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Testimonianza

Il padre di Virginia: «Ora io sono orfano di lei»

Il padre di Virginia: «Ora io sono orfano di lei»

di Roberto Longoni

28 Maggio 2022,03:01

Un fiore in meno sulla terra, una stella in più in cielo. Così è scritto da mano ignota dove Maria Virginia Fereoli fu uccisa la notte del 28 marzo 2006, a Felino, tra una panchina e un gelso. Aveva 17 anni. Che il parco si chiami «Natura viva» suonerebbe come un'atroce beffa, se solo si potesse aggiungere dolore al dolore già traboccante. Fu assassinata senza un perché (come poche ore dopo Andrea Salvarani, «colpevole» solo di avere caricato a bordo del suo taxi l'omicida, il 22enne Stefano Rossi, che si sarebbe suicidato in carcere nel 2012) una ragazza che ancora doveva cominciare a vivere: difficile pensare di peggio. La panchina è scomparsa, l'albero è rimasto: il tronco avvinto dall'edera che disegna un tappeto a forma di cuore sotto la sua chioma, i rami piegati come in un inchino. È raro che l'edera attecchisca così rigogliosa al suolo, ma questa vicenda vive di regole proprie. Vige la forza del ricordo, della condivisione. Dell'amore che - come è inciso nel monumento a Virgi, nell'altro parchetto a lei intitolato sempre a Felino - vince anche la morte. La frase, scolpita in un massiccio triangolo di pietra di Cassio, la scelse la mamma Isabella. «E anch'io ci credo sempre più» mormora il papà Achille, accarezzando quella spessa vela piantata nel terreno, tesa da chissà quale vento. Ogni volta tra i chiaroscuri della pietra lui legge qualcosa di nuovo. Magari una V che evochi il nome della figlia e un battito d'ali.

Bagnate da tante lacrime, attecchirebbero radici fino nel deserto, figuriamoci nel cuore di chi vive di slanci e passioni, pur se con la mente rivolta al futuro: i diciassettenni di oggi dei quali Maria Virginia rimarrà per sempre coetanea. Generazioni di ragazzi si sono succedute nelle stesse aule dell'Ulivi che la videro a un banco, fino alla quarta G. Tre lustri e un anno da quel maledetto 28 marzo: tre cicli abbondanti di studenti. Eppure, per certi versi Virgi resta una di loro, ed è una delle consolazioni più profonde per Achille. Nel giardino a lei dedicato dal liceo scientifico continua a tornare la primavera. Ancora più rigogliosa, dopo che nuove essenze sono state piantate, oltre alle amate rose («le sue preferite: per questo ne ho sempre accanto a me» dice il padre), e i muri ridipinti, con l'aggiunta di nuovi arredi e di due panchine: una arcobaleno e una rossa, a ricordare che non c'è posto per la violenza di genere. Un verde scrigno di memoria che oggi a mezzogiorno verrà intitolato ufficialmente a Virgi. Su una parete sarà scoperta una lapide che suona come una promessa mantenuta. «Ci sono cose che neanche la polvere del tempo potrà mai cancellare e una di queste sei tu, Virgi». Lo scrissero di getto i compagni all'esterno del liceo, poco dopo la tragedia; lo ripete oggi «l'anno scolastico 2021-2022», come si legge in calce alla targa.

Il tempo non cancella né lenisce la sofferenza. Come potrebbe, quando sarà sempre il 28 marzo? «Abbiamo scorte d'amore da spendere: se ci viene impedito, si trasforma tutto in dolore. Che in questi anni è solo cambiato - confessa Achille -. Prima era ancora più violento, ora è solo più profondo». Intrecciato all'esistenza, a ogni suo attimo. «Corro, corro: il ristorante, la vigna, una frenesia senza tregue. Incespico, magari cado e subito riparto. Se ci penso, non so darmi risposta. E se ci penso ancora mi dico che lo faccio solo per cercare di allontanarmi dal passato». Niente da fare: ovunque vada, gli resta addosso. Semmai, è il passato a portarlo via. Lo si legge negli occhi di Achille che guardano altrove, a volte trapassandoti, nelle sue richieste di ripetere le domande, perché in contemporanea altri pensieri gli riempiono la mente. Un tempo era l'illusione di vederla tornare; ora è la ricerca di lei tra il quotidiano e l'invisibile.

Non sempre serve un'assonanza, un banale spunto per far riaffiorare il dolore. Ora Maria Virginia avrebbe 33 anni: quasi il doppio di quelli che le furono concessi. Vista la somiglianza con la madre, sarebbe facile immaginarne il volto non più da ragazza: aggiungere anni alla grande foto incorniciata alle spalle del banco del Pane e salame. Sorridente e imbronciata, «anche lei sempre di fretta, quasi sapesse di avere a disposizione poco tempo». Chissà quante volte avrebbe reso nonno il padre. «Archeologa, gelatiera, al nostro fianco al Pane e salame: ancora non aveva deciso bene che cosa avrebbe fatto - racconta Achille -. Ma di una cosa era certa: voleva cinque figli». E lui con loro sarebbe stato ancora una volta un amico, così come della ragazza che ora sembra sussurrargli da dentro con voce adulta. «Le volte che le parlavo da padre, quasi si stupiva». Era saggia per la sua età, Virgi. Ma più ancora generosa: per questo uscì quella sera incontro al proprio assassino.

Se gli si chiede a bruciapelo che cosa si sente d'essere, Fereoli risponde «un orfano». Quasi che la morte di Maria Virginia abbia portato a un ribaltamento dei ruoli. O forse semplicemente a una fusione d'anime, che si contengono a vicenda. «La sua presenza mi accompagna sempre più» sottolinea Achille, aggiungendo che la sua fede in questi anni si è fatta ancora più salda. Al dolore così si affianca una sensazione di presenza. «Mi trasmette anche serenità, cerca di proteggermi dagli errori. Lei che già lo faceva da ragazza, con i suoi consigli». No, non sempre è sofferenza. Anche se è più facile sprofondare nel vuoto del fiore reciso che aggrapparsi alla stella lassù.

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