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Sfide a bocce e allegria, c'era una volta il Ferragosto

Sfide a bocce e allegria, c'era una volta il Ferragosto

di Lorenzo Sartorio

15 Agosto 2022,03:01

Metti un campo da bocce sotto fronzuti tigli, un ferragosto autarchico metà anni cinquanta e gli amarcord galoppano. Se, oggi, ferragosto, coincide per tutti con vacanze anche nei posti più sperduti del pianeta, se nelle città anche le cicale, per quel giorno, si astengono dal loro monotono canto ed i negozi hanno le saracinesche blindate, anni fa, il giorno più vacanziero dell’anno, si poteva trascorrere anche in città. Ne sa qualcosa chi era ammesso al sacro rito del mitico oste Gino Picelli in borgo Marodolo che apparecchiava i tavoli nel borgo servendo «badilädi äd lazagni» e la sua inarrivabile «buzéca».

Ferragosto era anche festeggiato nei campi da bocce del circolo «Aquila» ubicati in viale Duca Alessandro, attigui al «Bar Polisportivo», all’ombra del «Tardini» e del Petitot, che radunava tanti avventori molti dei quali tifosissimi del Parma. Ed anche nel pomeriggio avanzato del 15 agosto uomini in canottiera, rossi come gamberi, alcuni con il volto cotto dal sole e certe rughe sul collo simili a rigagnoli, forti come le querce e con certe mani simili a badili, si sfidavano in interminabili partite che avevano come colonna sonora il cozzare dalle varie bocciate, ossia di una boccia contro l’altra, o contro le assi di legno che delimitavano i vari campi dal fondo sabbioso. Ed allora, ad un tiro di schioppo dal «Tardini», tra campi, prati ed un canale che tagliava in due quello che sarebbe poi divenuto un quartiere residenziale, uno Stradone a dimensione d’uomo e non ancora assediato da auto e moto, lì, in quel mondo piccolo, si davano appuntamento mitici giocatori di bocce nei quattro campi tirati a lucido con un apposito telo dall’anziano custode «Montanén». Alcuni nomi di questi campioni: Saccani (dal sigaro perennemente incollato alle labbra sia acceso che spento), il filiforme Bresolin, l’ossuto Trifirò, l’infallibile bocciatore Bruno Manghi. Ed ancora: Italo e Bruno Curti, Enrico Rossi, Lodovico Rampini (titolare dell’antica e omonima tintoria di piazzale San Lorenzo), Ermes Melegari («Briciola»), Luigi Adorni, Alfredo Tassi, Aldigeri, Ficarelli, Gonzi, i fratelli Casalini e Aldo Curti, gloria crociata ed indimenticato vice direttore della Gazzetta di Parma.

Un ferragosto del millenovecento..anta, mentre iniziava per il custode dei campi la liturgia della loro pulitura ed i giocatori riponevano le bocce nei loro astucci, a qualcuno venne un’idea. «Ragas - esordì - n’al sìv miga che incó l’é feragòsst? E al lasèmma pasär asci?». Ricevuto l’entusiasta consenso dei presenti, l'uomo, che abitava a pochi metri dai campi, inforcò la bici per fare ritorno, dopo poco, con un paio di salami e un «méz nàdor arost» che la moglie aveva portato in tavola a pranzo. E il pane? Siccome il bar ne era sprovvisto, data l’ora, ad un altro venne la brillante idea: «A 'n vót miga che Primo, al fornär äd via Viotti, al n'é sia béle 'rivè in-t-al fóron e al n'é sia béle 'drè impastär par dman? Vót che al n'é gabia miga 'na micca dal pan dòppi äd jér?» Detto fatto in motorino (aveva un «Motom») si fiondò dall’amico Primo che, come previsto, era nel proprio forno, quindi la missione fu portata felicemente a termine. Il vino, ovviamente, non poteva mancare in quanto il «Bar Polisportivo» ne era più che provvisto mentre, per quanto concerne l’immancabile «anguria», fu acquistata dall’«anguriär dal Stradón» e messa subito a galleggiare in un «sój» d’acqua per mantenerla fresca. Fu così ed alla buona, ma più che altro all’insegna della più schietta parmigianità, che fu celebrato il caldissimo pomeriggio di uno spartano ferragosto anni cinquanta mentre il sole, finalmente, dava segni di cedimento nascondendosi dietro gli ippocastani di uno Stradone quasi deserto percorso da qualche camion azzurro della «Centrale del Latte», da sparuti ciclisti che tornavano dalla gita «fuori porta» dov’ erano andati a riempire un paio di fiaschi con la freschissima acqua solforosa del Botteghino mentre l’urlo della sirena di una vicina fabbrica sanciva la fine del turno di lavoro per gli operai.

Un tavolino sotto i tigli, illuminato da una fioca lampadina sorvolata da alcune farfalle notturne, un paio di salami, «un tòch äd nàdor 'ròst» e mai contati brindisi salutavano, così, un ferragosto che se ne stava andando allegro, gioioso, semplice ed autentico come quella gente che lo aveva festeggiato.

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