Tutta Parma
Non è un borgo noto né tantomeno frequentato. Fa parte, comunque, con tutta la sua dignità ed il suo passato, di quei gioielli «de dla da l’acua» che formano quella ragnatela di borghi e piazzole che hanno reso famoso il nostro Oltretorrente. Comunque, borgo Bosazza ha una sua storia che ci viene raccontata da Giuseppe Sitti nel suo preziosissimo libro «Parma nel nome delle sue strade» (Officina Grafica Fresching Parma 1929). «Non è ben certo - riporta il Sitti - donde proviene questo nome, forse da Busa o Buca. E ciò confermerebbe il fatto che una deliberazione del consiglio comunale del 1570 ingiungeva di chiudere il borgo, chiamato sin d’allora Bosazza, perché ivi si raccoglievano immondizie ed era anche luogo pericoloso per malefizi che vi si commettevano. Troviamo menzione di questo borgo in un rogito del notaio Gaspare Zampironi del 16 febbraio 1444 che lo chiama via Busaeij. E ancora del 21 febbraio 1481 Lodovico Sacca in un atto notarile di vendita di una pezza di terra posta in civitate Parmae in loco dicto in Busacio. Altri documenti lasciano memoria di questo borgo chiamandolo Bosazo e Bosaccia». Inoltre, negli anni, il borgo è stato teatro di tanti aneddoti spiritosi e divertenti (alcuni tratti dal libro «Vecchia Parma cara al cuore» di Giuseppe Balestrazzi, Artegrafica Silva, 1971) che hanno contribuito a colorare a tinte indelebili di umanità e sarcasmo «de dla da l’acua».
Lo chiamavano «Pit Véc’» proprio perché assomigliava a un vecchio tacchino: testa pelata e lucida, con un ciuffetto di radi capelli, lunghissime sopracciglia e baffi che invadevano metà del volto. Una caricatura vivente. Di mestiere faceva il venditore ambulante di stoviglie, imbuti («lorètt») e scodelle («scudéli» ) che trasportava su un carretto che trainava a mano. «Pit Véc’» fu preso di mira da tale «Tognétt Polenta» detto anche «Antonio dei Polentani». Chi era costui? «Tognètt» faceva il «cibàch» (calzolaio) e frequentava, come molti suoi colleghi, l’osteria «Tami» che era ubicata in Rocchetta (ora piazzale Corridoni). In questa osteria, la maggior parte degli avventori erano calzolai.
I «cibàch» facevano parte di una corporazione molto numerosa e granitica nella nostra città. Sino al 1295 avevano un loro statuto in quanto, i calzolai, costituivano una delle quattro arti più importanti di Parma, forti dei loro illustri predecessori come il ciabattino indovino Mastro Benvenuto, soprannominato «Asdente» (uomo dalla dentatura mostruosa, in parmigiano «al sdintè»), addirittura citato da Dante nel XX canto dell’Inferno. «Tognètt Polenta» era un carattere ameno, artefice nell’inventare spassose burle architettate molto bene tant’è che i suoi scherzi restarono sempre impuniti. Solo una volta il buon «Tognètt» fu scoperto a causa di uno scherzo che fece ai danni di «Pit Véc’».
Quest’ultimo, un bel giorno, transitando per piazzale della Rocchetta spingendo il carretto pieno della sua fragile mercanzia, gli venne, da mano ignota, scagliato contro un vecchio, ferrato e pesante scarpone da montanaro che cadde centrando in pieno le stoviglie e provocando un vero disastro. Ma la cosa ancor più grave fu che, dopo il rumore provocato dall’atterraggio dello scarpone sulle stoviglie, echeggiò una sonora e ignota risata unita ad una irriverente pernacchia. «Pit Véc’» non si scompose e, rapido come un fulmine, si recò nel vicino comando di Pubblica Sicurezza ubicato proprio in borgo Bosazza chiamando in suo aiuto l’appuntato Cavatorta. «Il panciuto e roseo Cavatorta - come riporta Aldo Emanuelli nelle sue Osterie Parmigiane - era un agente dal fiuto fino e non per nulla fu allievo dello sbirro Gaetano Fassi, brigadiere di Pubblica Sicurezza, assai popolare a Parma ove era semplicemente dalla malavita designato con il nome “Gajtàn”».
Il roseo Cavatorta, appena ebbe ascoltato l’ansimante «Pit véc’», capì chi poteva essere stato l’autore dello scherzo. Accompagnò in Rocchetta «Pit véc’» e, alzato il viso, gettò in aria il fischio notissimo di richiamo fra i calzolai. Fischio che, il popolo, traduce nella parola «mojéra». A tale richiamo, ecco subito apparire sulla porta dell’osteria «Tognètt Polenta». Bastò questo, a Cavatorta, per conoscere il lanciatore della vecchia e pesante scarpa e portarlo nel comando di polizia di borgo Bosazza. Un altro aneddoto riferito al borgo riguarda due cacciatori di topi che, secondo i racconti dei più anziani, fu una coppia di buontemponi che frequentavano le osterie «dedlà da l’acua». Uno si chiamava Giusto e l’altro Drasto e furono proprio loro a catturare una maxi «pónga», soprannominata «Carnera», date la forza e le dimensioni tipiche del famoso lottatore. La gigantesca «pónga» sulla quale si favoleggiava, specie nelle osterie, attribuendole fantasiosi misfatti, divenuta un incubo per la gente dell’Oltretorrente, fu catturata da Giusto e Drasto in borgo Bosazza. Come non si sa.
La leggenda dice che sia stata incantonata dai due prodi cacciatori e, quindi, in qualche modo giustiziata per la gioia vendicatrice delle «rezdóre», dei «formajär» e dei bottegai della zona.
Un altro singolare episodio, si dice, accadde sempre in borgo Bosazza ed ebbe per protagonista un «frè sarcón», molto probabilmente di un convento oltretorrentino: l’Annunziata o i Cappuccini. Il questuante con il saio, a bordo del suo calesse, fu fermato proprio alla fine del borgo quando si immette su strada D’Azeglio, da una pattuglia di guardie daziarie. Le due guardie rivolgendosi al frate gli dissero in modo ironico: «che bel caval, l’è fin’na un p’chè ca gl l‘abia un frè». «At gh ‘è propria ragiòn - replicò al sarcón -, a dir la vritè mi vräva un äzon mo an l’ò miga catè parchè jeron bèle tutti int il guardji dal dasi». Un altro personaggio molto conosciuto in borgo Bosazza poiché abitava poco distante, esattamente in borgo delle Grazie, fu «Stopén» il quale dormiva in un letto che si era fabbricato all’interno di una vera e propria bara. Il nostro amava la politica ma, soprattutto, il vino.
Un bel giorno «Stopén» sparì da borgo delle Grazie e da borgo Bosazza, che era uso frequentare, e non si fece vedere per tre giorni. La sua assenza fu immediatamente notata e fu con notevole preoccupazione che, entrando nella sua casa, gli amici scoprirono la famosa bara vuota.
«S’al n’è miga déntor in tla càsa l’è sign ch’l’è mòrt dabón» fu l’immediata deduzione. I capannelli di gente davanti alla casa di «Stopén» si ingrossavano sempre di più tanto che la polizia dovette intervenire temendo una manifestazione politica.
Finalmente, quando l’equivoco fu chiarito, «Stopén» riapparve, ancora euforico per la sbornia, dall’Osteria dei Cavalli dove era rimasto intanato tutto quel tempo. Le manifestazioni di affetto furono tali che «Stopén», commosso, giurò solennemente di non prendere più la «bàza» se non a casa propria.
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