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Ghiaccio e ombra: i rimedi di quando non esisteva l'aria condizionata

Ghiaccio e ombra: i rimedi di quando non esisteva l'aria condizionata

25 Luglio 2022,03:01

La saggezza, anche per combattere il caldo, veniva dai borghi e dalle case di campagne dove le donne sapevano come affrontare gli eccessi climatici estivi. Ed allora, coniugando antichi saperi tramandati dalle loro vecchie, le «rezdóre» erano in grado di mantenere, all’interno della casa, una temperatura accettabile tenendo «il fnéstri in fildùra», oppure chiudendo nettamente gli «scur» e dando aria nei momenti giusti. Insomma, avevano inventato il «condizionatore fai da te». Ma ci pensate, solo per un momento, i nostri nonni armeggiare con un impianto di aria condizionata? Sarebbero impazziti. L’essere costretti a chiudere le finestre in piena estate con quell’aria gelida che sibila da «boffoni» sistemati nelle parti più impensate delle stanze e tali da scatenare certi dolori artritici da urlo. No, decisamente, non era certo roba per loro. E non è che le estati, un tempo, fossero meno calde. Anzi! Le estati moderne, in fatto di caldo non scherzano, ma sono altalenanti, capricciose, matte. Un po’ come la gente.

Dopo giorni di caldo africano, un nubifragio (ormai di temporali normali non ne esistono più e, quando si abbattono su questa povera terra, fanno un sacco di danni) fa scendere vertiginosamente le temperature facendo buscare accidenti sia a grandi che a piccini. Ed allora, come facevano i nostri nonni a difendere le loro case dall’offensiva del caldo? A questo punto entrava di scena la «rezdóra», non solo vestale del camino e dei fornelli, ma angelo della casa a tempo pieno, la quale era in grado di combattere anche l’afa.

C’è da premettere che le case di una volta erano dotate di muri robusti e non erano una sorta di alveari come le moderne abitazioni che, saranno anche antisismiche e razionali, ma sono dotate di muri che, senza essere invadenti o curiosi, consentono di conoscere tutte le mosse discrete e indiscrete del vicino. Figuriamoci se non fanno passare il caldo! Appena alzata, la «rezdóra», (la sveglia era solitamente alle cinque), apriva tutte le finestre per fare entrare la brezza sottile del mattino e poi, quando il sole cominciava a spuntare, aveva cura di socchiudere o addirittura chiudere quegli scuri martoriati dai raggi solari, magari tirando anche le tende in modo che diventasse una camera oscura e tenesse ben immagazzinato il fresco incamerato nel primo mattino. Le altre finestre all’ombra venivano spalancate fino ad una certa ora e, alla fine della mattina, venivano socchiuse in modo tale che il caldo non entrasse, ma regnasse sempre quella penombra in grado, anche nel pomeriggio, di portare un po’ di refrigerio che profumava di quella frutta contenuta in un piatto, in campagna in un cestino di vimini, coperta da un «boràs» (canovaccio) per proteggerla dalle mosche.

Ad esempio, le vecchie canoniche vegliate dalle premurose «perpetue», nei mesi estivi, non erano mai calde. E, siccome il prevosto, solitamente non magro, soffriva tanto l’afa, la stanza da pranzo e la camera da letto erano sapientemente refrigerate dalla «perpetua» attraverso questi equilibrismi di luce e di aria per mantenere sempre una temperatura accettabile.

Alla sera, quando il sole stava calando e cominciava ad alzarsi quella rinfrescante brezza vespertina, specie in campagna, la «rezdóra» apriva tutte le finestre per arieggiare e per fare entrare un po’ di ristoro anche se le insidie non mancavano causa lo sgradito ingresso, nelle varie stanze, di zanzare o, peggio ancora, di pipistrelli. Il rito vespertino della massaia, se d'inverno si concretizzava con l’accensione del «prete» da inserire sotto le coperte del letto, in estate si materializzava con il caro-vecchio «Flit» (ricordate la pubblicità «Ammazza la mosca col Flit»?) che veniva spruzzato nelle stanze da letto nel tardo pomeriggio con un apposito aggeggio, una sorta di stantuffo, con un serbatoio nella parte finale del tubo dal quale fuoriusciva uno spruzzo nebulizzato dall'odore pungente che, come si suol dire, «tacäva in gola». Mosche e zanzare erano talmente nauseate da quel puzzo che, o scappavano, oppure crollavano.

Altri antichi rimedi per scacciare le zanzare erano quelli di strofinare gambe e braccia con foglie di «erba luisa» o dell'erba menta «di fòs» oppure con le foglie «dil tomàchi». Un altro fedele compagno delle notti estive dei nostri nonni era lo zampirone che, tutta notte, come un vecchio ed incallito fumatore, emetteva quel sottile fil di fumo in grado di far fuggire zanzare e pappataci. Non certamente quelli del Po, del Taro o dell’Enza poiché, le zanzare dei fiumi, dei torrenti e dei canali, sono sempre state più «codigne» di quelle di città. Un'altra alleata della «rezdóra», in estate, era la «moschera», ossia una gabbietta con intelaiatura fatta di legno abbracciata da una rete a maglie fittissime che non consentiva a mosche e moscerini di posarsi sui cibi.

L’ultimo artigiano che realizzava le «moschere» fu l’indimenticato Raffaello Gandolfi di Monchio delle Corti, un vero artista del legno. E, se in alcune case, la «moschera» difendeva dalle mosche e da altri insetti, in altre, dove l’igiene e le condizioni socio ambientali lasciavano molto a desiderare, poteva rappresentare anche una valida difesa dai ratti affinché questi ultimi non andassero ad intaccare quei cibi avanzati che, con tanta parsimonia, la «rezdóra» custodiva nel suo tabernacolo casalingo. La «moschera», solitamente, era posizionata nell’angolo più riparato della cucina. Ovviamente, in estate, veniva sistemata nella zona più fresca, mentre in inverno poteva essere collocata nella stanza fredda, ossia quella non riscaldata da camini o stufe o, addirittura, veniva appesa nel balcone o fuori dalla finestra rappresentando il frigidaire ante litteram.

Ma cosa veniva conservato dentro la «moschera»? In estate, ad esempio, il minestrone che avanzava a mezzogiorno veniva travasato in una terrina e conservato per la sera, come pure la frittata che si gustava fredda per cena con l’insalata, qualche pezzo di formaggio, la verdura cotta e altri cibi che non temevano un rapido deterioramento. Nelle ville padronali, la servitù, nelle proprie abitazioni avrà anche fruito della «moschera» ma, per conservare i cibi, esistevano «al giasäri», una sorta di bunker scavati sotto terra, completamente avvolti da gaggie o altre piante che, in inverno, venivano stipati di neve la quale, in quegli antri bui, durava tutto l’anno. In città, in aiuto alle «rezdóre», c’era la Palmira, la venditrice di ghiaccio che, in sella al suo trabiccolo a pedali, trasportava le algide colonne e le consegnava a domicilio caricandosele sulle spalle protette da un telo di juta. Anche il pollaio, nei mesi caldi, doveva essere arieggiato, altrimenti quelle povere bestie, specie di notte, avrebbero patito le pene dell’inferno. A parte il fatto che ogni pollaio che si rispettava era riparato da una pianta di fico, da un gelso e da un noce che, con loro foglie, lo proteggevano dai raggi solari, la «rezdóra», proprio quando il caldo faceva sul serio, apriva quelle finestrelle sgangherate di legno facendo ben attenzione che la rete protettiva tenesse, in quanto quel minuscolo pertugio poteva rappresentare un comodo ingresso per la faina e anche per qualche piccola volpe.

In campagna l’acqua del «sambòt» era sempre fresca perché arrivava dal pozzo e, quindi, non c’era bisogno di alcun stratagemma per rinfrescarla. In città, invece, quella dell’acquedotto, fresca non era, ed allora la si faceva filare in modo tale che si mantenesse accettabile. E, dentro quella bacinella posta sotto il rubinetto, galleggiavano una mezza anguria, un pacchettino con il burro e l’immancabile bottiglia di bianco o rosso.

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