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la visita

Il giorno di Sophia «Qui alla Dallara per dire grazie a tutti i miei angeli»

La pilota tedesca scampata all'incidente di Macao nel novembre scorso: «Ora amo ancora di più la vita». L'incontro con l'ingegnere, la visita allo stabilimento e la prova della Stradale lungo la Valceno: «Superfun» 
 

di Roberto Longoni -

11 giugno 2019, 14:42

Il giorno  di Sophia «Qui alla Dallara per dire grazie a tutti i  miei angeli»

 

Sprofonda nell'abitacolo della Dallara F312 avvolta da una sensazione di sicurezza, felicità, gratitudine alla vita. Che cosa sia davvero  solo lei lo sa. Quel guscio di carbonio poteva essere la sua bara e invece è stato come un ventre materno da cui rinascere. «La mia Jerry» sorride Sophia Flörsch, accarezzando il volante. Jerry è il topo che sempre beffa il gatto Tom.  Stavolta la sopravvivenza non se l'è  guadagnata con la velocità: quella avrebbe potuto ucciderlo. No, è stata la resistenza a salvarlo. Ci sono trofei conquistati sul filo dei millesimi. Altri frutto di maratone decennali di costanza, ingegno e passione. Per questa lunga corsa di altri Sophia è viva. Ed è per dire grazie che è venuta a Varano Melegari, ritrovando la F312 identica a quella con cui si schiantò a Macao ai 276  all'ora. La sua Jerry.

Gli occhi blu, spalancati su ogni cosa come se fosse Alice nel paese delle meraviglie, sono appena al di sopra del volante. Un sorriso dopo l'altro, sembra immaginarsi chissà quale circuito. Allo schermo che proietta le immagini del suo incidente a Macao Sophia ha dedicato uno sguardo appena, prima di entrare nell'abitacolo. Quante volte l'avrà visto, quel video. «È solo grazie a esso che mi sono resa conto di quanto sia stato spaventoso il mio schianto» ha detto poco dopo quel 18 novembre 2018 maledetto ma guardato dagli  angeli. Il padre Alexander, pilota a sua volta,  se ne accorse anche osservando le radiografie: è stata questione di un millimetro, se la lesione alla colonna vertebrale non ha paralizzato la figlia. Chissà se ha ancora nella memoria del cellulare la scansione delle lastre prova del miracolo.
Ma oggi, risalendo la rampa del museo della Dallara, è un giorno di emozioni nuove. «Prima fra tutte quella di vedere il mio nome sulla F312 accanto a quello dei campioni del mondo delle corse». Non solo automobilistiche, perché la prima foto del suo smartphone, Sophia la dedica alla  Z Bike con cui Alex Zanardi ha vinto due medaglie d'oro e una d'argento alle Paralimpiadi di Londra nel 2012. Una «treruote» in carbonio  disegnata dal vento (con tanto di manichino nelle varie posizioni di «pedalata»).
VELOCITÀ E SICUREZZA
Leggerezza e aerodinamica: materie prime della fabbrica di Varano Melegari. Con la sicurezza. Quanta strada sia stata fatta dai primi tempi, l'ingegnere lo sottolinea mostrando proprio il bolide accanto alla Z Bike: la Lamborghini Miura da lui disegnata oltre mezzo secolo fa. «Aveva il serbatoio qui - mostra Giampaolo Dallara, indicando il cofano -. Bastava un frontale di un certo tipo perché l'auto prendesse fuoco». Uno scontro nemmeno paragonabile a quello di Macao. Proseguendo il viaggio nel tempo del museo  disegnato da  Alfonso Femia, Sophia sbircia all'interno della Lancia Sport Lc1. Spartana all'osso. «Crazy» esclama. All'altezza della Renault RS01 Gianmarco Beltrami, responsabile marketing della fabbrica di Varano, le fa il nome di Alain Prost. Si era già nell'era della fibra di carbonio. Lei sfiora la carrozzeria. «Tutto fatto a mano?». Proprio così. «Crazy». Il concetto non è nuovo, ma non ci si può ancora una volta non riempire d'orgoglio, quando chi viene dalla patria della precisione e dell'organizzazione si stupisce per il valore dell'ingegneria italiana.

«NATA PER CORRERE»
A Varano la giovanissima pilota tedesca (ha compiuto 18 anni il primo dicembre scorso, tre giorni dopo la «rinascita» a Macao) è arrivata in mattinata. Ha pranzato con Beltrami, Andrea Pontremoli, ceo e general manager della Dallara e con Angelica Dallara. La vicepresidente del gruppo, come donna e come madre, le ha chiesto se sua mamma sia felice nel vederla di nuovo scendere in pista (cosa che ha fatto in marzo), «Corro da quando ero piccola: sono nata per questo» ha risposto Sophia. C'era un conto in sospeso tra lei e quest'angolo felice di Appennino. «Sono viva grazie al telaio della Dallara» scrisse su Instagram poco dopo lo schianto. Così, sapendo della sua partecipazione alla Mille miglia con una Mercedes ali di gabbiano, Beltrami l'ha  raggiunta a Palazzo Ducale, per invitarla alla sua prima visita a un costruttore.
Le parole di Sophia ricordano quelle pronunciate qualche anno fa da Scott Dixon, dopo un terribile incidente in Formula Indy: presentandosi  alle telecamere sano e salvo, il pilota neozelandese esclamò: «Devo la vita a San Dallara». Lui, l'ingegnere, quasi si schermisce. «Non esageriamo. Siamo solo contenti di aver fatto la nostra parte - commenta -. E siamo contenti di avere qui Sophia, che per noi ha espresso parole così belle. È una ragazza che va forte e può avere un bel futuro agonistico». Intanto, a ricordare che anche la corsa dei costruttori per la vita dei piloti non si ferma mai, Dallara aggiunge: «A Macao è anche girato tutto per il verso giusto, ma le nostre macchine ora sono ancora più sicure di quella: non ce n'è una che non abbia l'halo (la specie di rollbar davanti al volto del pilota, ndr).  Per 30 anni sono stato nella commissione della Fia e posso testimoniare che nessuno ha mai cercato di frenare su criteri di sicurezza sempre più stringenti». I risultati si vedono.
La visita prosegue nelle sale dell'Academy. Sophia ha su per giù l'età dei ragazzi che vengono con le scuole. E come loro reagisce, esclamando «cool» (figo) a più riprese. Nella sala del simulatore, dove si «guidano» auto che ancora non esistono, eliminando i difetti prima ancora di dare il via alla produzione, o di fronte alle stampanti a 3D che costruiscono i pezzi per i modelli da portare in galleria del vento. O quando le fanno provare il seggiolino ammortizzato o  di fronte alla prova della tenuta dei modelli con  baricentro più o meno alto o al crash test. «Questo sarebbe il tuo» scherza Beltrami. E lei ride. Per carattere e perché così le ha insegnato la vita, specie quando l'ha portata a un soffio dalla morte. «Dopo l'incidente - racconta - ho imparato ad apprezzare ancora di più ciò che ho e ciò che faccio. Sono venuta qui per ringraziare: chiunque abbia lavorato alla mia Jerry è uno dei miei angeli». 
SULLA STRADALE
Così, è due volte la persona giusta per apprezzare la Stradale. Prima, dal responsabile dello stabilimento Andrea Vecchi le viene mostrata l'officina (ma sembra piuttosto una clinica) nella quale in due giorni e mezzo nasce il nuovo bolide a due posti di Varano. «Devo mostrare la patente?» chiede lei con candore, quando Daniele Guarnaccia, un altro giovane ingegnere (l'età media dei dipendenti della Dallara è 33 anni: provenienti non solo da ogni regione italiana, ma anche dall'estero, fino dalla Nuova Zelanda) responsabile del programma della Stradale le consegna le chiavi di un'auto  e le si  siede accanto per una prova lungo la Valceno. Puro divertimento, con una vettura che va da zero a cento in 3 secondi. «E che tenuta, che frenata» sottolinea lei: da cento a zero in 31 metri. «Quando avrò i soldi, me ne comprerò una» assicura, prima di aggiungere: «Superfun». Con un sorriso che vale più di ogni traduzione.