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Ciclismo

Cinquant'anni fa un'impresa leggendaria: così Parma incantò tutti al primo Tour del Sudafrica

Cinquant'anni fa un'impresa leggendaria: così Parma incantò tutti al primo Tour del Sudafrica

27 Dicembre 2023, 03:01

Una squadra nata per caso, del tutto improvvisata, composta da quattro parmigiani che volarono in Sudafrica, vinsero (a sorpresa) il primo giro ciclistico a tappe di quel paese e poi, una volta tornati in patria, scoprirono di essere stati squalificati dall’Unione Ciclistica Internazionale. Il motivo? Non aver osservato il divieto di gareggiare nel paese dell’Apartheid.

Oggi, che si sono ritrovati per un pranzo rievocativo a Langhirano, mezzo secolo dopo quell’avventura, Pierluigi Tagliavini, Luigi Boarini, Paolo e Giuseppe Zini ci ridono su (con tanta nostalgia), ma a qualcuno di loro la squalifica costò molto cara. Boarini, che aveva già un accordo verbale per passare professionista con la Scic, vide sfumare tutto. Anche Tagliavini, vincitore di quel Giro, al termine della stagione appese la bici al chiodo. Era l’autunno 1973 quando vide la luce il «Rapport Tour», sponsorizzato dall’omonimo quotidiano in lingua afrikaans. Operazione sportiva e propagandistica: per la prima volta neri e bianchi avrebbero corso insieme in Sudafrica. Ma all’Uci non bastò, e solo nel ‘93 riconoscerà ufficialmente la gara (che si è disputata fino al 2000). L’organizzazione comunque si arrabattò per avere al via qualche squadra straniera non ufficiale: a Gianni Bizzi, parmigiano di Vicopò emigrato a Johannesburg, venne dato il compito di arrangiare una formazione italiana. Contattò Paolo Zini, professionista alla Scic nel ‘70 e nel ‘71, un 25enne intraprendente che nel frattempo si era messo a produrre biciclette e le esportava anche in Sudafrica. Reclutò lui gli altri tre, tutti dilettanti: il più giovane era suo fratello Giuseppe, classe ‘54. Poi Tagliavini, del ‘51, e Boarini, del ‘49. I primi due dell’Enicar Valenti, il terzo della Belloni Zibello. Corridori con un certo curriculum tra i giovani.

Boarini aveva un accordo verbale per passare professionista l’anno successivo con la Scic, ma proprio la squalifica fece sfumare tutto. «Quando partimmo, pur sapendo che era proibito, demmo scarso peso alle conseguenze. Pensavamo di passare inosservati – ricorda Boarini -. Eravamo quattro ragazzi che volevano vedere il Sudafrica. E poi il montepremi era invitante». Alla gara (12 tappe in tutto da Cape Town a Johannesburg) partecipavano amatori e dilettanti, l’unica altra squadra straniera era quella francese. I parmigiani gareggiarono come «Gs Audax Zini», maglia blu e gialla, con biciclette - ovviamente – marca «Zini». Tagliavini non pensava alla maglia gialla finale e perse sette minuti nella prima frazione, poi Paolo Zini, «regista» in corsa, ci mise la sua esperienza (aveva preso parte a due Tour de France) e organizzò la rimonta, tappa dopo tappa.

Tre i successi, oltre alla generale: una crono con Boarini e due frazioni in linea, con Tagliavini e Giuseppe Zini. Quest’ultimo si impose nella frazione più dura, di 230 chilometri. «Attaccai da solo nel finale – ricorda -, ma dopo il cartello dell’ultimo chilometro ce ne furono in realtà altro quattro o cinque. L’avevano posizionato male. Che fatica…». Quello di Tagliavini nella classifica generale fu un trionfo di squadra, «festeggiato da tantissimo pubblico. Ricevetti il premio dal ministro Piet Koornof». Il «problema» fu proprio la vittoria, «perché la notizia, tramite le agenzie di stampa, fece il giro del mondo – spiega Tagliavini -, per cui la Federciclismo non poté chiudere un occhio. Noi lo scoprimmo una volta scesi dall’aereo. Fu una doccia fredda».

Inizialmente si parlò addirittura di squalifica a vita. Seguì un processo sportivo vero e proprio, con la riduzione a cinque mesi di stop. Ma Boarini vide sfumare il contratto con la Scic, «perché non ero un campione, quindi non mi aspettarono, anche temendo un prolungamento della squalifica. Mi è rimasto il rimpianto dell’occasione perduta». «Ma come? Abbiamo dato lustro all’Italia e veniamo trattati così?» disse Tagliavini in un’intervista ad Aldo Curti, uscita sulla Gazzetta di Parma in quei giorni caldi. Anche lui, per quella squalifica, smise di correre. Giuseppe Zini fu costretto a posticipare di dodici mesi l’anno da militare nella Compagnia Atleti. Paolo, che aveva già smesso, non ha comunque mai digerito il provvedimento: «In quegli anni la Formula 1 disputava regolarmente il gp del Sudafrica – spiega -. E allora perché il ciclismo non poteva? Resta il ricordo di un’esperienza unica, nella quale fummo trattati da re».

Il legame tra Parma e il Rapport Tour è rimasto saldo per anni: merito di Giampiero Maestri, che in quel 1973 fu «riserva in patria», ma dall’anno dopo capeggiò, per una quindicina di stagioni, la spedizione italiana. Qualcuno, memore di quanto successo ai quattro pionieri parmigiani, corse sotto falso nome. Ma questa è un’altra storia.

Alberto Dallatana

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