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«Il giorno di Bergonzi»: se Vidalenzo è la Macondo del Tenorissimo

«Il giorno di Bergonzi»: se Vidalenzo è la Macondo del Tenorissimo

di Vittorio Testa

26 Luglio 2022,03:01

Brucia l’ulivo santo per Carlo Bergonzi, per sviare i nembi scuri dei tornado che minacciano di abbattersi e devastare una Bassa già arsa dall’estate torrida dei 40 gradi, Massimo Spigaroli, il sindaco di Polesine-Zibello. La qual cosa impedirebbe la celebrazione più suggestiva del «Giorno di Bergonzi», davanti alla chiesa di Vidalenzo, sulla spianata che diventa una platea risuonante del concerto in memoria del più grande tenore verdiano del Novecento.

«Ricordare qui, davanti al tempio che ha segnato la vita del grande Carlo, dal battesimo all’ultimo incenso» dice il superChèf sindaco Spigaroli, «è stata già per tre volte un’emozione unica». Certo un cielo sordo e privo di caritatevole olfatto farebbe scattare il piano alternativo: concerto nel Teatro Pallavicino a Zibello, una nicchia settecentesca da 120 posti. Ma Vidalenzo è la Macondo dei Bergonzi Buendia, e il Po è il Mississippi di Carlo Tom Sayer. In uno scenario di cento passi sono racchiusi novant’anni di vita. La cascina natale; la scuola elementare; il caseificio dell’insorgenza sdegnosa; il negozio degli Aimi, la famiglia di Adele, bella ragazza portata all’altare nel 1950. Lui, Carlo, otto anni fa l’hanno sistemato nel camposanto dietro la chiesa. Un cimitero collocato all’ingresso principale del paese - un chilometro di case prospicienti via Mogadiscio, strada a biscia tra gli argini dell’Ongina e del Po- forse per una sorta di naturale ammonimento ma anche di continua partecipazione alla vita: il cancello è sempre aperto, c’è sempre qualcuno che cambia i fiori al trapassato all’eterna quiete: Carlo sta tra gli austeri marmi della cappelletta degli Aimi Bergonzi, una targa di ottone avvisa dell’importante ospite: sì, ne ha fatta di strada il ragazzino che portava quintali di carbone al caseificio Allegri. Sì quello del supplizio di Carlo undicenne messo a spalare carbone, il Carletto che canticchia per non sentire la realtà, ripete le arie che un po’ tutti quei pazzoidi di abitanti posseduti dalla melomania canticchiano, la Donna è mobile, Libiamo, L’amore è un dardo, Cortigiani vil razza dannata, Bella figlia dell’amore. Arie adattate: ho sentito con le mie orecchie una voce femminile acconciarsi l’Addio del passato nella Traviata personalizzando la vicenda in «Addio del passato, morettino mio, no non ti amo più»: mille volte meglio che “il corretto ma non vissuto”.

Carletto dunque canticchia per sublimare la dura realtà: che si personifica nel padrone casaro greve di ottocenteschi sdegni: oeilà garzone, o lavori o canti! E Carletto nel quale sta prendendo alloggio il demone buono del Destino: ah sì? Allora canto! Siamo nel 1935. Dovranno passare sedici anni di vita dura, due dei quali addirittura di prigionìa in Germania; poi il Conservatorio, l’esordio: ma da baritono! Quel daimon del destino che faceva? Aveva smarrito la cartina con su il percorso del suo assistito? Chissà. Ma l’assistito ci pensa lu, da sé. E’ un pazzo buono, carattere fulminino ma dolce, testardaggine e talento, una quercia bassaiola che nessun fortunale potrà abbattere. Si eclissa in una clausura clandestina per tre mesi. Non ha una lira per il pianoforte e con un diapason, giorno dopo giorno, fa di se stesso un tenore.

Detta così è semplice: ma è una cosa miracolosa, da barone di Munchausen onesto. Eccolo il Carlo che si presenta dall’impresario, abituato a procuragli scritture da baritono. Il segretario è di Colorno, paese di origine della madre di Carlo, Amalia. Il boss sta salendo le scale, il complice colornese fa un fischio. Carletto, che adesso ha 27 anni ed è alimentato da una corrente ad altissima tensione, si mette al piano, attacca «l’Improvviso» dell’«Andrea Chenier» e canta davanti al “dottor Colombo” che sta incredulo a bocca aperta. «Voglio un ruolo da Chenier» dice Carlo il temerario. «Ce n’è uno proprio qui vicino a Piacenza», fa l’impresario. «Per carità! No, troppo vicino», spiega Carlo il Temerario e pure Pazzo: «Se fallisco deve accadere in capo al mondo, perché nessuno, nemmeno mia moglie, sa della follia che sto facendo!». E allora sarà Bari, al Teatro Petruzzelli, che Bergonzi nasce tenore. Un’impresa titanica. Facciamo un esempio: siete un calciatore ambizioso, fate un provino. Avete come prova da superare quella di marcare Pelè, Maradona e Van Basten insieme. O se siete un ciclista dovrete guadagnarvi l’ingresso al professionismo battendo il record mondiale dell’ora. Ignara del marito che sta pazziando nel Levante, la moglie Adele è dai suoi a Vidalenzo, incinta di Maurizio, il primogenito. Oltre che Temerario e Pazzo, Carlo Bergonzi è anche un Burlone. «Mi aveva spedito una recensione nella quale il critico scriveva “buono l’Andrea Chenier di Bergonzi”. Ma che sbaglio enorme, dicevo io, a Bari non sanno che Bergonzi è un baritono?». Dunque il Temerario aveva deciso di gettare la maschera soltanto dopo aver raggiunto un piena affidabilità del ruolo. E il 12 gennaio svela l’arcana novità a Adele, la quale gli fa sentire i primi vagiti di Maurizio. Siamo nel gennaio del 1951 e qui comincia l’avventura del nostro eroe senza paura. Successi, applausi, premi, ovazioni, amato dai più grandi direttori d’orchestra, Carlo ha il mondo ai suoi piedi. E pensare ai temibili concorrenti che ha avuto: Corelli, Di Stefano, Domingo, Carreras, Poggi, Tagliavini, Tucker, Prandelli, Kraus, Bijorling, Vinay, e Del Monaco. Quest’ultimo generoso con Carlo al punto da lasciargli due sere al Metropolitan.

Sì, se il cielo ha un po’ di sale zucca, stasera metterebbe a nanna il tornado, per consentire ai famigliari e agli amici di salutare Carlo Bergonzi, uomo che è vissuto due volte, anzi tre. Artista fine come nessun altro, capace di porgere al pubblico con intensità e grazia. Molte belle voci sono in grado di emozionarci. Carreras con il suo eroismo con lacrima incorporata. Domingo con il fascino di un Eros mediterraneo. Pavarotti con la sua lucentezza di timbro. Del Monaco con il granito e il ferro della sua vocalità potente. Di Stefano con il miracolo di una chiarità lunare cantata da una voce vibrante. Ma nessuno ha mai avuto la capacità di Bergonzi di avvincerti con un racconto ricco di sfumature e perle vocali, un legato e un fraseggio finissimi, con un’eleganza innata e un senso musicale straordinario. Ascoltare Bergonzi è scoprire di avere un amico felice di essere al mondo che vuole condividere con te questa sua sublime felicità esistenziale mediante un’arte sopraffina. Per questo non possiamo non dirci bergonziani. E invocare che il cielo metta giudizio, almeno per stasera.

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