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CALESTANO

Fra sapere antico e land art: con Sacchi «Siamo tutti scalpellini»

 Il suo sogno: fare un labirinto verde con muri a secco in Appennino 

di Luca Molinari -

10 agosto 2020, 12:17

Fra sapere antico e land art: con Sacchi «Siamo tutti scalpellini»

Il sogno proibito di Paolo Sacchi, professione scalpellino, è quello di realizzare un labirinto verde sul nostro Appennino, fondendo l’antica arte dei muri a secco con la natura circostante, per dar vita a un grande esempio di Land art. La sfida quotidiana è invece quella di mantenere vivo un mestiere dimenticato, ma che ancora affascina tante persone. 
Originario di Torchio di Fontevivo, Sacchi dal 1985 vive a Ramiano di Calestano assieme a sua moglie Susanna, dove prendono forma le sue opere in pietra: muri a secco, sculture, ma anche cippi monumentali come quello da poco ultimato sul crocevia del monte Valoria, vicino a Berceto, lungo la Via Francigena. 
Assieme ad un piccolo gruppo di appassionati, Sacchi ha dato vita a «Siamo tutti scalpellini», una delle realtà che si è aggiudicata un finanziamento messo a disposizione da Fondazione Cariparma tramite il progetto ThinkBig - la chiamate d’idee portata avanti assieme a LUdE (Libera università dell’educare) - dando vita ad una serie di workshop molto partecipati sul mestiere dello scalpellino. 
«I laboratori sono tutti andati sold-out - sottolinea Sacchi -. L’arte della lavorazione della pietra attira tante persone. E nell’ultimo workshop c’erano più donne che uomini». 
Sul nostro Appennino sono rimasti pochissimi scalpellini oltre a Sacchi: tra questi, Paolo Carbonieri in Valtaro - Valceno e Andrea Bramani in Val Parma. «La pietra a secco è una via di mezzo tra la street art e la land art - osserva Sacchi -. Purtroppo l’ingegneria naturalistica viene ancora considerata una nicchia, ma un muro a secco, se ben fatto, ha una sicurezza e una durata anche superiore a un muro in cemento armato, oltre ad essere molto più bello e in armonia con il paesaggio circostante». 
Il maestro d’arte Sacchi riceve richieste di «lezioni» anche dall’estero. «Ho lavorato più volte in Francia e ho conosciuto Norman Haddow, ossia colui che cura i muri a secco della tenuta scozzese della famiglia reale inglese - racconta -. All’estero c’è una riscoperta di questo antico mestiere». 
Sacchi si è «innamorato» della pietra lavorata dopo aver proposto a un centro di formazione un corso per apprendere la tecnica della lavorazione della pietra. «Durante le lezioni pratiche sono riuscito a convincere gli ultimi scalpellini della Val Baganza a svelarmi i loro segreti - ricorda -. Da quel momento non ho più spesso di lavorare la pietra». 
Il laboratorio di Sacchi è «outdoor», all’aperto: armato di scalpelli e martelli, riesce a realizzare vere e proprie opere d’arte grazie al proprio ingegno e ad una grande passione. Il repertorio delle sue creazioni è molto vasto: si va dalle sculture ai bassorilievi, dai cippi ai muri a secco, per poi passare ai mosaici di vetro e ceramica, oltre a xilografie e qualunque altra cosa rientri nel campo delle arti applicate. 
Oggi uno scalpellino deve fare i conti con la concorrenza spietata delle macchine e la globalizzazione della manodopera. «Lo scalpellino deve essere un artigiano ma anche un divulgatore - commenta Sacchi -. Uno scienziato ma anche un artista in grado di percepire l’intima conoscenza della pietra come ossatura del paesaggio naturale e antropico per creare cultura, turismo, divulgazione scientifica in Appennino».