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In pensione

L'infermiera Paola Bellini: «La mia nuova vita dopo 41 anni in corsia»

Sopravvissuta al Covid e per errore dichiarata morta, ora punta su ricordi, ironia e volontariato

L'infermiera Paola Bellini: «La mia nuova vita dopo 41 anni in corsia»

13 Febbraio 2026, 03:01

«Sono riuscita a radunare tutte le persone che hanno lavorato al mio fianco, in corsia, in questi 41 anni. Dalla primissima caposala, che mi ha accolto nel lontano 1984, agli ultimi specializzandi che ho salutato il 31 gennaio. Il tutto senza considerare i miei prof: i primari del passato e quelli di oggi».

Bilancio finale, neanche a farlo apposta: «Eravamo a tavola in 118». Una battuta? «Per niente, lo chieda alla trattoria Scarica». Riesce sempre a strappare un sorriso Paola Bellini, una «vecchia conoscenza» di Gazzetta, balzata agli onori della cronaca dopo aver scoperto di essere «sopravvissuta al Covid ma non all’anagrafe, che mi ha data per morta per un errore di sistema» aveva raccontato nell’aprile del 2020. Oggi torna a parlare con garbo, disinvoltura e quel pizzico d’ironia che hanno sempre apprezzato anche al Maggiore. Infermiera strumentista, lascia «un mondo che ho amato profondamente, ma che ormai non sento più mio - spiega - e non ho rimpianti, ma solo nuovi progetti». Viaggi? «In realtà li ho sempre fatti, visto che mio marito ed io siamo motociclisti e camperisti fin da ragazzi - sorride - penso più che altro al volontariato: alla Protezione civile, ma anche a un’attività del fidentino che lavora coi ragazzi disabili e mi piacerebbe molto partecipare». Poi torna al passato: «Fin da bambina ero molto curiosa del corpo umano: mia madre raccontava che pungevo le bambole con l’ago e le suturavo col filo, chissà forse era un segno». Degli anni al Maggiore ricorda «il dolore di vedere tanti, troppi giovani finire sul tavolo operatorio dopo incidenti stradali terribili e non riprendersi. La tempesta del Covid che ha cambiato tutto» ma anche «quell’umanità e i rapporti coi pazienti che si seguivano dal principio alla fine e non come fossero numeri. L’ospedale è stato e sarà sempre una seconda famiglia, ma sono felice di aprire un nuovo capitolo della mia vita».

Chiara Pozzati

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