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NEURONI SPECCHIO

Trent'anni fa la scoperta parmigiana che ha rivoluzionato le neuroscienze

Trent'anni fa la scoperta parmigiana che ha rivoluzionato le neuroscienze

di Giovanna Pavesi

07 Luglio 2022,03:01

Il titolo della review, pubblicata martedì su Trends in Cognitive Sciences, è emblematico e rivelatore dell’eredità di una scoperta, quella dei neuroni specchio, che da 30 anni contribuisce a trasformare e ad arricchire la ricerca nelle neuroscienze (e non solo).

Si chiama «Mirror neurons 30 years later: implications and applications» e per scriverla Vittorio Gallese e Luca Bonini, entrambi neuroscienziati e docenti di Psicobiologia e Psicobiologia fisiologica all’università di Parma, insieme ai due ricercatori, Cristina Rotunno ed Edoardo Arcuri, hanno impiegato due anni.

«È sempre molto difficile tradurre una scoperta scientifica in conseguenze drastiche, ma da quella dei neuroni specchio in poi è nata una nuova branca delle neuroscienze, cioè le neuroscienze sociali che, di fatto, prima non esisteva – ha spiegato Gallese che, nel 1992, insieme a un gruppo di ricercatori dell’ateneo di Parma, coordinati dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, scoprì l’esistenza di questa classe di neuroni -. Nel 1995 usciva il primo lavoro di Luciano Fadiga, fatto a Parma, che dimostrava, in maniera indiretta, come un meccanismo di rispecchiamento ce lo avessimo anche noi umani (oltre ai macachi, ndr) e che ha consentito di descrivere una modalità di relazione tra le persone, una forma di comprensione diretta del comportamento, delle sensazioni e delle emozioni dell’altro che, fino a quel momento, era rimasta un po’ lettera morta nella ricerca scientifica, perché fino alla nostra scoperta si tendeva a immaginare la nostra capacità di capire gli altri come una funzione altamente cognitiva. Noi abbiamo sdoganato una comprensione empatica dell’altro e questo poi ha avuto tutta una serie di ricadute in ambiti di ricerca apparentemente molto lontani dalla neurofisiologia: per esempio, abbiamo iniziato a studiare aspetti della psicopatologia e della psicosi schizofrenica».

Bonini, che dopo due finanziamenti milionari dallo European Research Council ha appena ricevuto un ulteriore finanziamento di 400 mila euro per cinque anni dal ministero dell’Università e Ricerca per proseguire gli studi sulla scimmia, racconta che per la pubblicazione ha studiato (e raccolto) le diverse implicazioni di quei primi lavori. Trent'anni dopo, sottolinea come attraverso un’analisi della letteratura derivata dai soli primi cinque studi principali legati ai neuroni specchio ci sia molto da dire sull’uomo.

«Su migliaia di studi che li citavano, oltre il 90% sono legati a soggetti umani: partendo, quindi, da lavori di ricerca di base sulla scimmia, ne è derivata una letteratura di migliaia di altri studi, che va dalle tecniche di neuro-immagine a tecniche comportamentali, quindi, per la maggior parte non invasive, che hanno riguardato soggetti umani e una frazione considerevole di pazienti: da persone con autismo a chi ha disturbi neurodegenerativi, fino ad arrivare a soggetti con problematiche di tipo ortopedico o danni cerebrali – chiarisce Bonini, che lavora in questo campo da 20 anni -. Il bilancio che si può fare oggi è che pochi singoli lavori sul modello animale e sulla scimmia hanno portato a una divergenza di aree di ricerche con un impatto molto più profondo sulla base clinico-riabilitativa e di ricerca di base sull’uomo».

Nella review è stata costruita una figura che mostra tutti gli ambiti (dalla percezione al dominio del linguaggio, dalla cognizione sociale alle emozioni) sia in termini di ricerca di base che di applicazioni sulle quali la scoperta ha avuto un impatto. «Abbiamo provato a fare una sorta di esperimento letterario, andando a identificare che cosa è derivato da questi cinque lavori sulla scimmia e il risultato è stato estremamente impressionante, perché proprio la vastità e la pervasività di questo impatto era, certamente, inimmaginabile nel momento in cui i primi ricercatori che si sono imbattuti in queste cellule hanno cominciato a lavorare per descriverlo, con l’unico e principale interesse di capire un meccanismo di funzionamento del cervello dei primati e senza ancora poter immaginare a che cosa avrebbe portato».

«Nessuno di noi, 30 anni fa, quando siamo entrati in laboratorio prevedeva che il risultato di quelle giornate ci avrebbe portato a parlare di neuroriabilitazione, schizofrenia o di estetica – ha confermato Gallese -. Era imprevedibile e questo è uno dei punti di forza della ricerca di base: ti poni degli obiettivi e degli interrogativi e poi essa ti fa scoprire elementi che non cercavi. La bravura del ricercatore sta nel rendersene immediatamente conto e nel capire su che cosa ha messo le mani. Nel nostro caso, questo è avvenuto da subito ed è uno degli aspetti che rende così affascinante il nostro mestiere. La sorpresa è sempre dietro l’angolo e bisogna essere sempre pronti a coglierla».

© Riproduzione riservata

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