×
×
☰ MENU

Il compleanno

Beppe Bergomi: lo «zio» del calcio italiano fa sessanta

Beppe Bergomi: lo «zio» del calcio italiano fa sessanta

22 Dicembre 2023, 03:01

Il giorno dello zio. Oggi Giuseppe Bergomi compie 60 anni ed è una ricorrenza che fa uno strano effetto a chi lo ha visto esordire in serie A nel febbraio di 42 anni fa. San Siro, l’Inter campione d’Italia contro il Como di Vecchi (in porta), Vierchowod, Fontolan e Volpi (il medico) in difesa, Centi, Gobbo e Pozzato a centrocampo, Nicoletti e Cavagnetto in attacco. Nerazzurri subito in vantaggio, con gol di Ambu, poi al 18’ si fa male Oriali (fallo di Vierchowod, ginocchio fuori uso). Bersellini fa scaldare sia Pancheri sia Bergomi, perché Canuti, che sarebbe stato titolare, nella notte era stato ricoverato in ospedale (appendicite acuta) e i difensori erano contati. Dopo un minuto, la decisione abbastanza sorprendente: «Tocca a te e marca stretto Nicoletti».

Così comincia l’avventura in A di quello che è già diventato lo zio d’Italia, per via di una battuta di Giampiero Marini, che vedendo entrare nello spogliatoio della prima squadra quel ragazzo con i baffi, aveva chiesto: «Ma tu quanti anni hai?» Risposta: «Quasi diciassette». E Marini: «Ma figurati, sembri mio zio».

Il debutto in campionato, 23 giorni dopo quello in Coppa Italia (contro la Juve), non è indolore, perché proprio da una respinta di testa di Bergomi arriva il pareggio di Gobbo da fuori area (41’ p.t.), prima che Prohaska risolva la partita all’81’.

Il Como diventa il trampolino di lancio per una carriera che si concluderà nel 1999, a quasi 36 anni, quando arriva all’Inter Marcello Lippi, che decide di voltare pagina. Se quindici allenatori hanno voluto Bergomi titolare (con e senza baffi), si potrebbe dire, parafrasando De Gregori in «Leva calcistica del ‘68», che «il ragazzo ci sa fare». Eugenio Bersellini è stato il tecnico del debutto; Rino Marchesi lo ha aiutato a gestire gli effetti dirompenti del Mondiale vinto a 18 anni; Gigi Radice, che lo aveva stregato con i suoi metodi e il suo entusiasmo, gli ha cambiato ruolo (libero) e lo ha fatto piangere, quando è stato esonerato a maggio 1984. Con Ilario Castagner ha sfiorato tutto, campionato (terzo), Coppa Italia (fuori in semifinale) e Coppa Uefa, quando la biglia lanciata dalla tribuna del Bernabeu lo ha messo fuori causa nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid (ma l'arbitro scozzese Valentine non aveva visto niente). Con Mario Corso ha vissuto i tormenti di una stagione complicata, regalandosi però il gol della vittoria sulla Sampdoria per il suo 22° compleanno (22 dicembre 1985). Poi il quinquennio con Giovanni Trapattoni, in una squadra capace di interrompere il dominio del Milan olandese, andando a vincere lo scudetto dei record nel 1989 (58 punti in 34 partite), con il muro difensivo, guidato da Zenga, un super centrocampo con Bianchi, Berti, Matteoli e Matthäus e l’attacco con Serena capocannoniere e Diaz. Non solo lo scudetto, ma anche la Supercoppa nel novembre 1989 e la Coppa Uefa del 22 maggio 1991, nella doppia finale contro la Roma. Era dal 1965 che l’Inter non vinceva in Europa, ma Trapattoni, esausto dopo cinque anni «nella centrifuga interista» decide di andarsene e allora ecco la stagione di Corrado Orrico e poi Luisito Suarez. Qui Bergomi pensa di cambiare aria, lasciando l’Inter, anche perché nel frattempo ha perso il posto in nazionale, ma nell’estate 1992, arriva Bagnoli che gli dice: «Dove vuoi che vada a prendere uno più forte di te?»

E poi, nell’Inter morattiana, Gigi Simoni è ancora più esplicito: «Quando è arrivato nel 1997, mi ha detto: io non guardo la carta di identità. Se sei in forma, giochi. Sono andato anche al Mondiale». Da tutti gli allenatori, «ho imparato qualcosa» e molto lo ha capito affrontando i migliori del mondo: Maradona, Van Basten, Platini, giusto per fare tre nomi, anche se ha avuto la fortuna di giocare con e non contro Ronaldo («il più grande in assoluto»).

A 18 anni e mezzo, ha saputo arrampicarsi in cima al mondo. Sono passati 41 anni da luglio 1982: «Per me la nazionale ha contato moltissimo; la maglia azzurra ti regala un’emozione unica. Bearzot è stato una guida eccezionale e gli devo molto. Quella del 1982 era una squadra dove pesavano l’educazione che aveva ricevuto quella generazione, il rapporto con l’allenatore, il rispetto dei ruoli, la serietà nel lavoro sul campo. Io ero in fondo al gruppo per via dell’età, però mi hanno aiutato tutti moltissimo. Non pensavo che sarei andato al Mondiale, ma Vierchowod aveva un problema alla caviglia, era guarito e si era rifatto male. Il c.t. mi ha chiamato e mi ha detto: sei la prima riserva della difesa, andrai stabilmente in panchina. Poi con il Brasile si fa male Collovati. Bearzot mi dice: scaldati, tocca a te. Dopo un minuto, ero in campo a marcare Serginho, un armadio di 1,90. Il fatto di entrare senza avere il tempo di pensare a nulla, mi ha aiutato. Il resto lo hanno fatto i compagni. Me la sono cavata. Tre giorni dopo, c’era la Polonia, Gentile era squalificato, Bearzot mi dice: stavolta non giochi, perché i polacchi hanno un solo attaccante. Prima della riunione tecnica, Zoff mi fa: oggi i rinvii dal fondo li fai tu, perché ho un problema al flessore. E io: Dino, guarda che il c.t. mi ha detto che non gioco. Non ha risposto niente. Riunione tecnica; Bearzot dà la formazione, con me titolare: marcherai Lato, chiaro? Così siamo arrivati in finale. Sabato, dopo l’allenamento, Tardelli mi dice: domani ti tocca il biondo, che era Rummenigge. Io ero rimasto sorpreso, perché pensavo che Antognoni recuperasse dall’infortunio. Invece dopo il provino della domenica mattina, ho capito che sarebbe toccato a me. Finale in salita, perché a fine primo tempo avevo preso un colpo alla caviglia. Mi ha salvato il nostro massaggiatore, Giancarlo Della Casa, con una fasciatura perfetta».

Ed è arrivata la Coppa, la stessa alzata da Cannavaro il 9 luglio 2006, con Bergomi questa volta in veste di commentatore per Sky, a fianco di Fabio Caressa, sotto il cielo di Berlino. Una storia televisiva che va avanti dal 1999: «Ero a Selvino, in vacanza perché ormai avevo chiuso con l’Inter. Claudio Arrigoni, allora direttore di Telepiù e Caressa mi convocano per un provino, con filmati di vecchie partite. È andato bene. Vado avanti dal Trofeo Berlusconi dell’agosto 1999. Il calcio è una cosa meravigliosa, e per la tv ho rinunciato anche a una carriera da allenatore, contentissimo di questa scelta. Il calcio è cambiato in maniera totale rispetto a quando ho cominciato io, ma è il mondo che è cambiato». Per questo bisogna guardare sempre avanti. Come dice Trapattoni, che sa essere anche un filosofo «la grande opportunità dell’uomo è il futuro». Auguri.

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI