LA CASA DEL MAESTRO
Da giorni piove che Dio la manda, come si dice in lingua madre bussetana, con una locuzione fatalistica che indica nel Creatore l’unico padrone del tempo, insensibile agli scongiuri e alle suppliche di una Bassa ormai ridotta a un acquitrino, le strade diventate torrentelli alimentate dai fossi tracimanti. Di questo passo il 28 prossimo occorrerà rassegnarsi a calzare anfibi, in occasione della consegna delle chiavi di Villa Verdi, l’alma possessione verdiana, agli amministratori pubblici rappresentanti lo Stato. Sarà una festa civile e civica: festa sulla quale, tuttavia, incombe tutta una serie di interrogativi derivanti da considerazioni amarognole, per non dire amarissime.
Primo quesito. La Villa è chiusa da più di due anni, e ha subito l’inclemenza del clima bassaiolo, clima diventato quasi amazzonico: caldo torrido bollente in estati umidissime: all’opposto, freddo glaciale nei due inverni per altro piovosissimi. Per di più, il clima della Bassa è cambiato anche dal punto di vista eolico: ogni tanto arrivano venti fortissimi, anche a 80 km l’ora, capaci di devastare orti e giardini nonché di annichilire, con esiti catastrofici, i parchi dotati di alberi di alto fusto, come quello, dote verdiana, della Villa di Sant’Agata: parco creato da Giuseppe Verdi in persona coadiuvato da esperti botanici.
Dire che il verde – preziosissimo in quanto piantumato dal compositore stesso, prodigo di acquisti di rare piante ornamentali - abbia subito danni è pleonastico: per rendersene conto, basta passare in macchina bordeggiando la recinzione, da poco rifatta dopo una serie di grossi «sbraghi», entrando dai quali improvvisati boscaioli, anzichè limitarsi a sfrondare gli altissimi pioppi dall’eccessivo fogliame argenteo, situati a lato della villa, li hanno abbattuti, segati: restano le «socche», triste e mutilata testimonianza nostalgica dei fusti evocativi della campagna bassaiola.
Ma la conta dei danni è appena iniziata. Il bosco di fatto sembra un intrico di rami spezzati e alberi penduli. Il laghetto è in secca, tolta la base fangosa alimentata dall’acqua piovana, la quale ristagnante si è infiltrata un po’ dappertutto, ha allagato la terrazza, lasciando vaste tracce di infiltrazioni sui muri esterni.
E dentro, negli edifici museali? Le stanze visitabili, con i loro arredi preziosi? Nulla si sa. Tranne, per dirne una, ad esempio, che le serre abbandonate al loro destino hanno rinsecchito tutto il rinseccabile.
Danni enormi, da reclamare urgente riparazione. Ma i tempi di intervento saranno tutto fuorché brevi. C’è un cammino obbligato, un percorso organizzativo ancora tutto da compiere. Primo: occorre creare un ente che gestisca tutta l’operazione. Il governo dovrà nominare i rappresentanti politici e amministrativi per formare una commissione che affianchi il ministero proprietario della Villa. Chi vi farà parte? Una prima ipotesi prevedeva rappresentanti dei comuni locali, Busseto e Villanova sull'Arda, comune piacentino cui fa capo Sant’Agata; le Province di Parma e Piacenza, nonché, ovviamente la Regione Emilia-Romagna. Ma non sarebbe utile coinvolgere anche la città che ha segnato più d’ogni altra il cammino artistico di Verdi, vale a dire Milano e la Scala? Quanto tempo ci vorrà per armare l’impresa di gestione della Villa? Domanda che suscita sottili brividi.
Il giorno 28 febbraio dunque si terrà l’atto fondativo? Chi ci sarà? «Sicuramente ci sarò anch’io», promette Angiolo Carrara Verdi: il capo famiglia sfrattato due anni e
quattro mesi fa. Sfrattato e ripudiato persino come custode temporaneo. «Il bene che da due secoli la mia famiglia ha voluto e continua a volere a Giuseppe Verdi - spiega il battagliero Angiolo - è un patrimonio di amore e dedizione che io sento il dovere di testimoniare. Avevo data la mia disponibilità a custodire la Villa in attesa dell’asta, in modo da mantenere la struttura integra. E’ una casa sorta nel 1849 e via via ampliata secondo il volere del Maestro: e come tutte le case di campagna bisognosa di continua manutenzione. Angiolo Carrara Verdi ha il doppio cognome, concesso al suo casato dal Re Vittorio Emanuele III nel 1928: diritto derivante dal matrimonio dell’unica erede legittima Filomena Verdi, figlia di un cugino, adottata dal compositore e andata sposa a un Carrara, schiatta di notai bussetani.
Ora, il problema per i Carrara Verdi è quello di dover rassegnarsi ad accettare l’ultima offerta al ribasso che con un colpo degno di una spietata partita di poker, il ministero ha messo sul tavolo: 7 milioni di euro, al massimo rimpinguati di un milione… Cifra che mette a soqquadro l’umore il Carrara Verdi: «Ci fu una prima valutazione di 31 milioni», racconta il discendente del Maestro. «Dopo di che il ministro Sangiuliano fece valere il diritto di prelazione del governo e stanziò 20 milioni per chiudere la vicenda». L’asta andò deserta e i Carrara Verdi furono gabbati dalla decisione del ministero di considerare la Villa come bene pubblico e di conseguenza acquisibile con decreto governativo: cosa che, appunto è avvenuta fissando la cifra del risarcimento a 8 milioni di euro. «Una cifra umiliante», dice il Carrara Verdi, reduce da una vicenda famigliare burrascosa, un’iliade di scontri tra i quattro fratelli, tuttora irrisolta, con due discendenti disposti a chiudere la vicenda e gli altri due invece contrari. Poi c’è in ballo la cifra relativa all’acquisizione dei manoscritti di Verdi, almeno 5mila fogli vergati dal compositore. Sequestrati e digitalizzati dall’Istituto di studi verdiani, vennero valutati 11 milioni di euro. Diventati 4 milioni nell’ultima offerta. «Cioè varrebbero 2 euro l’uno», chiosa scandalizzato Angiolo Carrara Verdi, deciso a far valere le ragioni di una famiglia la quale, al di là delle divisioni interne, ha per quasi duecento anni mantenuto egregiamente questo luogo di memorie verdiane: uno dei padri della Patria. Il quale meritava sicuramente qualcosina in più di una chiusura tanto lunga e non ancora risolta. Com’è tradizione italica :parole e promesse puntualmente disattese. La Villa chiusa ancora fin a chissà quando, la chiesa delle Roncole chiusa per restauri al pari del Santuario di Madonna Ptrati e della villa Pallavicino sbarrata dopo il fallimento di un sedicente Museo Verdiano.
Vittorio Testa
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