STORIA
Per conoscere Alceste De Ambris, del quale oggi Parma si ricorda con una cerimonia di fronte alla sua tomba al Cimitero della Villetta e quindi con un dibattito all’Istituto della Resistenza, in vicolo dell’Asse, è di sicura utilità rileggere il discorso che agli inizi del 1922 aveva tenuto in segno di ringraziamento per i compagni che avevano voluto festeggiarlo. Di quella manifestazione pubblicava la cronaca “l’Internazionale” , organo della Camera del Lavoro parmigiana nell’edizione del 7 gennaio 1922 che vale rileggere per il passaggio in cui De Ambris “ricordando in un rapidissimo cenno la sua vita e la sua opera, e salutando l’anno nuovo, che lo sorprende in matura età, povero come lo vide l’alba del giorno in cui nacque, disse: Questo è per me un titolo d’orgoglio e mentre molti giunti in età matura si rattristano per la mancata fortuna, e si ripetono che dovessero ricominciare la vita sceglierebbero altra vita più proficua e più comoda, io che ho sempre lavorato, che ho anche sofferto, che non ho una fortuna, se dovessi ricominciare riprenderei la vita che ho percorsa”.
Rilette a distanza di cento anni , e collocate nel terribile scenario dominato dall’assalto fascista al potere, quelle parole assumono il valore di un testamento spirituale con il quale De Ambris si congedava dai suoi compagni affidando loro la memoria di una vita esemplare interamente dedicata all’affermazione dei lavoratori.
Chi lo ascoltava in quella occasione, i compagni delle antiche battaglie, ma anche quei giovani sul tipo di Renzo Pezzani che De Ambris aveva sottratto alle lusinghe fasciste ed aveva recuperato alla buona causa del riscatto proletario, sapevano intendere il significato profondo delle parole che De Ambris pronunciava con un enfasi quasi religiosa. Come se, ed in effetti era questo il suo proposito, volesse rinnovare la fedeltà a quel patto di reciproca dedizione che da quindici anni li teneva congiunti. Sollecitati dal pathos del discorso e dell’occasione non erano pochi i presenti che rimanevano come folgorati dalla tensione emotiva suscitata dalle parole di De Ambris. Era della loro storia che De Ambris parlava; era del sogno di rigenerazione dell’Umanità che aveva impegnata tanta della loro esistenza che le parole di De Ambris affermavano la necessità e l’attualità rinnovando quella Grande Promessa del 1907 che li aveva conquistati ed avvinti fino a renderli coscienti protagonisti di una Storia di liberazione e di promozione.
Di fronte alla montante minaccia fascista, che mirava a ripristinare le antiche sudditanze imposte dalle classi proprietarie, De Ambris offriva ai suoi compagni la coerenza della sua vita come viatico per affrontare i terribili giorni che si annunciavano. Un’operazione politico-culturale che andava al cuore del vissuto di chi lo ascoltava. Per questa gente l’identificazione di De Ambris nell’eroe “buono e coraggioso”, che popolava i loro racconti, era avvenuta con una rapidità e con una intensità che rivelavano quanto fosse diffusa nel sentire popolare l’attesa per un provvidente riparatore dei torti e delle miserie.
E’ da sottolineare che l’iniziativa di De Ambris, congiunta agli effetti delle circostanza in cui si svolgeva, si caratterizzò proprio con questa connotazione messianica che fece assumere al passaggio cruciale del 1907 il valore di un vero proprio spartiacque. Dapprima per la storia del conflitto sociale nella provincia di Parma e quindi sull’intero complesso e sul sistema dei rapporti della società. Consapevole di questa situazione, De Ambris vi investì con finalità autopromozionali ed a più riprese tratteggiò lo scarto che aveva separato il prima del 1907, rappresentato da una condizione di arretratezza e di miseria delle classi popolari ed il dopo 1907 caratterizzato dalla conquista di migliori condizioni per i lavoratori e dalla crescente potenza delle loro organizzazioni.
Prima e dopo il 1907
“Venendo qui l’anno passato ho trovato tutto pronto per la lotta combattuta: Gli scioperi sono stati voluti dalla forza delle cose: In un anno ho fatto trentasette scioperi… ma li ho fatti perché l’industria e l’agricoltura avevano avuto un lungo periodo di pace durante il quale il margine dei profitti dei proprietari ed industriali era salito a cifre relativamente gravissime. Insomma i lavoratori hanno dovuto conquistare in un anno quello che in altre provincie è stato ottenuto in un lunghissimo tempo e con un'opera costante e paziente”. Questa dichiarazione Alceste De Ambris la rilasciava al giornalista Goffredo Bellonci che era corso a Parma nei primi giorni del maggio 1908 quando già infuriava il grande sciopero agrario.
Quella cifra dei trentasette scioperi bastava di per sé a dare la misura della rottura del 1907 che aveva avuto la sua esaltazione con la sconfitta imposta agli agrari nello sciopero del maggio. Per come era avvenuta - le leghe contadine erano andate in battaglia organizzate per il combattimento, ed avevano avuto ragione dei proprietari, impreparati a quello scontro - , ed ancor più per il fatto che quella era praticamente la prima volta che le leghe infliggevano una sconfitta agli agrari, la vittoria del 1907 fu vissuta dai lavoratori come la fine del tempo della sudditanza e come l’inizio del tempo del riscatto.
Sarà ancora De Ambris a rimarcare la portata lacerante del 1907 riconducendola proprio alla nuova direzione impressa alla Camera del Lavoro quando ne aveva assunto la guida. “Vi erano quando entrai due difetti: una esuberanza e una mancanza. Esuberanza di lotte combattute fra persone e persone, fra partiti e partiti , e conseguente mancanza di quella lotta contro il comune nemico: il capitalismo. Noi - io e miei colleghi - intravvedemmo la strada buona, ed in quella ci incamminammo. Era la strada della guerra guerreggiata, non già da un gruppo o da una persona per avere il sopravvento su un altro gruppo o su un'altra persona, ma dal proletariato che come classe dominata dava l’assalto al potere borghese. E iniziammo questa grande lotta collo sciopero dei contadini, consci della responsabilità verso la quale andavamo incontro, ma altrettanto convinti della coscienza del proletariato che questa lotta doveva fare”.
La coscienza che la svolta fossa dipesa da De Ambris entrava fin da quelle prime battute nelle valutazioni che i lavoratori davano degli avvenimenti che mutavano lo scenario della città e della provincia. Sulla prepotente spinta di umori e convinzioni che gli eventi suffragavano prendeva sempre più consistenza la considerazione di De Ambris nelle sembianze e nel ruolo della guida carismatica per quale si arriva a provare una venerazione. Questo atteggiamento, che possiamo bene attribuire a molti dei partecipanti alla manifestazione del gennaio 1922, lo ritroviamo espresso con persuasiva efficacia nelle parole che un contadino, Massimo Ravanetti, usava per rispondere ai giudici quando lo processavano per la sua partecipazione allo sciopero del 1908 : “Tutti si sono scagliati contro di noi e contro Alceste De Ambris, che pure ci dava consigli di calma e prudenza. Lo odiavano il De Ambris ma noi lo amiamo e io lo stimo altamente perché fu quello che portò un po’ di libertà nella nostra provincia e un po’ di vita fra noi contadini”.
Era a questo vasto accumulo di sentimenti che De Ambris del gennaio 1922 faceva appello quando pronunciava quel suo dolente virile commiato. Valeva come l’impegno solenne a continuare lungo quella via della dignità e del dovere che lo porterà all’esilio in Francia, dove dedicò le residue energie a combattere il fascismo: per questa sua opera, con un atto disonorevole per chi lo sollecitò (Farinacci) e ancor più per chi lo sottoscrisse (Mussolini e il re) gli venne inflitta la perdita della cittadinanza italiana. Tra le sue colpe, agli occhi dei fascisti spiccava l’azione svolta contro il regime. A questo impegno apparteneva la pubblicazione dei volumi dedicati alle vittime della violenza fascista, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola. Del deputato liberale , morto Cannes in seguito all’aggressione subita a Montecatini , De Ambris volle fare un simbolo da alzare contro la tracotanza dei fascisti e la viltà dei loro complici.
Nel riprendere quel suo scritto siamo come sollecitati a leggervi uno specchiamento. Come se esaltando la dignità di Amendola, De Ambris, avesse voluto impegnare il resto della sua vita: “Il tormento che l’Italia soffre è forse il castigo educatore inflitto a un popolo cui la libertà - ottenuta quasi per miracolo - non aveva appreso la dirittura spirituale necessaria alla pienezza della sua vita civile. Ben sopra ogni principio politico contingente e discutibile a chi voglia interpretare il senso profondo della crisi spaventosa che attraversa il nostro paese, appare imperioso ed eterno il dovere di considerare quei valori morali assoluti la cui dimenticanza costituisce anche oggi la nostra condanna collettiva e senza i quali è vano sperare di risorgere. Per questo anche chi - come me -segue politicamente una via diversa da quella seguita con ostinato eroismo da Giovanni Amendola, s’inchina con muta reverenza sulla fossa di colui che testimoniò con la sua vita e con la sua morte la fede in ciò che ci da l’acume per scorgere il fallo nella catena e la forza di frangerla e di gettarla lontana. Come tutti gli uomini destinati a lasciar traccia di sé, Giovanni Amendola fu un grandissimo educatore del carattere. Vale a dire della virtù che più fa difetto al popolo italiano e che sola, può dargli il segreto della sua liberazione”.
Umberto Sereni
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