nel fosso che costeggiava la strada in modo che l’acqua fresca facesse loro passare i bollenti spiriti.

Lorenzo Sartorio

© Riproduzione riservata

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