Intervista
Quasi due settimane fa si è tenuto l'ultimo diploma di un suo allievo, prima della pensione. Una pensione che riguarderà soltanto il Conservatorio, ha precisato (anche su Facebook) il soprano Lucetta Bizzi.
Bizzi era entrata al «Boito» quando aveva sedici anni, studiando canto con la Maestra Wilma Colla; dopo anni come solista sui palcoscenici più importanti del mondo, si è trovata, nel 1994, ad affiancare la carriera all'insegnamento, sempre nello stesso Conservatorio che ora lascia.
Signora Bizzi, come è stato entrare in Conservatorio da insegnante, dopo avere fatto gli studi nello stesso istituto?
«È stata una grande emozione per me, prima di tutto perché ho insegnato nella stessa aula dove ho studiato. È stato per caso che ho iniziato perché non avrei né voluto né pensato di potere insegnare. Allora, quando le graduatorie erano esaurite, si poteva chiamare per una cattedra un cantante di chiara fama. I maestri Furlotti e Falavigna mi chiamarono, ma non volevo accettare perché stavo lavorando in teatro e non riuscivo a capire come avrei potuto gestire entrambi gli impegni. Claudia Termini, allora direttrice del Conservatorio mi venne in grande aiuto lasciandomi, non dico libertà, ma possibilità di proseguire entrambe le cose. Ho avuto il grande privilegio di poter fare la carriera e insegnare contemporaneamente: è stato un grande sacrificio, ma è stato uno degli aspetti più positivi del mio percorso. Tornavo dalle produzioni ed ero sempre entusiasta di poter trasmettere cose in più ai miei allievi. Tra questi oltre a Luca Salsi vorrei ricordare anche Valdis Janson, Tania Bussi e Ana Isabel Lazo».
È importante potersi rapportare con una insegnante che ha fatto un certo tipo di percorso...
«Diventa una cosa non soltanto teorica, astratta, ma anche viva. Sono stati anni stupendi e l'impatto con l'insegnamento, che all'inizio vedevo con un po' di perplessità, mi ha aperto un mondo che mi ha conquistata e mi ha dato soddisfazioni immense. Ora però è arrivato il momento di lasciare».
Ha sempre insegnato a Parma, ma ha avuto anche tante altre occasioni...
«Il grande privilegio della carriera è stato quello di poter mettere insieme anche master e accademie, come quella di Torre del Lago, dove ho insegnato come direttrice per sei anni, in Cina, in Giappone e in Nicaragua. Sono di parte, ma il Conservatorio di Parma è magico perché quando entri ti si stringe il cuore: c'è questa atmosfera dove senti aleggiare tutti i grandi che sono passati. Questa energia si sente. Nel mondo, tra Milano e Roma, Parma è uno dei primi conservatori che vengono nominati e ambiti».
Com'è stato gestire i primi anni di “convivenza” tra la carriera e l'insegnamento?
«Ricordo, ad esempio, che finivo lezione alle 4 del pomeriggio e mio marito Tony (Cremonese, ndr, anche lui uomo di grande esperienza teatrale) mi aspettava in macchina per andare a interpretare “Bohème” a Trieste. Ero felice di queste lezioni che mi hanno dato una grande carica anche se era faticoso recuperare tutto, appena finita una produzione. È stata una gestione un po' complicata, ma non mi sono mai lamentata. Insegnare per certi aspetti è più faticoso che cantare perché si basa su delle sensazioni che non necessariamente prova l'allievo e, quindi, bisogna cercare delle immagini che lo aiutino a capire: ognuno è una realtà a sé. È importante mantenere, rispetto all'allievo, un certo distacco perché c'è sempre il rischio di perdere oggettività. La mia tecnica è questa e ho la presunzione che funzioni perché ho gli anni che ho, ma sono ancora in grado di cantare e la mia voce non si è usurata».
Come è cambiato il lavoro di insegnate dopo la riforma dell'ordinamento che ha provato a rendere il Conservatorio più simile ad un contesto universitario?
«Non voglio dire che questo abbia causato dei disagi, ma è stato comunque un cambiamento significativo. Non voglio entrare proprio nel merito, ma la sensazione è che prima ci fosse più tempo per lavorare. Adesso c'è una velocità eccessiva e un'attività frenetica, acuita ulteriormente dopo il Covid. Questa velocità porta spesso i ragazzi ad anticipare troppo i tempi. Si canta e basta, senza avere il tempo per maturare, in una situazione di affanno continuo, anche nelle belle voci, che, a dispetto di quello che credono in tanti, abbiamo ancora. Ritengo di avere fatto tutto quello che ho potuto e con tanta passione è arrivato il momento in cui mi senta libera. Vado in pensione dal Conservatorio, non dal mondo dell'opera che resta il mio mondo e questo mi dà la possibilità di lanciarmi in nuovi progetti con più libertà. Lascio il Conservatorio con tanta nostalgia e lì resta una parte della mia vita».
Giulio A. Bocchi
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