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LANGHIRANO

Il castello di Torrechiara e i segni della storia svelati in un libro

Il volume ricostruisce le fasi architettoniche dell'imponente edificio  dal progetto originario voluto e pensato da Pier Maria Rossi con sembianze militari alle trasformazioni  subite nei secoli seguenti
 
 

di Luciano Serchia (Già soprintendente per i Beni architettonici e paesaggistici) -

10 febbraio 2021, 09:43

Il castello di Torrechiara  e i segni della storia svelati in un libro

Jacopo Caviceo, nella prima biografia in latino di Pier Maria Rossi (1490), descrisse il castello di Torrechiara cominciando dal versante est della collina: “All’inizio della prima salita: una fontana, la porta munita della torre e dell’atrio [….]. Di qua fino alla porta successiva [di ingresso al borgo] v’è una strada di 200 passi [150 m circa] costruita da un doppio muro e da un terrapieno [….]“. La stessa porta fu poi rappresentata da Smeraldo Smeraldi nella sua mappa del 1599-1602.

Per Bonaventura Angeli (1591), nel castello “Vi si veggono fabricati ingegnosamente i piacevoli archi, le Torri vaghe, i leggiadri Palazzuoli; e le logge amene; dentro poi vi si trovano camere, e sale bellissime, e molto riguardevoli, ornatissime di ciò, che a ricevere ogni gran Principe si conviene“.

La prima testimonianza si sofferma sul sistema dei percorsi di accesso al borgo e al castello, lasciandoci intendere che per raggiungere il cortile era necessario superare sette porte collegate tra loro da rampe: l’ultima delle quali, sul lato ovest, ben più corta e ripida di quella attuale. La seconda esalta invece l’amenità del luogo e gli ornamenti pittorici che arricchivano varie sale del complesso. Nella prima emerge una struttura fortificata, declinata secondo gli schemi degli impianti tardo medievali; mentre nella seconda il castello è raffigurato come una vera e propria dimora signorile della fine del Cinquecento.

Questi due diversi aspetti del castello sono ora descritti e argomentati nel libro, intitolato “Il castello di Torrechiara. Le origini, il cantiere rossiano e le trasformazioni successive”, edito dal Comune di Langhirano, pubblicato nel mese di dicembre 2020, dove sostengo e documento che la struttura non fu costruita in 12 anni (dal 1448 al 1460), come indicato nell’epigrafe murata sopra l’arco d’ingresso del rivellino ovest (sesta porta), ma in trent’anni (dal 1448 al 1478); che alcuni incisivi interventi di adattamento del complesso furono attuati nel corso dello stesso cantiere rossiano; e che altre sostanziali modifiche furono realizzate entro il 1545, con l’intento di attenuare le sue eminenti caratteristiche tardo medievali, poi ulteriormente aggiornate da Sforza Sforza di Santa Fiora e da suo figlio, il cardinale Francesco, tra gli anni settanta e novanta del XVI secolo.

Nel primitivo impianto quattrocentesco, caratterizzato da sembianze molto più arcigne di quelle attuali, convivevano funzioni militari e abitative che trovavano spazio anche nei due grandi fabbricati rustici costruiti nel versante ovest sopra i due terrazzamenti, rispettivamente ricavati tra il primo e il secondo giro di mura, esattamente come rappresentato nel «ritratto di architettura» della Camera d’Oro, il quale costituisce a tutti gli effetti il primo rilievo in senso assoluto del complesso castellano. Dalle analisi effettuate emerge che la disposizione delle sette porte e dei relativi percorsi di collegamento era stata studiata da Pier Maria Rossi in rapporto al diverso schema distributivo che connotava i fabbricati tardo medievali. Mi riferisco in particolare alla corta e ripida rampa che collegata il rivellino di nord-ovest (sesta porta) alla settima porta, in epoca rossiana unico accesso al cortile; all’altra rampa scoperta che dal borgo saliva alla quarta porta, situata sul lato nord del castello, prolungata e coperta entro il 1545; e alla definitiva chiusura del rivellino ovest (terza porta), che determinò il ribaltamento della facciata della chiesa di S. Lorenzo da ovest verso est e un diverso assetto della rete viaria all’interno dello stesso borgo.  Quest’ultima operazione rese superflua la torre che sovrastava la prima porta, posta non a caso nel punto dove si innestava il tracciato stradale che saliva con andamento sinuoso lungo il versante nord della collina, per connettersi alla terza porta (rivellino di nord-ovest); e soprattutto determinò lo scollamento dello stretto rapporto spaziale e funzionale che nel Quattrocento intercorreva tra il castello, il borgo e la casa del Podestà, uno dei cardini costitutivi dell’insediamento borghigiano, situata alla fine dell’asse centrale del tridente stradale.

 Nel libro sono affrontati tanti altri argomenti che qui tralascio per ovvie ragioni di spazio. Ma il lettore che volesse addentrarsi nell’affascinante complesso potrà scoprire altri elementi, alcuni dei quali hanno sollevato degli altri interrogativi, a cui ho cercato di dare risposta avvalendomi dei rilievi laser scanner fotogrammetrici, dell’analisi archeologica degli alzati, quando ciò è stato possibile, e di specifiche ricostruzioni grafiche.