Intervista
Il suo è il «teatro della sorpresa»: la simpatia toscana e l'eloquio raffinato di Alessandro Benvenuti arrivano a Parma sabato 21 febbraio alle 21.
La aspettiamo al Teatro del Cerchio con «Lieto fine», lo spettacolo che conclude la «Trilogia del dinosauro canterino», iniziata con «Un comico fatto di sangue» e proseguita con «Panico ma rosa». Com'è cambiato il suo Dinosauro e come ha scelto il lieto fine?
«Oddio, i titoli sono un po' delle trappole, tutti e tre... Il progetto è iniziato nel 2000, è un esperimento di scrittura comica a cui tengo molto. L'unico piccolo dispiacere è che assisterete alla parte finale, sarebbe stato bello partire dall'inizio. Però lo spettacolo ha una sua compiutezza».
Immaginiamo. Per chi non ha visto le puntate precedenti, possiamo dire che «Lieto fine» è un po' una seduta dallo psicologo?
«Sì, lo è. Cerco di raccapezzarmi: ci sono un uomo e una donna. La donna si è sempre chiamata Mara, in tutti e tre gli spettacoli. L'uomo non ha mai avuto un nome proprio, si definisce nel terzo spettacolo. Poi sono di mezzo anche le figlie e gli animali, cani e pappagalli. Nel primo episodio, "Un comico fatto di sangue", i cani sono fondamentali. Nella seconda parte, si racconta la vicenda di questi due personaggi con il cane durante il lockdown, una sorta di narrazione dell'impazzimento neuronale che ci fu. Nel terzo capitolo, l'uomo è rimasto solo e parla dell'assenza della donna. È sicuramente quello che più somiglia a una seduta psicoanalitica, ma non posso svelare troppo perché c'è un finale a sorpresa...».
Limitiamoci a quel che si può dire: chi vede il cartellone o un trailer, la vede su una bicicletta... è una metafora?
«È fondamentale. È la metafora dell'andare. Noi attori andiamo. Nel terzo episodio, dichiaro che il personaggio è un attore. Il terzo capitolo è proprio il racconto di un attore, è lo spettacolo più simile a me, più vicino al nostro mondo del teatro».
È un po' autobiografico?
«Lo è nel senso che il mio modo di scrivere è quello di mescolare realtà e finzione. Ci sono elementi biografici, ma il tutto è mescolato in un pentolone alchemico, quindi è difficile capire dove inizia l'una e dove finisce l'altra.»
Conoscendola, possiamo immaginare che sia un mix di comicità e di poesia?
«Sì, mi muovo essenzialmente nel linguaggio del comico e cerco di non avere uno stile sempre uguale perché mi piace sorprendermi e sorprendere il pubblico. Rivendico questo enorme desiderio di rischiare, partendo da un atteggiamento comico verso la vita, ma con il desiderio di inventare cose, formule, rinnovarsi. Per me la cosa fondamentale è la sorpresa. Cerco di fare il teatro della sorpresa. Nel vedere la trilogia, si capisce lo sviluppo del linguaggio comico, si capisce il viaggio che faccio dentro le parole, alla loro musicalità. Vedo la scrittura come un pentagramma, ottenendo effetti che vanno dal comico al tragico o al poetico. Siamo un po' tutto noi uomini, no?»
La regia la firma a metà con Roberto Abbiati, attore mimo e regista di grande sensibiità...
«Adoro Roberto da molti decenni. In questo caso, Roberto è stato fondamentale perché da solo non avrei mai fatto la regia di uno spettacolo così complesso».
Sullo schermo la vediamo nei «Delitti del Bar Lume», il pubblico ha un grande affetto per lei. Oggi quale nuovo progetto la potrebbe convincere?
«Mi convinco di tante cose quando mi vengono proposte e sono belle idee. Adesso, per esempio, una troupe televisiva fiorentina ha lavorato su di me per due anni e mezzo per un docufilm. Ormai li fanno su tutti, lo fanno anche su di me. Mi sono convinto perché era un progetto molto interessante. Sono interessato a tutto ciò che è curioso, che è nuovo, perché c'è sempre da imparare».
Dal futuro al passato: la stagione dei Giancattivi, con Athina Cenci e Francesco Nuti, com'è stata, come la giudica oggi?
«La giudico fondamentale. È stata meravigliosa, bellissima e anche dolorosa. È stata un'esperienza che somiglia tanto alla vita, e averla vissuta mi ha maturato tantissimo. Mi ha insegnato a conoscermi, a conoscere i miei limiti, la mia forza, le mie robe più antipatiche, il mio lato altruistico, il mio lato egoistico. È stato un guardarsi allo specchio impietoso».
Se si dovesse descrivere oggi, Alessandro Benvenuti chi è?
«La definizione la so già a memoria: mi sento un disadattato di successo».
Biglietti: 15 euro (ridotti: 10 e 5 euro) sulla piattaforma liveticket.
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