STORIE DI UN ALTRO CALCIO
Da intervistatore ad intervistato. Paolo Amir Tabloni con il suo bellissimo libro “999” ha raccontato dei tanti mancati campioni che nonostante il talento non sono riusciti ad emergere. Paolo però è stato anche un ottimo portiere tra i dilettanti e insieme a lui vogliamo ripercorrere le tappe salienti della sua carriera.
«Ho iniziato a giocare nel piazzale dietro casa e subito dopo nella scuola calcio del Soragna, come attaccante. Poco dopo iniziai ad essere convocato con quelli più grandi, serviva qualcuno che corresse come un matto in mezzo al campo, perciò iniziai a giocare prima da mediano con l’ 8 e poi da libero, col 6. Man mano che passava il tempo, indietreggiavo sempre di più, fino all’età di 10 anni, quando litigai con l’allenatore, e stanco di correre sempre, m’infilai i guantoni».
Ricordi la tua prima partita ufficiale con il n. 1 sulla schiena?
«Certamente, perdemmo 16 a 0 contro l’ Inter Club di Parma, e chi se la dimentica più!».
Quando hai capito che eri decisamente bravo tra i pali di una porta?
«Nel Soragna eravamo due portieri, ma quando facevamo le squadre per la partitella, venivo sempre scelto per primo. Tecnicamente ero tutto da costruire, ma avevo un buon istinto, buoni riflessi, la “cattiveria” giusta, e nel giro di qualche mese, mi arrivò una proposta sia dal Piacenza che dal Parma».
Chi sono stati i tuoi primi maestri?
«A Soragna il nostro allenatore era il mitico Elio Draghi, fu il primo ad insegnarmi le basi. Ma è nel Parma che feci il vero salto di qualità: mi allenavo col maestro Ermes Fulgoni insieme a tutti i portieri del settore giovanile come Sarti, Chittolini, Compiani, Reggiani e un certo Gigi Buffon. Chi però mi fece veramente prendere il volo, fu il preparatore Ermanno Maghenzani, ai tempi del Brescello».
Le tappe principali della tua carriera... e la società alla quale sei rimasto più legato.
«Ho cambiato veramente un’infinità di squadre: 7 nelle giovanili e 16 in prima squadra. Nelle giovanili, ricordo con affetto i due anni alla Juventus Club Parma e quelli di Brescello. In prima squadra feci molto bene a Reggiolo, Crociati, Fiorenzuola, Fornovo e Fidenza. Toccai due volte l’apice della forma: a 23 anni e a 34».
C’è una partita in particolare che è rimasta scolpita nella tua memoria?
«Sinceramente no, non ho buona memoria. Ma conservo tantissimi articoli di giornale e quasi tutti i tabellini delle circa 500 partite giocate. Ricordo però il derby Fidenza-Borgo San Donnino del 2016, quando parai due rigori, e il video finì su tutti i social network della Lega Dilettanti».
Raccontaci dei due “estremi” del ruolo del portiere: la tua parata più bella e l’errore più clamoroso.
«Qualche papera c’è stata, ci mancherebbe, ricordo ancora un gol preso con la maglia del Busseto a Borgotaro, che ha dell’incredibile. Non se ne accorse nessuno, la palla arrivò in porta ai 2 all’ora e si erano già tutti girati dall’altra parte, pronti a ripartire. Il difensore si girò ridendo: “Tablo, ma sei serio?”». La parata più bella forse con la maglia del Marzolara, in un freddissimo mercoledì sera, al 90°. Per tutta la partita avevamo giocato ad una porta sola, la nostra. Mi ero sentito davvero imbattibile».
Durante i tuoi tanti anni tra i pali di una porta chi era l’attaccante che temevi di più?
«Ai miei tempi c’erano Chicco Botta, Sasà Greco, De Giuseppe, Roberto Alberici, Gabriele Ballotta e Luca Gradali. Fortunatamente con gli ultimi tre ci ho giocato più insieme che contro. Erano davvero di un’altra categoria».
C’è un allenatore che ti ha lasciato un ricordo particolare anche dal punto di vista umano?
«Ne ho avuti davvero tantissimi di allenatori, e tutti hanno contribuito alla mia maturazione di sportivo e di uomo. Su tutti, cito Alberto Mingozzi, che mi ha come “ricostruito” nel 2001 mentre attraversavo il periodo peggiore della mia vita (non solo calcistico) e ha contribuito a farmi ritrovare l’autostima della quale avevo bisogno».
C’è stato un aneddoto o un episodio particolare, curioso o divertente che ci vuoi raccontare?
«Nell’estate 2000, dopo il derby serale di Coppa Italia Voghera-Derthona, uscii dagli spogliatoi indossando la tuta del Voghera proprio mentre sfilavano in corteo i tifosi del Derthona, scortati dalla Polizia, con tamburi, megafoni e etc. Iniziarono ad offendermi pesantemente, e io risposi alzando il dito medio. Non l’avessi mai fatto, ho rischiato davvero il linciaggio, mannaggia a me e i miei 18 anni!».
Nel tuo libro “999” racconti dei tanti che non ce l’hanno fatta, per un motivo o per un altro. C'è qualcuno in particolare che ancora adesso non ti capaciti come abbia fatto a non fare il “grande salto”?
«Marco Nichetti a 16 anni ha esordito nell’ Inter, e costringeva un certo Francesco Totti a sedersi in panchina, in nazionale giovanile. Non conosco nessun altro che si è giocato una carriera luminosa come lui».
Cosa è mancato invece a Paolo Amir Tabloni per diventare “uno dei mille”?
«Difficilissimo essere l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto. A me qualche occasione è capitata, devo essere sincero, ma non mi sono fatto trovare pronto. Questione di mentalità, principalmente. Ero incline ai sacrifici, ma non reggevo la pressione. Nel 2000 a Voghera, ad esempio, eravamo io e Mario Cassano, tecnicamente non avevo niente di meno, ma in partita non riuscivo a dare il meglio di me come durante gli allenamenti, lui invece scendeva in campo sereno, se sbagliava se la faceva scivolare subito addosso. Dopo due anni lui si ritrovò alla Fiorentina in Serie A, ed io a Noceto, in Promozione».
Infine ti chiediamo di compilare la formazione ideale dei calciatori con i quali hai giocato nella tua carriera.
«Mi ha sempre affascinato il 4-4-2 con centrocampo a rombo. Provo a buttare giù una formazione ideale, omettendo il portiere: difensori centrali Giuseppe Ravasi e Alessio Dionisi, terzini Davide Addona e Simone Vincenzi. A centrocampo Giovanni Manzani, Michele Moroni, Marco Mirri con trequartista Marco Nichetti. In avanti Luca Gradali e Roberto Alberici. Mister Alberto Mingozzi.
Remo Gandolfi
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