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Collecchio

I ragazzi delle medie: «Così abbiamo spiazzato i bulli»

I ragazzi delle medie: «Così abbiamo spiazzato i bulli»

02 Giugno 2022,03:01

Collecchio «Sareste disponibili a fare la strada insieme a un alunno o una alunna di prima media, se non se la sentisse di andare da solo?». Sono stati tutti sì convinti quelli che le insegnanti Fiorita Canali e Cecilia Vezzani hanno raccolto nelle classi 3ªA e 3ªF dell'istituto comprensivo Guatelli.

Oggi si schermiscono e lo chiamano scherzosamente «la scoperta dell'acqua calda», ma il loro progetto contro il bullismo è stato di nome e di fatto «Un passo avanti».

«Non pensiamo certo di aver risolto il problema - sottolinea Vezzani - ma ora sappiamo di avere un asso nella manica».

Tutto è partito quando a inizio anno hanno percepito la difficoltà di alcune e alcuni dei nuovi arrivati ad affrontare situazioni di tensione o di insicurezza nel tragitto casa-scuola. «C'era l'urgenza di fare qualcosa subito, ma non volevamo che si mettesse in mezzo un adulto - continua la prof Canali -: le risorse dovevano venire dai ragazzi e dalle ragazze delle classi superiori, rendendoli così protagonisti».

«Vedere i grandi che si rendono disponibili... è tanta roba - le fa eco la collega Vezzani, prendendo in prestito un'espressione di moda - Era necessario stanare chi agiva in maniera negativa, ma soprattutto far capire al resto della comunità scolastica che sono pochi. Mostrare che nella concretezza i positivi sono tanti destabilizza i bulli». Come è puntualmente accaduto quando ad attivarsi sono state quattro studentesse di 3ªA e quattro studenti e una studentessa di 3ªF, scelti - come previsto - per la vicinanza tra la loro abitazione e quella chi aveva bisogno di un supporto. E con «l'acqua calda» che ha dato il via a una piccola rivoluzione.

«Perché l'ho fatto? Perché era normale farlo - risponde Dea -. Sono una sorella maggiore, posso capire come si può sentire un ragazzo più piccolo in una situazione del genere. E penso che abbia diritto ad avere ricordi belli di questi anni. Quando abbiamo accompagnato un ragazzino, ho visto che il bullo è rimasto spiazzato dal fatto che fossimo femmine».

Insieme a lei, Nicole e Chiara hanno affiancato anche una coetanea. «Si è capito subito chi erano i bulletti e abbiamo cercato di osservare e ascoltare cosa dicevano per inquadrare meglio la situazione. Sentivamo che non dovevamo prendere le parti di nessuno ma fare da mediatrici, cercando anche di coinvolgere i loro amici».

L'accompagnamento solidale è stato «un passo avanti» di maturazione, consapevolezza e spirito critico anche per il secondo gruppo, che per 40 giorni ha camminato al fianco di un compagno più piccolo.

«Ho sempre pensato che aiutare gli altri e fare il bene comune è qualcosa che poi ti ritorna indietro, in una sorta di karma generale. E vedere che venivano prese di mira anche persone che erano appena arrivate a Collecchio e non avevano altri appoggi, ha fatto scattare ancora di più la nostra reazione - risponde Gabriele -. All'inizio i bulletti si presentavano con puntualità, ma in poco tempo, vedendoci in gruppo, hanno perso interesse».

«Finite le prime due settimane gli accompagnatori hanno voluto farci un primo rendiconto - racconta la prof Vezzani -. Dopo qualche tempo il ragazzino si è seccato di loro e ha detto di non averne più bisogno, ma loro da lontano hanno comunque continuato a tenerlo d'occhio e a fare quello che potevano».

«Dalla gentilezza dei primi giorni, ha iniziato ad essere aggressivo - conferma Edoardo -. A volte era lui a istigare gli altri, le parti si mischiavano e noi dovevamo frenarlo. E abbiamo capito quanto ha bisogno di essere aiutato».

«Nell'ultimo degli scontri coi bulli - continua - ci è finito in mezzo anche mio fratello minore. Se fossero intervenuti i genitori, questa storia non avrebbe più avuto fine. Invece siamo intervenuti subito noi, il giorno dopo lo abbiamo accompagnato e abbiamo visto che si era tranquillizzato».

«Spesso noi adulti travisiamo, ingigantiamo, criminalizziamo. E invece dobbiamo stare attenti a non fare diventare un problema qualcosa di più grande - dicono le prof -. I casi di bullismo ci sono, e anche se pochi vanno affrontati e controllati. Ma con questo progetto siamo riusciti a sgonfiarli».

«Tra l'altro, il bullo è il primo forse ad aver bisogno di aiuto. Ma nell'emergenza abbiamo dato precedenza alle vittime. Chi li accompagnava ha cercato di capire le dinamiche, le ha valutate e credo che questa prassi abbia fatto anche prevenzione: avete rubato qualcuno al gruppo dei bulli e attivato una bella aggregazione tra di voi», è il loro applauso alle due classi.

«E' stata un'esperienza cooperativa, ci siamo sentiti utili ed è stato bello anche conoscere persone nuove - proseguono nelle testimonianze Erick e Ned - . Abbiamo dovuto spesso fronteggiare i bulli, loro quasi alzavano le mani e noi cercavamo di calmarli. E' anche capitato che fosse il nostro “protetto” ad iniziare. Siamo stati seguiti e minacciati, ma noi eravamo in gruppo e non abbiamo mai avuto timore».

«Nemmeno io: eravamo in tanti e insieme - conferma Veronica - E in questo caso anche i bulli si intimoriscono un po'...».

Il messaggio che è passato? «Che il cattivo comportamento di pochi si ferma facilmente - chiudono il cerchio le insegnanti -. Non solo: le due classi hanno dimostrato partecipazione attiva, creato nuove o più solide relazioni di amicizia, sviluppato nuove responsabilità e intessuto una rete di supporto. Hanno trasformato qualcosa di negativo in virtuoso: la cittadinanza attiva parte da giovani. E crediamo che da adulti continueranno ad essere disponibili». Sempre pronti e pronte al «passo avanti».

Chiara Cacciani

© Riproduzione riservata

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