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Il libro di Balestrazzi

«La rabbia», storia di un film fantasma

«La rabbia», storia di un film fantasma

di Filiberto Molossi

21 Settembre 2022,03:01

La domanda, quella giusta, è immediata, fatta a caldo: già nella quarta di copertina, difficile, anzi impossibile, da ignorare. «Perché - si (e ci) chiede l'autore - dovremmo riparlare di un film vecchio 60 anni che fu un flop, che fu ritirato dalle sale dopo pochi giorni, che uno dei due registi disconobbe e che all'altro regista portò accuse di nazismo e razzismo?». Già, perché? Ma è proprio in questo assunto, logico ancora prima che provocatorio, che vive l'intuizione di Gabriele «Billy» Balestrazzi, stoffa vera (è seta, non vile sintetico) del giornalista di razza: perché non c'è dubbio che, «La rabbia» di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi sia, a livello cinematografico, un pasticcio, una pellicola sbagliata, per certi versi (ma per altri, come vedremo, no...) addirittura detestabile. Balestrazzi non fa nulla per nasconderlo, anzi. Perché in cuor suo ha colto la verità e ne fa il proprio assunto: se il film è brutto, la storia - quella che ribolle e si agita dietro le quinte, anche lontano dallo schermo, e che lo ha portato fino a noi - invece è fantastica.

Ed è questa quella su cui l'autore, non tanto con la tentazione analitica del critico ma con la curiosità del cronista avvezzo all'inchiesta, si concentra nelle 130 pagine del suo interessante (e spesso rivelatore) saggio «Pasolini-Guareschi: che Rabbia...». Una storia che Balestrazzi racconta quasi come fosse un giallo (dove il cadavere probabilmente è il film stesso, «fatto fuori» rapidamente), in cui addirittura fa la sua comparsa anche la Cia (che boicotta «Don Camillo», troppo benevolo con Peppone...), i colpi bassi non si contano, si agitano venti di guerra fredda e il terreno, anche molti anni dopo, è minato e favorevole a uno scontro non solo ideologico.

Film dannato «La rabbia», la cui maledizione, col suo corredo di spettri e di polemiche, arriva fino ai giorni nostri: un film «che non c'è», come scrive giustamente Balestrazzi, condannato all'invisibilità. Eppure un unicum, in tutto e per tutto: afflitto da una retorica (di sinistra e di destra, se vogliamo semplificare) a tratti ammorbante, eppure profetico, «modernissimo» come testimonia non a torto l'autore, imprevedibilmente attuale. L'idea, 60 anni fa, venne al produttore Gastone Ferranti: fare commentare a Pasolini, geniale intellettuale «corsaro» all'epoca già autore di «Accattone» e «Mamma Roma», i cinegiornali «Mondo libero», che il poeta definiva «una sfilata deprimente del qualunquismo internazionale». Il montato però probabilmente non aveva convinto Ferranti, che rilanciò: un dittico, due film in uno, da una parte la versione di Pasolini, dall'altra quella dello straordinario e popolarissimo inventore del Mondo piccolo. Due modi opposti, almeno sulla carta, di intendere la realtà.

Detta così, in quei primi anni '60, l'intuizione di Ferranti avrebbe potuto anche funzionare. Perché in calce sulla locandina ci sono i nomi di due eretici, sì certo diversissimi, ma entrambi scomodi, seppelliti in fretta e senza troppi onori, eppure mai davvero morti, «sconfitti, ma sopravvissuti alla loro sconfitta».

Ma il farne duello, muro contro muro, sfida ideologica ancora prima che cinematografica e letteraria (quella tra il poeta delle borgate e il narratore della provincia minima) si rivelerà controproducente, così come forse avere lasciato eccessiva libertà di manovra a quei due ingegni che non si amavano. E' l'aprile del '63: il film, praticamente, nasce morto. E la «rabbia» cresce davvero: Pasolini ritira la firma e in un'intervista spiega che «se Eichmann potesse uscire dalla tomba e fare un film, farebbe un film come questo». Pessimo e assurdo l'accostamento tra Guareschi e il gerarca nazista che pianificò lo sterminio degli ebrei: a maggior ragione alla luce del fatto che lo scrittore parmense trascorse due anni in un lager...

Ma di stracci ne voleranno tanti: il film in sala non decolla e la Warner addirittura lo ritira. Per l'eccessivo marxismo di PPP? No, a quanto pare perché Guareschi non le mandava a dire a nessuno: nemmeno agli americani... Il film è un fiasco, le recensioni sono pessime, gli esiti non giovano né all'uno né all'altro autore. Da lì i poi diventa un oggetto raro, dimenticato, da collezionisti amanti del vintage.

Un film dai contenuti però interessanti da ambo le parti: il Pasolini per cui «l'unico colore è il colore dell'uomo» e il Guareschi che definisce il muro di Berlino, da poco costruito, «il muro della vergogna, monumento di infamia». La riscoperta è tardiva, storia recente: ma riguarda solo il segmento pasoliniano. Che viene portato, privo del contraltare realizzato da Guareschi, alla Mostra del cinema di Venezia del 2008.

Scoppia puntuale la polemica: Giuseppe Bertolucci, che è l'autore del restauro con la cineteca di Bologna si difende definendo il testo di Guareschi «insostenibile: gli abbiamo fatto un piacere a non recuperarlo». Ma Bertolucci in quell'istante è anche parte del comitato per le celebrazioni del centenario dello scrittore: le dimissioni saranno inevitabili.

La maledizione della «Rabbia» non conosce requie. Ma per quanto, come detto, abbondi di retorica, la sua denuncia è forte, potente: un film tutt'altro che perfetto ma per molti versi anticipatore, «la certificazione - come scrive Balestrazzi - della mutazione antropologica degli italiani», la testimonianza che qualcosa «di grave, di tremendo, forse di irrimediabile» sta accadendo. Per questo motivo - e per molti altri ancora che trovate spiegati con lucidità nel volume edito da Massimo Soncini (Athenaeum Edizioni Universitarie, pagg 132, euro 12) «La rabbia» , merita una seconda (o terza, quarta...) chance. O almeno uno studio più approfondito e meno di pancia che è quello che - anche attraverso arditi parallelismi e riuscite acrobazie senza rete - l'autore di questo volume restituisce. Accettando, dall'inizio alla fine, una scommessa, una grande sfida: non solo riscoprire un film come «La rabbia», ma fare qualcosa di più estremo: non dimenticarlo.

© Riproduzione riservata

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