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Fulvio Villa, Parigi nell'anima

Fulvio Villa, Parigi nell'anima

24 Maggio 2022,03:01

«Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passerai la vita, essa ti accompagnerà per sempre, perché Parigi è una festa mobile». Con Ernest Hemingway è pienamente d’accordo anche un illustre Parmigiano: Fulvio Villa, malato inguaribile di «Pariginité» contratta nel 1970, quando, diciassettenne liceale al «Marconi» di Parma si trasferì per un anno al liceo Henri IV, in rue Clovis, quinto arrondissement, liceo ricavato dall’Abbazia di Sainte Geneviéve, a due passi dal Pantheon, prestigioso istituto preparatorio per le «grandes ecoles» francesi.

Villa è uno di quei personaggi ai quali la notorietà riserva uno speciale status superiore, certificato dalla pronuncia di nome e cognome insieme, in un unico fiato di nenia gentile che tramuta la semplice parola in grassocce note sonore: sicché flautando «l’avvocàatofulviovìiilla» avrete in dotazione un «apritisesamo» in grado di dischiudere mondi di premure e gentilezze. Non solo, perché udito cotanto nome, il vostro l’interlocutore Parmigiano darà vita al classico teatrino dell’«Altroché se lo conosco». Un rito secolare. ll celebrante ripete il nome sillaban-canticchiandolo, anche due volte: come per evocarlo idealmente lì, presente alla sua glorificazione. Poi con la voce nel registro gaudioso, prolungherà gli accenti tonici della cadenza «pramzana», già di per sé lunghi come la Quaresima. Ne risulterà una cantilenante ripetizione e un’aggiunta di laudi varie sul valore di questo esimio concittadino. «L’avvòocàato Viììlla? Mo dììce pròoprio lui, l’avvocàato fùulviovììlla? Sìì? Dice che lo conòose? Oeu! E’ bèn fortunato lei, lo sa,vero?Bèn, lo làssi dìire a me, mi cal conòss: l’avvocatovilla è una gràan persòona, un signore vero».

Un tipo di intellettuale fattivo, generoso e con uno spiccato senso dell’amicizia, questo Villa. Per dire: il fratello di Francesca Alessandri, una sua compagna di classe, Stefano, cornista della Scala, ha un figlio, Antonio,che a tredici anni è già un valente pianista.In occasione dei festeggiamenti per la trentennale attività dello studio «Villa e Partners», l’avvocato organizza un concerto nel Ridotto del Teatro Regio, gremito dalla Parma delle professioni, durante il quale Stefano e Antonio suonano insieme per la prima volta. Nato in Borgo XX Marzo, il 22 Agosto del 1953, il nostro è stato allevato nel culto dell’ordine e dell’eleganza, nella continua ricerca della bellezza da una madre che nel ricordo dell’avvocato risfolgora vivida e solenne, dolcemente imperiosa, presenza quotidiana nella vita di questo professionista arrivato ai vertici dell’avvocatura e delle istituzioni parmigiane, con studio a Parma e a Milano, una ventina di collaboratori in «Villa e partners», specializzati nella fattura e tutela di contratti e transazioni internazionali. E’un sabato mattina quando, convinto per estenuazione indotta dalle incessanti richieste del cronista, acconsente ad aprirci la sua casa.

L’insistenza nostra, quasi molesta, era giustificata dall’aura misteriosa che aleggia su questa dimora oggetto di «si dice» e di fantasticherie varie: c’è chi sostiene che le scarpe («solo su misùùra, vè! minimo duemìila èuro il pàaio») occupino un intero piano. Si favoleggia di una lussuosa ‘salus per acquam’, con annessa piscinetta termale. La casa, non semplice da individuare, sorvegliata da un sofisticato e infallibile sistema di sicurezza, è in effetti una meraviglia. Quattro piani zeppi di opere d’arte, ascensore interno, ogni fermata è un’esclamazione di stupore. L’avvocato sorride affabile gentile, guida il cronista in un tragitto quasi surreale, fantasmagorico, a ogni occhiata c’è una cosa bella che ti guarda, ti giri ed eccone un’altra, e un’altra ancora e ancora una… La vertiginosa visita mozzafiato si avvia alla fine quando mi infilo per sbaglio nel piano privato. Chiedo scusa, ma ormai è fatta e guardo uno spettacoloso armadio-vetrina multicolorato, zeppo di cravatte francesi , le Hermès, a centinaia. E sotto ecco una serie infinita di foulard della stessa casa. Impossibile non restare colpiti e affascinati da questa dimora di dannunziana iperbolica collezione di bellezze. Non c’è un centimetro che non sia occupato da un oggetto pregiato. Perché? Da dove nasce questa passione-ossessione di possedere cose preziose? Per timore dell’horror vacui? L’avvocato Fulvio Villa, patisce l’invadenza del giornalista, ma da autentico gentiluomo non fa una piega. Cerca di restare in tema di normalità: la lirica, il ricordo del fascino di Renata Tebaldi; di quella sera del 29 Gennaio 1976, alla Scala, un’Aida con Carlo Bergonzi diretto da Thomas Schippers: «Una serata indimenticabile, Bergonzi sbaglia proprio nel ‘Celeste Aida’ ma poi risorge e nel 'Sacerdote! io resto a te!’ fa venir giù il teatro». Ogni tanto Parigi chiama a sé «l’avvocatovilla» per una giornata di vagabondaggio senza meta fissa, da «flaneur» fatto e finito: «Mi affido al caso, cammino, guardo una mostra, scopro una brasserie, una libreria, un mercatino di vecchi libri e stampe… O vado al ‘Père- Lachaise’, magnifico cimitero dove tra gli altri sono sepolti Chopin, Balzac, Proust, Beaumarchais, Oscar Wilde, Modigliani, Edit Piaf, Apollinaire… e tanti artisti e personaggi storici immortali, ancora vivi dentro di noi e ai quali va il ringraziamento d’averci resa la vita più degna d’essere vissuta».

Parigi, il Ritz è l’albergo parigino preferito dall’ex ragazzo Fulvio, nato in una normale famiglia di non grandi possibilità, che, raggiunti il successo professionale e l’agiatezza, si concede il lusso parigino: nonché quello milanese dell’Hotel Four Season. A Milano il Villa ha trascorso otto anni di apprendistato. La Scala, la Braidense, il Cenacolo, la Milano crogiuolo di culture: un capitolo importante nella sua formazione. Mentre Villa parla, spesso il suo sguardo corre a un ritratto isolato: è lmadre. E adesso tutto torna. L’avvocato sente di dover la linfa della sua forza vitale e propulsiva alla signora Ada che si affaccia da un’antica cornice dorata, collocata in alto tra le tende bianche, unica a non avere vicini, ad avere molto spazio intorno a sé: e collocata sopra un tavolo al centro del quale sta una lampada: come un altare, un altare per la madre, che nel tenero dipinto di Luciano Ripasarti, buon pittore parmigiano, veglia in un atteggiamento di premurosa attenzione, come pronta a intervenire in soccorso nel caso di bisogno.

«Era una donna bellissima, sempre perfetta», ricordava l’avvocato Villa, finalmente giunto a disvelare perché avesse accettato l’intervista: «Precisa, fantasiosa e concreta, sapeva confezionare costumi di straordinaria bellezza. Aveva un raffinato senso dell’eleganza, portava guanti bianchi di pizzo anche d’estate. Io ero sempre ben vestito, come un principino. Lei mi imponeva di stare composto a tavola, ma c’era sempre un’atmosfera cordiale ma severa, un’attenzione per la bellezza e l’ordine. A cinque anni ero già capace di non sopportare non dico la sciatteria ma addirittura la sensazione di disordine del pane messo in tavola in qualche modo. E mio padre, Antonio, cameriere in una pasticceria del centro, era ammirato da tanta grazia domestica».

E’ un uomo felice, «aux anges», il Fulvio Villa protagonista di un finale da batticuore nel quale, come per tacito accordo, cronista e intervistato si ritrovano in totale sintonìa per sublimare l’emozione in uno slancio di devozione materna: «Avvocato Villa», gli chiedo giunti al commiato: «se un giorno fosse costretto a salvare una sola cosa della collezione…?». Precipite e fulminea la risposta: «Ma il ritratto di mia madre!». Per uscire le ripassiamo davanti, alla signora Ada. E le dedico un sorriso complice.

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