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PATTEGGIAMENTO

Anni di minacce e botte, poi lei lo lascia e lui piazza un Gps in auto per controllarla

Anni di minacce e botte, poi lei lo lascia e lui piazza un Gps in auto per controllarla

13 Febbraio 2026, 03:01

L'aveva conosciuto a 20 anni. E nei primi tempi quella gelosia le era parsa (purtroppo) una dimostrazione d'affetto. Di attenzione e cura. Certo, c'erano momenti in cui si sentiva il suo sguardo severo addosso anche quando lui non c'era, ma subito dopo cercava di cancellare quella sensazione odiosa. Poi, erano nati i figli: una bambina nel 2014 e il fratello, tre anni dopo. Avrebbe voluto andarsene Victoria (la chiameremo così), invece aveva trangugiato amarezza e delusioni. Ma nei primi giorni del 2022, dopo più di dodici anni dall'inizio della relazione, aveva trovato la forza che le era sempre mancata: insieme ai bambini, si era rifugiata a casa di un'amica. E lui era diventato la sua ombra. Minaccioso, aggressivo e pronto a tutto pur di riprendersi ciò che riteneva «suo». Così determinato a radiografare ogni istante della vita di Victoria da piazzarle un Gps in auto per localizzarne i movimenti, oltre che un telefonino per tentare di registrare le sue parole con i finti amanti che la sua mente aveva partorito. Accusato di maltrattamenti aggravati, l'ex compagno - 43enne, origini albanesi - ieri ha patteggiato 1 anno e 4 mesi davanti alla gup Sara Micucci, che gli ha concesso le attenuanti prevalenti sull'aggravante. La pena è stata sospesa, a patto che segua un percorso di recupero entro un anno dal passaggio in giudicato della sentenza. 

In quei dodici anni i litigi, e le sue parole patetiche per tentare poi di giustificarsi, erano stati così frequenti che faceva ormai fatica a ricordare come fossero esplosi. Ma aveva una certezza: era sempre quell'ossessione del controllo che lo portava a fare domande, criticare, proibire, «condannare». E nel 2021, quando Victoria gli aveva detto chiaramente che ormai era decisa a separarsi, lui era diventato sempre più violento. Verso la metà di dicembre di quell'anno le aveva urlato in faccia: «Non ti faccio più vedere la luce, se mi togli i figli». E poco dopo, nonostante lei avesse chiamato la polizia, era passato alle minacce davanti agli agenti: «O se ne va lei, o l'ammazzo».

Victoria se ne era andata veramente dopo qualche settimana, ma pochi giorni prima che facesse le valigie, lui le aveva fatto capire quanto ormai fosse alla deriva. Aggressivo. Incontrollabile. Stavano rientrando da alcuni giorni di vacanza, eppure lui aveva trovato il modo di litigare e, nonostante lei stesse guidando, con i due bambini nel sedile posteriore, le aveva sferrato un cazzotto al volto. Un dolore pulsante alle tempie l'aveva costretta ad andare in Pronto soccorso, e per la prima volta aveva parlato delle violenze del compagno.

Ma quando se ne era andata, qualche giorno dopo, era cominciato un altro capitolo di quella storia di sopraffazione: pedinamenti, appostamenti sotto casa, e soprattutto una pioggia quotidiana di messaggi e mail con cui doveva fare i conti ogni giorno. Frasi infarcite di ingiurie («sei una cattiva madre e lasci i figli per andare con gli uomini»), con le quali le faceva anche sapere che monitorava ogni suo movimento. Così preciso nel riferirle cosa facesse durante la giornata, che Victoria si era messa a ispezionare l'auto per controllare che non ci fosse qualche aggeggio piazzato per controllarla. E così erano spuntati un telefonino, all'interno del pianale, e il Gps legato con alcune fascette dentro il paraurti.

E che fosse stata opera sua, c'erano ben pochi dubbi. Quando lei si era infuriata, subito dopo aver trovato il cellulare in macchina, lui non aveva negato. Anzi. Le aveva fatto la richiesta che mai avrebbe immaginato: «Devi restituirmelo».

Gli ordini. Sempre e comunque. Anche quando Victoria aveva rialzato la testa.

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