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CULTURA

Petrignani e la letteratura al femminile

Petrignani e la letteratura al femminile

di Marina Vitali

25 Maggio 2022,03:01

«Nella vita come nell'arte i valori delle donne non sono i valori degli uomini», parola di Virginia Woolf. Sensibilità differenti nei due sessi che nessuno più nega. Altro discorso è la presa in carico delle relative conseguenze, da alcuni prese alla leggera, da altri per niente considerate.

Sul tema della diversità di genere in letteratura, merita una segnalazione l’ultimo lavoro di Sandra Petrignani, «Leggere gli uomini» (Editori Laterza, 254 pagine, 18 euro). Un’immersione molto particolare nell’invenzione letteraria di scrittori maschi. Uno sguardo sul loro pensiero, inquadrato da differenti punti di vista, che aiuta a capire come è stata costruita la cultura. E tanto altro ancora.

Scrittrice, giornalista culturale, critica letteraria, autrice radiofonica, Sandra Petrignani ha alle spalle un percorso solido dentro la scrittura. In «Leggere gli uomini» si pone tuttavia come lettrice e tira fuori dal suo baule libri indimenticabili, patrimonio di letture di una vita. Un viaggio dentro le opere di Dumas, Proust, Roth, Flaubert, Čechov, Pavese, Tolstoj, Gary, Dostoevskij, Moravia, Kafka, Mann, Beckett, Manganelli, Kundera, Malerba, Calvino, Nabokov, Chatwin, Tabucchi e tantissimi altri.

«Uomini ridotti a pezzi» attraverso citazioni prese dai loro capolavori; frammenti strappati dal contesto originario e riordinati con altri criteri come in un gioco. Un patchwork di parole. Ne esce un mosaico originale di narrativa maschile di qualità costruito per istinto, per associazione d’idee. La Petrignani scava sotto la crosta, esplora ciò che è meno evidente.

Cerca gli scrittori maschi anche nella loro umanità: nell’audacia, nelle debolezze, anche nelle ossessioni. Li insegue nei loro luoghi, scopre gli spazi privati in cui hanno composto opere incantevoli, nel silenzio di stanze ben vigilate, dietro alle porte chiuse dei loro studi. Sollevati dalle incombenze familiari, protetti da convenzioni vecchie di secoli.

E le donne? Quanti libri avrebbero scritto se avessero avuto dei mariti a liberarle da problemi pratici? Per molto tempo invece le donne si son dovute accontentare di leggere soltanto, di ricercare sé stesse in pagine scritte da uomini. Una riflessione nata dal confronto. «Leggere gli uomini» infatti è la continuazione di un discorso già iniziato. Un unicum con «Lessico femminile», un altro percorso di Sandra Petrignani in veste di lettrice, compiuto con lo stesso editore due anni prima, dentro la scrittura delle donne: da Natalia Ginzburg a Marguerite Duras, da Alba de Céspedes a Virginia Woolf, da Jane Austen a Edna O'Brien, da Toni Morrison a Doris Lessing e altre ancora. Le differenze con gli scrittori maschi ci sono. Diversità ataviche, diversità dell’essere. Scrittrici che desiderano la libertà, ricercano la verità a partire da sé stesse, sperano di essere accettate per quello che sono e in fondo si realizzano nell’essere portatrici di vita. Un cammino nell’originalità del pensiero femminile che così poco interessa agli uomini. E fa capire, fra le tante cose, quanto la scrittura delle donne continui a essere sottostimata, a non avere ancora oggi il peso e il prestigio che in molti casi avrebbe meritato.

L’epoca in cui Sandra Petrignani ha mosso i suoi primi passi di scrittrice portava ancora impresso il segno del fermento culturale degli anni ‘70. Da queste esperienze intellettuali e collettive Petrignani ha ereditato l’inquietudine. Il desiderio di ricercare strade nuove in letteratura l’ha messa in contatto con personaggi di prima grandezza dell’ambiente artistico e letterario. Giulio Einaudi, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli, Grazia Cherchi, tanto per fare alcuni nomi.

Con «Leggere gli uomini» e «Lessico femminile» la Petrignani propone un’indagine a due tappe sulla letteratura di genere, peraltro già presente da anni nei suoi libri.

Che significato ha per Sandra Petrignani trattare il tema delle diversità di genere in letteratura? E’ un modo per essere fedele a sé stessa?

Direi che il significato è talmente connaturato a quello che sono che non ho bisogno di cercarne uno. All’università divenni amica della poetessa Biancamaria Frabotta (scomparsa purtroppo il 2 maggio scorso) e di altre femministe di qualche anno più grandi di me e già consapevoli della “differenza femminile”. È statoun periodo di consapevolezze decisive, che hanno continuato a lavorarmi dentro. Intanto mi sembrava di vivere dal punto di vista artistico nel migliore dei mondi possibili: c’era ancora una società letteraria, per quanto finale, e mi sentivo accolta da un mondo intellettuale in cui si muovevano ancora grandi protagonisti, come Giulio Einaudi, Alberto Moravia, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Giorgio Manganelli, Gigi Malerba. E poi c’erano le scrittrici, come Edith Bruck, e Dacia Maraini, incontrate al teatro femminista La Maddalena di Roma dove rappresentai una pièce dal titolo I fiori di Ofelia. Mi sentivo davvero accolta dentro un gruppo, o diversi gruppi di scrittori, come avevo sognato fin da piccola.

Nel suo primo romanzo, «Navigazioni di Circe», ha proposto una riflessione metaletteraria sulla scrittura, sul ruolo che essa ha nella vita di chi la pratica: la scrittura per ricordare, la scrittura rappresentazione della realtà, suo doppione... Ebbe difficoltà a pubblicarlo?

Era un periodo in cui l’editoria non vedeva di buon occhio i giovani scrittori. Tutto il contrario di quanto accade oggi. Inoltre quel mio primo romanzo era davvero molto originale, fuori dagli schemi, “postmoderno” come fu definito. I grandi editori lo rifiutarono nonostante fossi sostenuta da Giorgio Manganelli, cui devo anche il titolo, Navigazioni di Circe (nella mia testa io lo chiamavo semplicemente Circe senza riuscire a trovare niente di meglio). Poi per fortuna nacque la casa editrice Theoria che fra l’altro intendeva pubblicare proprio nuovi scrittori italiani.

Infatti, negli anni Ottanta, lei ha partecipato con un gruppo di amici scrittori, fra i quali Sandro Veronesi, Fulvio Abbate, Marco Lodoli, Sandro Onofri, alla fondazione di quella nuova casa editrice, Theoria. Compagni d’avventura Vincenzo Cerami, Paolo Repetti, Malcolm Skey, Beniamino Vignola. Come mai sentì l’esigenza di una nuova casa editrice?

L’esigenza non era solo mia. Era nell’aria. E vorrei precisare che noi scrittori siamo stati solo compagni di strada, non editori. Theoria fu voluta da Beniamino Vignola con Paolo Repetti, con un forte investimento di Cerami e la collaborazione fondamentale di Malcolm Skey. Era un progetto meraviglioso che dava nuova voce, come dicevo, alla narrativa giovane, sempre in un’ottica colta, consapevoli del confronto con le grandi generazioni che ci avevano preceduto. Tanto che per molto tempo, per prendere le distanze dalla grande editoria sempre più commerciale, Theoria continuò a stampare i libri, elegantissimi, a piombo. Fu un successo.

Lei ha incontrato dei maestri di scrittura? Ci sono ancora?

Giorgio Manganelli e Grazia Cherchi lo sono stati per me in modo molto pratico: segnalandomi le cadute, gli errori che facevo scrivendo. Loro erano grandi maestri, e io ero sveglia: ho capito al volo dove sbagliavo. E comunque credo che sia sempre importante avere almeno un primo lettore di cui ci fidiamo cui far leggere i nostri libri prima della pubblicazione. Ma va detto che le cose sono molto cambiate. I maestri esistono se c’è chi li cerca. Oggi non è più così: gli scrittori sono tutti presi da se stessi, si fanno guidare dagli editor dentro le case editrici, sembrano scrivere per guadagnarsi il loro posto al sole più che per intima necessità. Quando domandavano a Beckett perché scrivesse, lui rispondeva: «Non so fare altro». Ecco, mi sembra che oggi gli scrittori sappiano fare troppe cose diverse.

Che consigli darebbe a un/una giovane che volesse diventare scrittore/scrittrice?

Cercare, trovarsi. E per farlo, prima di scrivere, leggere tanto. Innamorarsi follemente di grandi autori del passato, passato anche recente ovviamente (ma non la contemporaneità), ripensare la tradizione dopo averla studiata a fondo, chiedersi in quale solco letterario collocarsi. Non dico che non si debba leggere i contemporanei, ma da loro non s’impara: si rischia solo di imitarli. E una volta scritto, rileggersi domandandosi se quelle pagine sono servite a capire qualcosa di se stessi, se si è riusciti a sorprendere se stessi. Se no è inutile. Meglio buttar via tutto e aspettare. Se si vuole davvero capire che scrittore si è, se si è uno scrittore, non si dovrebbe avere fretta.

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