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Ricordo

Addio a Carlo Montali, la storia di Parma (e di San Pancrazio) nel cuore

Addio a Carlo Montali, la storia di Parma (e di San Pancrazio) nel cuore

15 Gennaio 2026, 03:01

L’è rivàda in sordéna sènsa sonàr…» («È arrivata all’improvviso, senza suonare»). Così Carlo Montali aveva immaginato la sua ultima partenza in una poesia scritta per sé. E così, in silenzio, il 12 gennaio se n’è andato davvero, lasciando San Pancrazio più vuoto e insieme più ricco della sua memoria. Ragioniere di formazione e archivista per vocazione, Montali ha dedicato tutta la pensione a raccogliere e ordinare le storie degli altri: registri dell’anagrafe, documenti dell’archivio di Stato, articoli della «Gazzetta di Parma», fotografie, alberi genealogici. Aveva creato anche una pagina Facebook su San Pancrazio, perché, come ricordano i familiari, voleva «che la storia di tutti non andasse persa». La figlia Annalisa lo descrive come un uomo «che ha basato tutta la sua vita sull’amicizia», capace di tenere unite le famiglie della frazione e di animarla con ironia, poesie in dialetto e grandi tavolate. Nonostante una malattia polmonare che lo accompagnava dall’infanzia, ogni mattina faceva la cyclette: pura, ostinata voglia di vivere. L’amico di una vita, il cardiologo Pierluigi Bonati, lo ricorda come «leale, disponibile e amico vero», compagno di scuola, di pesca e di mille «baraccate». I funerali si terranno oggi nella chiesa di San Pancrazio.

Pubblichiamo di seguito l'affettuoso ricordo di don Umberto Cocconi, anche a nome dei suoi amici del Campus.

Forse Carlo avrebbe sorriso sentendo queste parole, perché in fondo tutta la sua vita può essere raccontata così: come un investimento continuo, ostinato e generoso nelle relazioni umane.
L’ultima parola che il suo telefono ha ricevuto è stata «grazie». Una parola semplice, essenziale, che oggi ritorna moltiplicata sulle labbra di tutti noi. Siamo grati a quest’uomo che, senza mai alzare la voce, ha saputo trasformare la nostra vita, il nostro modo di guardare la storia, la città, le persone.

Non sappiamo bene come sia cominciato tutto. Un giorno, tanti anni fa, Carlo arriva al Campus universitario. E da lì partono le avventure culturali: ricerche, dialoghi, scoperte, amicizie. Da lì nascono libri, progetti, percorsi condivisi. Da lì prende forma un lavoro immenso, paziente, silenzioso.

Carlo non ha digitalizzato semplicemente documenti: ha digitalizzato un oceano di comunità. Ha dato ordine alla memoria, ha salvato dall’oblio storie, nomi, vicende. Probabilmente, in qualche cartella del suo computer, ci siamo anche noi. Dal mattino presto fino alla sera lo si trovava a scrivere, registrare, catalogare, documentare la storia di Parma e del suo paese, San Pancrazio, che portava nel cuore come una radice viva.

Ha lasciato una mole impressionante di materiali: sulle chiese di Parma, sui sacerdoti, sulla storia ducale, sulle vicende civili e religiose. Un patrimonio che oggi chiede di essere custodito. Per questo nasce quasi spontaneo un desiderio: che intorno a Carlo si formi un gruppo di lavoro, capace di continuare, studiare e valorizzare ciò che lui ci ha consegnato.

C’è un episodio che racconta Carlo meglio di tante definizioni. Durante un trasloco, alcuni amici mi dissero di aver trovato in una soffitta qualcosa di apparentemente dimenticato: decine di annate della «Gazzetta di Parma» del dopoguerra. Saranno state una cinquantina, tutte rilegati con cura, per anni e per trimestri. Carta ingiallita, polvere, silenzio.

Per molti sarebbero stati solo vecchi giornali. Per Carlo no. Per lui era una miniera.

Appena li vide, gli si accesero gli occhi. Cominciò a studiarli uno a uno, con il rispetto che si deve alle fonti vere. Sfogliava lentamente, tornava indietro, prendeva appunti. E lì, nella cronaca locale, trovò un tesoro: San Pancrazio che riaffiorava pagina dopo pagina. Nomi di amici, fatti di paese, piccoli eventi quotidiani che raccontavano una comunità viva. E poi le pagine culturali, le firme, il modo di raccontare un territorio che cambiava senza perdere la propria anima.

Carlo ha sempre avuto un rapporto speciale con la «Gazzetta di Parma». La leggeva ogni giorno. La ritagliava con metodo, quasi con devozione. Conservava gli articoli più significativi sulla storia locale, sulle chiese, sulle persone, sulle tradizioni. Non per nostalgia, ma per responsabilità verso la memoria.

Per lui la Gazzetta non era solo un giornale: era un archivio vivo, una cronaca fedele del territorio, una compagna quotidiana di studio e di vita. Grazie a quelle pagine, Carlo ha saputo ricostruire storie che rischiavano di andare perdute, restituendo dignità ai piccoli fatti, alle persone comuni, ai paesi che non finiscono nei manuali ma tengono in piedi la storia vera.

D’estate, per cercare il fresco, Carlo si trasferiva sull’Appennino. Ma non partiva mai senza la sua inseparabile chiavetta. Lo studio non andava in vacanza. E noi diventavamo ospiti della sua tavola. Cucinava lui, insieme alla sua cara moglie Carla. Arrivavi e ti accoglieva subito un profumo di buono, quello che sa di casa vera. A tavola scorrevano foto, ricordi, racconti. Le pareti parlavano, la casa era piena di scritte, di appunti, di segni: eri immerso fino in fondo nella parmigianità.

E poi il dialetto. Carlo non lo parlava soltanto: lo interpretava, lo rendeva vivo, lo restituiva come patrimonio culturale, come gesto d’amore verso le tradizioni.

Da giovane era stato contabile. Un uomo preciso, rigoroso. Bastava guardare la sua scrivania, i cassetti ordinati, per capire chi fosse. Ma con la pensione non si è mai fermato.

Anzi, si è immerso ancora di più nello studio, nella ricerca storica, nelle collaborazioni, nelle amicizie: memorabile quella con il mondo medico, come pure il suo contributo a Parma Nostra e la grande ricerca su don Gallinari.

Carlo è stato anche un grande cuoco della compagnia, uno di quelli che cucinano la tradizione senza compromessi: burro, lardo, sapienza antica, e soprattutto la gioia di stare insieme.

Il Vangelo scelto per il suo commiato non poteva che essere questo:

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri… Vi ho chiamati amici».

Carlo ha vissuto tutto questo alla lettera. Il suo grande dono è stato l’amicizia. Un’amicizia fatta di tempo, di ascolto, di fedeltà, di discrezione.

E accanto a lui, sempre, Carla.

Donna saggia e intelligente. Ogni tanto fingeva di sgridarlo, ma era solo una carezza travestita. Carlo e Carla sono stati uno per l’altra: si completavano. Senza il silenzioso assenso di Carla, Carlo forse non avrebbe potuto fare tutto ciò che ha fatto. Dietro ogni pagina, ogni documento, ogni ricerca, c’era anche lei.

Oggi Carlo non è più seduto alla sua scrivania.

Ma il suo frutto rimane. Rimane nelle carte, nei libri, nelle amicizie. Rimane in noi.

E soprattutto rimane in quel capitale che non si svaluta mai: l’amicizia.

Don Umberto Cocconi

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