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C'ERA UNA VOLTA

La vacanza in colonia

La vacanza in colonia

di Mirella Cenni

20 Agosto 2022,03:01

In una primavera che tardava ad aprirsi al tepore mi ammalai di difterite. Avevo cinque anni. Non andavo a scuola. Dopo un lungo periodo agli Infettivi dell’Ospedale Maggiore, dove nessuno poteva venirmi a trovare, fui dimessa. Tornai alla mia via, nell’Oltretorrente, sulla canna della bicicletta di mio padre. Le giornate s’erano fatte calde e lunghe, e le lucciole riempivano gli orti. Fui accolta dagli altri bambini come un’eroina: chi frequentava la scuola era stato a casa in quarantena, e mi dissero che la mia casa e quelle vicine erano state disinfettate con gli idranti. Nella casa di via Francesco Rismondo n. 10 eravamo una folla, ma nessun altro s’era ammalato.

Le febbri avevano indebolito il mio corpo, che s’era allungato e smagrito. Alla “Mutua” di viale Basetti il dottor Ercole Negri, visitandomi la schiena, scosse la testa. Il dottor Giuseppe Banchini, che vedevo nell’inverno per le mie otiti, fu più diretto: «C’la ragasa chi la gh’a da cambjär aria». Il dottor Verdelli ne era già convinto. Non capivo. Nei giorni che seguirono, i miei genitori e la nonna parlavano sottovoce tra loro. Brutta cosa! Al mio avvicinarmi smettevano sorridendomi con rassegnazione. La cosa mi turbava.

Poi fui portata all’Ufficio Igiene del Comune, dove mi fecero una dolorosissima iniezione che chiamavano “antitetanica”. La mamma cominciò a cucire nella mia biancheria le mie iniziali e dei numeri. Cucì anche un sacco con la tela-mare blu delle tute da lavoro di mio padre, a cui mise una corda di chiusura. Mi fu regalata una bambolina di bachelite con gli occhi che si aprivano e chiudevano, e le sole braccia mobili. Ma non era nessuna festa che giustificasse il regalo. Ancora non capivo e nessuno spiegava.

Una mattina la mamma mi svegliò che il sole non era ancora uscito tutto. Mi vestì in fretta e, stretta alla sua mano, c’incamminammo svelte nella via che si svegliava: il sacco blu sulle spalle. Arrivammo al Piazzale della Stazione, dove una folla di bambini e genitori attendevano vocianti. Con l’altoparlante chiamavano i nomi dei bambini; ogni “vigilatrice” con un fischietto attendeva che si formasse la sua squadra, e si dirigeva all’interno della stazione ai vagoni destinati alla partenza. Continuò così finché il piazzale fu vuoto.

In mezzo a quel frastuono, mi trovai su un treno: era la prima volta. La mamma guardava da sotto dove mi sarei seduta, e intanto mi raccomandava d’esser brava e, per non piangere, apriva e chiudeva le narici ritmicamente. Quando il treno si mosse capii, solo in quel momento, che andavo via, sola, come all’ospedale. Cominciai a piangere disperata e nessun discorso della vigilatrice mi calmava: s’arrese e mi lasciò sfogare. Tra i singhiozzi mangiai tutta la torta che la mamma mi aveva dato in un sacchetto, per i giorni a venire. E le due pesche. E le gelatine alla frutta. Non avevo più nulla: m’addormentai sfinita per il resto del viaggio.

Fui catapultata a Viserba, in quella cosa che chiamavano Colonia della Pontificia. Credo che anche Don Giacomo Attolini, d’la Céza di Sant, avesse messo una buona parola per la mia partenza. È vero che mio padre era conduttore di caldaie a vapore (con “patentino”) all’Eridania (la fàbrica dal sùccor) convenzionata con la Pontificia; ma era anche iscritto alla CGIL, ex partigiano e socialista nenniano dichiarato. Nel cortile della Colonia un’infermiera ci accolse e fummo tutte ispezionate in testa per i pjóc (pidocchi): le bambine “con gli ospiti” venivano “trattate”, isolate e fasciate in testa con bende bianche per vari giorni, guardate da noialtre con occhi di schifo. Capivo ora perché mia madre usasse tanto aceto sulle nostre teste!

Poi entrammo nelle camerate: le ragazze più grandi presero i letti nelle posizioni migliori, distanti da quello strano baldacchino che era il letto della vigilatrice, e a giusta distanza dai servizi igienici per non sentirne la presenza. Il mattino seguente ci portarono in “guardaroberia” e ci consegnarono le divise: tutte uguali. I nostri vestiti li avremmo riavuti alla fine della nostra permanenza.

La vita della colonia era scandita da tempi che non lasciavano niente al caso. Il primo raduno avveniva, dopo esserci velocemente lavati, nel cortile per l’alzabandiera al canto di Fratelli d’Italia, preghiere e ginnastica. Poi la colazione nel refettorio: quell’odore di tanto latte caldo mi prendeva lo stomaco e mi dava nausea. Ero confusa e uno struggimento mi prendeva: dov’ero? E quanto tempo sarei rimasta lì? E a casa si ricordavano di me? Il piangere mi procurò quasi subito un’otite traumatica e così fui mandata in infermeria; dove potevo pensare a casa mia e non sentire fischietti e urla. Il dottore prescrisse subito che non dovevo fare bagni. Così raccoglievo conchiglie, bellissime, che non conoscevo. era la prima volta che vedevo il mare. Quell’immensa distesa d’acqua, dove non vedevo la fine, mi faceva sentire così lontana: era così diversa dal “Maretto” (al mär di povrett ) dove, sulle spalle di mio padre, sicura, s’andava nel fondone con l’acqua sorgiva, e l’ombra delle gaggie delineava rassicuranti confini.

Con la sera, la malinconia mi prendeva più forte, e certo non mi aiutavano i cori, che forse la stanchezza rendeva strascicati e dolenti. Ci insegnarono una canzone per l’ammainabandiera che mi turbava: «Al cader della giornata / noi leviamo i cuoi a Te. / Tu l’avevi a noi donata, / bene spesa fu per Te. / Tu nel bosco e nel ruscello / Tu nei monti, Tu nel mar, / Tu nel cuore del fratello…». Non avevo ancora cominciato la dottrina e ignoravo quel “Tu”: sentirmi vista e seguita ovunque mi dava ansia e imbarazzo. Il sabato, le bambine che avevano già fatto la prima comunione dovevano confessarsi. Seguivano le preghiere di penitenza. Le bambine, più grandi erano, più preghiere avevano da dire.

Dopo qualche giorno dall’arrivo ci “rinfrescarono”: si evitava di dire “purgare” credo anche per non ricordare “purghe” storiche di recente passato. A quei tempi i bambini venivano spesso “rinfrescati”: se avevi il mal d’orecchi, se spuntavi i denti, se avevi mal di pancia, se cambiavi aria… E questa era una di quelle volte. Al mattino, nella scodella d’alluminio col latte, galleggiava un’inquietante chiazza gialla. La vigilatrice era attenta che tutti vuotassero la scodella. Il giorno dopo, e già nella notte, le corse alle latrine ne manifestavano la buona riuscita.

L’arrivo della posta era un momento atteso: la mia cartolina postale me la leggeva la vigilatrice. A scriverla era mio padre: sempre piena di raccomandazioni e baci. Non sapevo scrivere e non rispondevo. Forse lo faceva per me la vigilatrice. Sta di fatto però che la posta in uscita e in entrata veniva letta e controllata. Alla colonia arrivava in visita Padre Paolino, che nel refettorio ci benediceva e, allegro, passava veloce a darci una pacca a noi sedute sulla panca.

Poi venne il giorno della doccia, che scoprivo per la prima volta. A casa la mamma ci lavava nella sojola da bugäda, e invece lì tutta la squadra si lavava sotto quella pioggia fitta e calda, tutte nude; le più grandicelle cercavano con le mani di coprirsi, vergognose. A metà turno ci fu la visita delle autorità ecclesiastiche alla colonia: le accogliemmo con cori e qualche recita. Alla sera in refettorio ci fu dato il dolce.

Un giorno mi resi conto che presto sarei tornata a casa, perché venne alla colonia un ambulante con tanti oggetti colorati: scatole ricoperte di conchiglie, collane di madreperla, sfere di vetro con la neve, Madonne in una grande conchiglia a ventaglio… da comprare per ricordo. All’arrivo in colonia, i bambini che avevano avuto qualche soldino da spendere dai genitori, li consegnavano alla vigilatrice, che li segnava in un quaderno, e ora vigilava sugli acquisti. Io non comprai nulla... Portai per ricordo le conchiglie raccolte in spiaggia. Poi fu la foto-ricordo, poi... Nel piazzale della stazione, fui riconsegnata alla mamma che era venuta a prendermi con lo stesso vestito di seta ocra e le palmine nere della partenza. Non mi aveva dimenticata. Stretta alla sua mano, felice, tornavo al mio Oltretorrente, alla mia strada, all’aria buona di casa mia.

Mirella Cenni

© Riproduzione riservata

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commenti 1
  • Frank

    20 Agosto 2022 - 10:03

    ...bei tempi, eravamo felici e non lo sapevamo.

    Rispondi

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