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Tornato alla luce

Il tempio delle lavandaie nel cuore di San Lazzaro

Il tempio delle lavandaie nel cuore di San Lazzaro

19 Agosto 2022,03:01

«Sono nato qui nel 1946: i condomini non c’erano. C’erano 37 biolche di terra, lavorate dalla mia famiglia».

Inizia così il racconto di Luciano Vezzani, sanlazzarino di nascita, storico volontario del parco della Cittadella, grande appassionato di archeologia e attivissimo nel mondo dell’associazionismo.

Vezzani, qualche tempo fa, ha riportato alla luce il basamento del lavatoio pubblico di San Lazzaro. Realizzato dal Comune a cavallo fra il 1954 e il 1955, con sedici postazioni per lato, trentadue in totale, il lavatoio è uno dei luoghi custodi della storia di San Lazzaro.

In quartiere si è da poco creato il gruppo di cittadini «Vivere San Lazzaro e Lubiana» e, quando incontriamo Vezzani, alcuni suoi membri sono contenti come noi di ascoltare da Luciano la storia del lavatoio.

Abbandonato per anni

Dopo anni di abbandono e incuria, però, «il luogo dove faticavano le nostre nonne e le nostre madri», come tiene a sottolineare Vezzani, era stato ricoperto di terra e la tettoia inglobata nella vegetazione. Lui ha scavato per riportare la vasca in superficie. «In questa zona c’erano molte lavandaie - prosegue Luciano -: si riunivano a lavare in via XXIV Maggio, dove passava uno dei rami del Naviglio, il rio Acqualena. L’altro ramo, la Quarta, partiva all’altezza di via Newton e percorreva via Quarta per arrivare al mulino della Certosa. Ma, quando la portata dell’Acqualena calava, le massaie per lavare venivano qua nel nostro cortile, in via San Bruno (che prende il nome dai certosini di San Bruno che abitavano la vicina Certosa), dove passava un canale con acqua pulitissima che nasceva da un fontanile accanto alla casa padronale».

Luciano ricorda bene l’arrivo delle lavandaie.

«Arrivavano spingendo con fatica carriole colme di bucato - ricorda Vezzani -. L’acqua del “Malgarén”, in dialetto, tuttora esistente e bisognoso di pulizia sulle rive, che arrivava qua, nel nostro cortile, era pulitissima e piena di tante varietà di animali: lucci, gamberi, rane, anguille e perfino pesce persico».

Per permettere alle lavandaie di lavare nell’acqua limpida del canale, senza doversi recare nel cortile della famiglia di Vezzani, il Comune negli anni Cinquanta decise di costruire il lavatoio in via San Bruno.

L'avvento delle lavatrici

«È caduto in disuso con l’avvento delle lavatrici, negli anni Sessanta - spiega Luciano -. Dato che è l’unico lavatoio pubblico rimasto a Parma, peraltro con dei supporti per la tettoia stile liberty in ghisa davvero particolari, ad agosto ho fatto domanda alla Commissione toponomastica del Comune per chiedere di installare un cartello che ne indichi il nome. Ad oggi non ho ancora avuto una risposta…».

I rifiuti nella vasca

Nel frattempo, purtroppo, dalla scorsa estate il lavatoio è stato vandalizzato già sei volte. E non è mancato chi, con maleducazione, ha pensato bene di gettare cicche di sigarette, lattine vuote e sacchetti di patatine nella vasca del lavatoio.

«Avevo messo i cuscini, l’asse e gli inginocchiatoi in legno in una delle postazioni - conclude Vezzani - ma sia gli inginocchiatoi che i cuscini sono stati distrutti. L’asse è stata più volta rimossa dal lavatoio. E non faccio in tempo a pulire che dopo poco qualcuno ha già buttato i suoi rifiuti nella vasca».

Riccardo Zinelli

© Riproduzione riservata

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