×
×
☰ MENU

SCUOLA

Il «Viaggio della memoria» per i ragazzi di Sanvitale, Romagnosi e Marconi

Il «Viaggio della memoria» per i ragazzi di Sanvitale, Romagnosi e Marconi

26 Giugno 2022,03:01

A fine anno scolastico e dopo due anni di stop, un viaggio della memoria al confine orientale, che ha visto una settantina tra studenti, insegnanti, attraversare i territori, teatro dei drammatici eventi che segnarono il secondo conflitto mondiale in quell’area. Fossoli, Gonnars, Lubiana, Begunje, Trieste, Basovizza, Pirano i luoghi visitati. Il supporto storico-didattico del progetto è stato dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea. E il sostegno finanziario dell’Assemblea Legislativa della Regione.

Liceo Sanvitale

Un viaggio ai confini della memoria apparentemente lontana da noi ma di fatto più vicina che mai. Intraprendere questo percorso ci ha permesso di ampliare la nostra visione della guerra, dell’odio, del nemico e degli innocenti. È chiaro che quello che per noi è stata una sconfitta per altri è stata una vittoria e quello che per noi è stato un massacro per altri è stata giustizia. Ma non è chiaro il motivo per cui tale memoria viene istituita solo per alcuni. Nel modo più oggettivo possibile siamo riusciti a mettere sotto una grande lente d’ingrandimento tutte quelle memorie che possiamo definire personali, la memoria socialista slovena, quella fascista italiana, la memoria legata agli eccidi delle foibe, quella legata agli ebrei italiani e via dicendo. Grazie alla nostra lente d’ingrandimento siamo riusciti a collegare nel modo più adatto il filo conduttore del nostro viaggio, ovverosia la memoria universale. La nostra traversata ci ha portato in luoghi diversi, per cultura, lingua e ideali, ma una cosa era presente in tutti, il passaggio atroce della guerra. Una guerra che ha portato tristezza, morte, fragilità, insicurezza. Una guerra che non ha guardato in faccia nessuno, né i «cattivi» né i «buoni», trasformando ogni persona in una vittima. Ma chi è stato veramente il buono e chi il cattivo?

Gaia Gennari

Un viaggio che ci ha portato a una crescita personale. La prima tappa è stata il campo di Fossoli, nato come campo di prigionia per i militari, trasformato poi in campo di concentramento ebrei. Primo Levi ci racconta della sua esperienza a Fossoli nelle prime pagine di «Se questo è un uomo». La natura si sta impossessando del campo e si stanno svolgendo dei lavori di ristrutturazione per rimediare a ciò. E una studentessa ha detto: «sembra che la natura voglia riprendersi questo posto e tutte le sue sofferenze». Durante il secondo giorno abbiamo visitato il museo nazionale di Storia contemporanea a Lubiana, questa visita ci ha fatto vedere la storia da un'altra prospettiva, che non è quella che studiamo sui libri. Nel pomeriggio ci siamo spostati verso Begunje dove abbiamo visto le prigioni degli ostaggi. All'interno delle celle erano presenti le scritte fatte dai prigionieri, in particolare in una cella abbiamo trovato una poesia che recita testuali parole «quando mia madre mi ha partorito, non sapeva che avrei sofferto, mi avrebbe messo subito nella tomba per non guardare questo orribile inferno». Vicino alle celle si trova il cimitero, gli occhi cadevano a terra sulle centinaia di nomi. Infine abbiamo visitato la Risiera di San Sabba, luogo di eliminazione per prigionieri di ogni etnia, l'unico in Italia con forno crematorio. Sono rimaste moltissime cose che possono testimoniare la sofferenza vissuta dalle persone durante quel periodo, e sapere ciò serve per far sì che la storia non si ripeta.

Alexandra Szilagy

Liceo Romagnosi

La lezione più preziosa di questo Viaggio della Memoria al confine italo-sloveno è stata la possibilità di osservare da vicino alcune testimonianze di pagine della storia italiana di cui raramente si parla in modo approfondito, pagine a volte oscure e poco nobilitanti. Nel cimitero cittadino di Gonars esiste un sacrario (costruito su iniziativa del governo iugoslavo negli anni '70) che contiene i resti di centinaia di cittadini croati e sloveni internati nel campo di concentramento edificato dal regime fascista nel 1941, e inizialmente destinato ai prigionieri di guerra russi. A partire dall’anno successivo, però, nel campo furono internati civili provenienti dalla «Provincia italiana di Lubiana», ovvero il territorio sloveno occupato dall’esercito italiano dopo l’invasione nazifascista del ‘41. Le condizioni dei prigionieri, che nel corso del ‘42 e del ‘43 diventarono migliaia, erano estremamente rigide, ben riassunte dal seguente principio enunciato dal generale Gastone Gambara: «Campo di concentramento non è campo di ingrassamento. Individuo malato > individuo che sta tranquillo». Nel settembre 1943, infine, con la resa dell’esercito italiano e l’armistizio con gli Alleati, il campo cessò di funzionare e i prigionieri furono liberati. Acquisire consapevolezza della storia di Gonars e degli altri campi italiani destinati all’internamento di iugoslavi - così come dei crimini di guerra italiani nelle colonie africane - può contribuire a ridimensionare il mito degli «italiani brava gente». 

Riccardo Iorio

L’opportunità principale fornitaci da questo Viaggio della Memoria è stata la possibilità di essere partecipi di due diversi punti di vista, esperienze ed opinioni da parte dei due fronti coinvolti nella strage delle foibe e nella Giornata del Ricordo. Non solo abbiamo avuto l’occasione di visitare luoghi della memoria italiani, ma anche musei sloveni, che raccontano la storia di un popolo a noi sconosciuto in modo approfondito e personale, non nascondendo il vissuto dei cittadini sloveni anche nei suoi più crudi dettagli (per esempio le deportazioni, continue migrazioni e instabilità), così come è avvenuto anche alla Risiera di San Sabba, dove ci sono stati illustrati il campo e le sue funzioni. Non sempre si è in grado di soffermarsi su questa pagina della storia a livello scolastico, nonostante la strage delle foibe sia un avvenimento molto vicino a noi sia nello spazio che nel tempo, proprio per questo il viaggio al confine orientale ha avuto modo di ampliare il nostro orizzonte su quel periodo storico e aiutarci a contestualizzare il territorio di Trieste e del suo confine. Questo viaggio ha chiarito anche cosa rappresenti un territorio di confine, di cui spesso si ha una concezione imprecisa: non è una scissione netta e inscalfibile tra due territori separati, ma piuttosto un punto di incontro tra culture, lingue e contesti differenti, dove le storie di persone si incrociano e legano. È ciò che abbiamo visto nella prigione di Begunje, in cui erano rinchiusi partigiani sloveni vittime dei nazisti, ma che nel loro immaginario collettivo - e forse anche nel trauma di un popolo - identificavano con i fascisti.

Giuditta Monica

Liceo Marconi

Un viaggio intenso ed emozionante, soprattutto durante la visita alla Risiera di San Sabba: in particolare, nel momento della spiegazione delle celle, circa un metro per un metro, in cui venivano rinchiuse fino a sei persone (alcune anche di 17-18 anni, nostri coetanei). Nella mia testa iniziò a svilupparsi un ragionamento: perché noi ragazzi di oggi ci lamentiamo per qualsiasi banalità? Dove troviamo il coraggio per giudicare e criticare qualche piccolezza, quando nemmeno cento anni fa ragazzi neo-maggiorenni venivano torturati e imprigionati in condizioni disumane? Avevano comunque l’ardore di proteggere i propri ideali anche se questo li portava quasi sempre ad una dolorosa e ingiusta morte? Non ho trovato un’effettiva risposta a tali quesiti, quanto una considerazione: forse, noi tutti, dovremmo farci un esame di coscienza e prenderci le nostre responsabilità, così come fecero coraggiosamente i deportati. Confrontandomi con i miei compagni, questo luogo di Memoria è ciò che ha colpito all’unanimità l’interesse della classe.

Fabio Magnani

È stato un viaggio caratterizzato dal silenzio. Un silenzio particolarmente presente nelle prigioni di Begunje na Gorenjskem. Luoghi angusti dove erano detenuti oppositori politici e civili (anche minorenni): persone comuni che ebbero il coraggio di lottare in nome della propria patria, mettendo da parte la propria identità… fino a perderla. Presso la località slovena abbiamo visitato 10 celle, ognuna delle quali ospita le incisioni scalfite dai carcerati durante i loro ultimi giorni di vita. Qui vennero imprigionate 12.000 persone, 900 furono fucilate in loco e le restanti vennero deportate nei campi di concentramento in Germania. Ci siamo interrogati sul vero significato delle incisioni: un modo per comunicare con il prossimo? Un modo per alleviare il proprio dolore? Purtroppo non siamo riusciti a giungere ad una conclusione poiché ogni scritta ha un significato talmente profondo e personale da non poter essere decifrato correttamente. Preghiere, inni alla pace, poesie dedicate alla donna amata o ai propri cari, liste dei nomi dei prigionieri, calcoli, figure geometriche, semplici disegni da cui traspira il sentimento di speranza, speranza nel prossimo e nel futuro, nonostante gli autori fossero consapevoli del destino impetuoso che li attendeva.

Sara Puglia

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI