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Editoriale

Il difficile gioco delle alleanze

politica

di Stefano Pileri

13 Agosto 2022,08:32

C’è chi è pronto a scommettere che la convivenza fra Carlo Calenda e Matteo Renzi sarà molto difficile. E, visti i rispettivi caratteri, non è certo una previsione azzardata. In ogni caso, in questa inedita estate elettorale, i due sono stati costretti a trovare un’intesa in extremis e a dar vita a un polo riformista che ha come faro e come punto di riferimento l’esperienza di Draghi a Palazzo Chigi. Niente populismi e tanta concretezza sono le parole d’ordine dell’alleanza, a cui darà il proprio contributo anche l’ex sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Un‘alleanza che punta ad allargare quella che un tempo era l’anima riformista del Pd per dar vita al «terzo polo».

O biettivo ambizioso, quello di Renzi e Calenda, almeno secondo i sondaggi che finora sono unanimi nell’assegnare il terzo posto al Movimento 5 Stelle. «Più che il terzo, è il quarto polo», ha fatto notare con una punta di malizia Antonio Tajani, di Forza Italia. Si vedrà il 25 settembre.
In ogni caso, a questo punto, salvo sorprese dell’ultima ora, la griglia di partenza delle prossime elezioni politiche è completata. Ed è la palese dimostrazione che in quello che un tempo era il centrosinistra a vincere sono, per l'ennesima volta, ripicche, gelosie, vendette ed estremismi. Non che nel centrodestra fino a qualche settimana fa andassero tutti d’accordo. Anzi. Questa legislatura è stata un susseguirsi di scontri e polemiche fra Salvini, Meloni e Berlusconi. Dalla composizione dei governi alla partita sul Presidente della Repubblica, sono davvero rare le occasioni in cui si sono mossi di comune accordo. Ma, come per incanto, quando arriva il momento di affrontare le elezioni, ritrovano improvvisamente l’unità. Sarà di facciata, come li accusano gli avversari. Ed è vero che, quando si sente profumo di vittoria, è facile andare d’accordo.

Ma è innegabile che i leader del centrodestra sembrano aver messo da parte, almeno per ora, rivalità e rancori – che pure esistono. L’immagine che ne esce è quella di una coalizione vera e non di un’alleanza - come quella tra Pd, Verdi e Si - che è nata fin dall’inizio, per ammissione degli stessi ideatori, senza l’obiettivo di governare insieme e senza un programma comune, se non quello di contrastare le destre. Mentre gli avversari si perdono fra litigi e polemiche degli avversari, Berlusconi, Meloni e Salvini raggiungono l'intesa sul programma di coalizione. Quindici punti, anticipati ieri. Alcuni piuttosto vaghi, altri chiari su Europa e Alleanza atlantica. O le garanzie sulla realizzazione del Pnrr. Quel che serve a rassicurare i partner internazionali e i mercati. Pochi punti d’attacco ben definiti: tasse e immigrazione prima di tutto. Programmi che saranno poi declinati con sfumature diverse dai vari partiti, tanto da andar bene a elettorati con sensibilità diverse. In più, a dispetto delle speranze degli avversari, Giorgia Meloni per ora sta dimostrando senso della misura e capacità di leadership. E si sta accreditando non solo in Italia ma anche all’estero. Non era facile per lei viste alcune sue «amicizie» internazionali e certe anime nostalgiche che, soprattutto in alcune zone, costituiscono una parte non irrilevante del suo partito. Ma, almeno per ora, ci sta riuscendo.

Sul fronte opposto i vari leader (o presunti tali) sembrano molto più impegnati nei propri regolamenti di conti, che nella sfida elettorale con il centrodestra. Ne sono una dimostrazione le polemiche e i personalismi che hanno accompagnato le trattative di queste settimane. Con capi partito attenti prima di tutto a garantirsi un posticino per sé e per i propri fedelissimi e poi, se possibile, a cercare di tagliare le gambe al rivale di turno. Tutti attenti solo alla percentuale che raccoglierà il proprio simbolo. Enrico Letta lo ha anche detto: «L'obiettivo è essere la prima lista». E così gli altri. Incuranti del fatto che il sistema elettorale - ideato dall’allora Pd (ora Italia Viva) Ettore Rosato - è un contorto mix tra proporzionale e maggioritario. Si può criticarlo fin che si vuole, ma – visto che non è stato cambiato - con questo si voterà. Non costruire coalizioni in grado di vincere nei collegi uninominali e consegnarli quasi tutti agli avversari è il modo migliore per non entrare mai in partita e garantirsi cinque anni di opposizione.

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