L'intervista
Carlo Magri, quasi cinquant'anni di vita dedicati alla pallavolo e una quantità sterminata di trofei e medaglie, tra club e nazionali azzurre, collocati in bacheca. Questo Collare d'Oro al merito sportivo del Coni possiamo considerarlo una ciliegina sulla torta?
«Qualche anno fa, da presidente della Federazione italiana pallavolo e con le nazionali che vincevano tutto, lo avrei forse meritato di più. Ma sono molto più felice di averlo ricevuto adesso, il Collare d'Oro. Ho sentito un affetto straordinario attorno a me e rivisto, in questa occasione, tanti amici che hanno voluto esser presenti. È stato anche emozionante vivere questa giornata accanto agli azzurri e alle azzurre delle nostre nazionali, campioni del mondo in carica. La mia passione per la pallavolo non è mai tramontata: questa disciplina continua a scorrermi nelle vene».
Partiamo dall'inizio della sua avventura dirigenziale. Manco a dirlo, a Parma.
«È il 1978: la squadra che milita in serie A rischia seriamente di non poter completare la stagione, per una serie di vicissitudini economiche. Mi chiedono di dare una mano e non mi tiro indietro: il campionato si conclude con un'amara quanto inevitabile retrocessione. Ma in seguito alla rinuncia di Cesenatico, veniamo ripescati. Una corsa contro il tempo: in soli venti giorni, grazie alle capacità di Aristo Isola e di Claudio Piazza, allestiamo una squadra competitiva. Quella Veico, in tre stagioni, una più intensa dell'altra, ha fatto innamorare i parmigiani. E gettato le basi per i successi che arriveranno negli anni seguenti».
Nel 1982 il primo storico scudetto della Santal.
«Un'impresa memorabile, realizzata al Palavela di Torino davanti a migliaia di nostri tifosi. Saranno stati in 10.000, giunti da Parma con quaranta pullman e oltre un centinaio di auto. Un vero e proprio esodo. Sembrava di giocare in casa. Due anni dopo arriva la consacrazione internazionale, con la conquista della Coppa dei Campioni. Una squadra incredibile, quella Santal. Funzionava tutto a meraviglia, in campo e dietro la scrivania. E alle spalle avevamo un grande sponsor: senza il sostegno della Parmalat e di Calisto Tanzi, infatti, questa storia non sarebbe mai stata scritta».
A brillare, in campo, la stella di Kim Ho-chul.
«Insieme a Isola e Piazza andiamo a vederlo alle Universiadi in Romania: rimaniamo letteralmente strabiliati dalla sua capacità di leggere il gioco. Un talento cristallino, Kim: vederlo giocare era uno spettacolo. Gli abbiamo fatto una corte serrata e alla fine siamo riusciti a portarlo da noi».
Con la Maxicono si apre un altro capitolo d'oro per Parma: sono gli anni della "Generazione dei fenomeni", ma anche quelli che segnano l'ingresso delle "superpotenze" nella pallavolo.
«Un campionato stellare, con autentici fuoriclasse e sfide epiche. Club come Milano, Ravenna, Treviso hanno alle spalle i più grandi gruppi economici del nostro Paese, da Berlusconi a Ferruzzi e Benetton. Ne trae beneficio l'intero movimento pallavolistico, che acquisisce maggiore visibilità ed interesse sul piano mediatico. Noi abbiamo un budget inferiore rispetto a quei colossi ma tante idee, tifosi in ogni parte dell'Italia e soprattutto una struttura societaria forte. L'apporto di dirigenti del calibro di Isola, abilissimo nella gestione degli aspetti tecnici, e di Roberto Ghiretti, protagonista di un eccellente lavoro sul piano organizzativo, diventa il vero valore aggiunto per la Maxicono. Portiamo a Parma anche grandi manifestazioni internazionali. Ma le gioie più belle ce le regalano i ragazzi in campo, dove Davide riesce sistematicamente a sconfiggere Golia. Lo ricordai una volta, diversi anni dopo, pure allo stesso Berlusconi. E lui non la prese affatto bene».
Ma come?
«Un siparietto curioso. Veniamo invitati a Palazzo Chigi con la Nazionale italiana maschile, per celebrare una vittoria. Prendo la parola e, in tono assolutamente scherzoso, ricordo al presidente che lui ha avuto successo con le sue aziende e nel calcio con il Milan. Ma non certo nel volley. Lui ribatte che ha vinto una coppa anche con la sua squadra di pallavolo. Ma in realtà quell'unico trofeo era poca cosa davanti a tutto quello che aveva fatto Parma. Avremmo avuto modo di chiarirci più avanti, ma sul momento i rapporti tra noi si raffreddarono, La mia, in fondo, non voleva essere altro che una semplice battuta...».
Lei ha avuto tanti allenatori. Partiamo da Claudio Piazza.
«Preparatissimo. Ha dato un impulso fondamentale per la costruzione della Veico e altrettanto prezioso è stato per la Santal».
Gian Paolo Montali.
«Una mia scelta. Coraggiosa. Montali aveva 27 anni. Ma in lui s'intravedevano già quelle notevoli capacità che avrebbe poi dimostrato nel corso della sua carriera. L'ho sempre stimato dal punto di vista tecnico e dell'intelligenza. Ci siamo scontrati spesso, per via dei nostri rispettivi caratteri. Ma tra noi c'è sempre stato rispetto reciproco».
Bebeto.
«Un personaggio unico. Era capace di fare le nozze con i fichi secchi, come avvenne in occasione dell'ultimo scudetto conquistato dalla Maxicono, nel 1993, dopo una stagione non semplice. Diversi nostri giocatori avevano ceduto alle lusinghe di club che avevano potenzialità economiche non indifferenti, di sicuro superiori alle nostre. In quel periodo Bebeto mi fu molto vicino, così come mio fratello e la nostra azienda. Avevamo comunque una bella squadra. Il leader era Bracci: amavo la sua concretezza. L'avesse giocata lui quell'ultima palla nella finale contro l'Olanda, alle Olimpiadi di Atlanta ...».
Vuole subito aprire quella parentesi dolorosa?
«A distanza di anni guardi la medaglia d'argento e ne vai fiero. Ma quando perdi una finale alle Olimpiadi, a caldo, è uno dei momenti peggiori che possano capitarti nella vita. Più di Atlanta '96, a dire il vero, mi brucia il secondo posto a Rio 2016: con l'oro avrei chiuso la mia avventura da presidente Fipav in bellezza».
Le azzurre di Velasco sono riuscite finalmente a spezzare l'incantesimo delle Olimpiadi.
«È stato come se quell'oro delle nostre ragazze l'avessi vinto da presidente: vi assicuro che la gioia è stata la stessa. L'ho detto pure a Julio. E la Federazione mi ha anche fatto avere una copia di quella medaglia».
Il suo rapporto con Velasco.
«Un innovatore. Julio ha dato un'immagine diversa alla pallavolo italiana, non solo a livello tecnico ma direi anche culturale. Con la Nazionale femminile sta facendo un percorso straordinario: è vero che ha ottime giocatrici, ma la sua impronta, soprattutto a livello psicologico, fa la differenza».
Un altro tecnico che le ha regalato soddisfazioni è Marco Bonitta.
«Mondiale femminile in Germania, nel 2002. Perdiamo contro Cuba e siamo quasi fuori. Con la Grecia serve vincere 3-0: ci riusciamo. In semifinale ci tocca la Cina, la favorita della vigilia: un'altra prestazione da incorniciare delle nostre ragazze. La finale è contro gli Stati Uniti, ma nella rifinitura loro perdono Keba Phipps, una di quelle giocatrici che le partite le vincono da sole, messa ko da una pallonata all'occhio. Match tiratissimo, risolto a nostro favore al tie break. Mi vengono ancora i brividi. E c'è anche il retroscena dello sponsor».
Racconti pure.
«Due settimane prima che iniziasse il Mondiale, su un volo Milano-Roma, noto il mio vicino di posto con in mano documenti della Ferrero. Gli chiedo se lavora per quell'azienda. E alla sua risposta affermativa, azzardo: "Dovreste investire nella pallavolo". "Posso fissarle un appuntamento con chi si occupa del marketing". Il lunedì successivo sono negli uffici della Ferrero. Per le nostre nazionali non era un momento facile. Loro sono alquanto perplessi, mi propongono un accordo per l'anno successivo con una cifra bassa. "Ma se vincete il Mondiale, magari, potrete chiedere di più" la buttano lì. Allora, mi viene un'idea».
Quale?
«Gli dico: "Siamo senza sponsor sulla maglia, per questo Mondiale. Facciamo così: mettiamo il marchio Kinder, senza alcun impegno contrattuale. Nemmeno per il futuro. Come è finita lo sappiamo: la Ferrero è rimasta con noi a lungo».
Per ventidue anni, dal 1995 al 2017, ha guidato la Federvolley: un record.
«A quel posto arrivo per caso: evidentemente era destino che non dovessi restare fuori dalla pallavolo. Conclusa l'esperienza alla Maxicono, club che avrebbe poi continuato a vivere grazie all'impegno di Giorgio Varacca, vengo eletto in consiglio federale. Poi c'è un momento di crisi: si dimettono tutti e bisogna andare di nuovo alle elezioni. Le assemblee Fipav sono uniche, quanto a partecipazione e animosità nelle discussioni. Vengo eletto tra lo stupore generale».
Non solo successi sportivi, ma anche significativi interventi strutturali nei suoi sei mandati.
«La nuova sede realizzata a Roma e il centro Pavesi a Milano sono due fiori all'occhiello. Investire su queste strutture restituisce il senso di una visione prospettica ampia. Al centro Pavesi è nato il Club Italia, una bella intuizione: un progetto voluto per coltivare nuovi talenti in campo femminile ma che poi è diventato un serbatoio straordinario pure per il settore maschile. Tanto è vero che oggi diversi dei campioni e delle campionesse attuali delle nostre nazionali arrivano da lì. Anche le società hanno capito che bisogna puntare sui nostri giovani. Allo stesso modo, insieme agli altri consiglieri e ai collaboratori, abbiamo incrementato le sponsorizzazioni, coinvolgendo grandi aziende. Ancora adesso sto dando una mano alla Fipav, in questo ambito».
Insomma, lei non si ferma mai.
«Sono sempre in giro, è la mia vita. Per fortuna mia moglie è una donna comprensiva: mi ha sempre supportato e aspettato. Senza di lei non avrei potuto fare ciò che ho fatto. In me c'è ancora lo stesso entusiasmo di quando ho iniziato. Anzi, vuol sapere cosa ho detto a Fefé De Giorgi, recentemente?».
Dica pure.
«Lui mi rinfaccia sempre di non averlo mai scelto come allenatore. Ma io ho enorme stima di lui. Ha ringiovanito la squadra e ha vinto. L'ho ringraziato, per questo: "Fefé, sei stato bravo. Quando tornerò presidente, avrò la squadra già fatta (ride, ndr): dovrò solamente ingaggiare un nuovo allenatore al posto tuo…"».
LA CARRIERA
Carlo Magri, classe 1940, originario di Ravarano di Calestano, dopo la laurea in Economia e Commercio inizia a lavorare nell'azienda di famiglia. La sua carriera dirigenziale nella pallavolo comincia verso la fine degli anni Settanta, nella Libertas Parma. Nel 1978 diventa presidente della Pallavolo Parma, prima sponsorizzata Veico, poi Santal e Maxicono. Con queste ultime due denominazioni, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il club vincerà praticamente tutto, in Italia e all'estero: cinque scudetti (1981-82, 1982-83, 1989-90, 1991-92, 1992-93), cinque coppe Italia (1981-82, 1982-83, 1986-87, 1989-90, 1991-92); due coppe dei Campioni (1983-84, 1984-85); tre coppe delle Coppe (1987-88, 1988-89, 1989-90); una Coppa Cev (1991-92); due supercoppe europee (1989, 1990) e un Mondiale per club (1989), a coronamento di un'annata memorabile che vede la Maxicono centrare il Grande Slam. Nel 1993 viene eletto consigliere federale, carica che Magri ricoprirà per due anni. Poi, nel 1995, la prima elezione alla presidente della Federazione italiana pallavolo, venendo riconfermato altre cinque volte: nel 1996, nel 2001, nel 2005, nel 2008 e ancora nel 2012. Sotto la sua presidenza numerosi i successi delle nazionali azzurre: il Mondiale maschile 1998, il Mondiale femminile 2002, cinque medaglie olimpiche (argento ad Atlanta 1996, bronzo a Sydney 2000, argento ad Atene 2004, bronzo a Londra 2012 e argento a Rio de Janeiro 2016). Ed ancora: un argento olimpico nel beach volley a Rio 2016 con Nicolai-Lupo; la World Cup 1995 con gli uomini, quelle 2007 e 2011 con le ragazze, quattro titoli europei tra gli uomini 1995, 1999, 2003 e 2005 e due con le azzurre nel 2007 e 2009. Quindi ben sette rassegne continentali vinte nel beach volley. Nel 2017 è stato eletto membro della Giunta Nazionale del Coni. È entrato di diritto nella prestigiosa Hall of Fame della Federvolley.
Vittorio Rotolo
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