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Barilli gira un film alla Villetta

Barilli gira un film alla Villetta

di Anna Pinazzi

25 Maggio 2022,03:01

Storia di un prediletto di morte. È quella del protagonista del film «Il Paese del melodramma» scritto e diretto da Francesco Barilli. Il «fortunato», beniamino di una morte «talent-scout», è Carlo Gandolfi (interpretato da Luca Magri), un bravissimo cantante lirico, un uomo alla deriva in preda al vizio dell’alcol, la cui carriera si è bruscamente interrotta dopo la morte della moglie e della figlia. A tentare di «salvarlo» da è la Morte stessa (Luc Merenda) che un giorno decide di fargli visita, avanzando una richiesta: di tornare a calcare il palcoscenico nei panni del protagonista del «Macbeth» di Verdi. Non solo, la Morte esige anche un’interpretazione perfetta. Se Carlo non accetterà, lo trascinerà con sé nel suo regno eterno.

Il tempo e lo spazio di questo dialogo tra una morte vivissima e una vita già morta prima delle fine sono i luoghi di Parma e la contemporaneità. Proprio ieri mattina, al cimitero della Villetta, sono state girate alcune scene: tra i marmi e i fiori, cineprese, attori, carrelli, truccatori, regista, produttori. Il regista si sente «completamente libero di muoversi» in questo carosello di spazi, tempi e temi (dal classico vita-morte, al tema delle dipendenze, ai riferimenti al mondo dello spettacolo, il passato e il presente che si incontrano e tanto altro): «Dentro al film c’è di tutto – spiega Barilli –. C’è la morte, c’è la vita, c’è l’alcol, ci sono lingue diverse che si incontrano, dal portoghese al dialetto parmigiano». È impossibile etichettare la produzione: «È un film horror, noir, musicale, ironico». Quel che è certo è che «''Il Paese del melodramma'' è un film sulla lirica, sul Teatro Regio di Parma, sulla dipendenza e sulla tragedia umana – riprende Barilli -. Tra i vari personaggi il più interessante è quello della Morte che ama la musica e Giuseppe Verdi. La Morte è stanca di trasformare gli uomini in cadaveri ed è innamorata dell’arte. Ma gli uomini e le donne di questa vicenda sono solo dei burattini in mano al più grande burattinaio della storia: la Morte stessa, appunto». Interpretata magistralmente da Luc Merenda (uno dei volti simboli del cinema italiano anni Settanta): «Prestare il proprio volto alla morte è un’esperienza straordinaria – afferma l’attore –. Quella ricercata da Barilli è poi una morte minacciosa, spaventosa, ma anche pungente, spiritosa, ironica. Una parte bellissima». È una morte che non si nasconde: «E così deve essere – aggiunge Merenda –, la morte è una presenza costante». A parlare con la Morte, è Luca Magri nei panni di Carlo Gandolfi, il protagonista: «Questo è uno dei ruoli più difficili e complessi che abbia mai interpretato – rivela l’attore, che è anche produttore del film –. Perché deve fare parlare temi terreni, la disperazione, il fallimento, in costante rapporto con l’oltre, il “dopo la fine”». Magri definisce il film: «Un incubo di Barilli». Cosa c’è da aspettarsi, allora, da questo «buio privato» e universale allo stesso tempo? Di scoprire, forse, che la morte può essere la finestra sul terreno, osservatorio privilegiato della vita.

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