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Daniele Faggiano: «Ripartire? Prima deve tornare la normalità»

di Carlo Brugnoli -

04 aprile 2020, 11:06

Daniele Faggiano:  «Ripartire? Prima deve tornare la normalità»

In un momento così delicato per il calcio italiano (e per tutto il Paese) lo stato d'animo che prevale è quello dell'incertezza. Incertezza sulla ripresa dei campionati, incertezza sulle strategie da mettere in campo, incertezza sui riflessi che la situazione potrebbe avere non solo su questa ma anche sulla prossima stagione. Ne consegue che anche  gli addetti ai lavori cerchino di dosare le parole per evitare di essere fraintesi.  Il direttore sportivo del Parma, Daniele Faggiano, non si sottrae, però, a una chiacchierata sui temi in discussione e sui nodi da sciogliere che ancora non hanno trovato una soluzione condivisa.
Come sta vivendo questa situazione?
«Come la vivono tutti e cioè in casa. Il telefono aiuta a mantenere i contatti con tutti, poi leggo i giornali e cerco di tenermi aggiornato. Chiaramente manca il contatto diretto con le persone che è sempre molto importante. E comunque si continua a lavorare».
C'è un dibattito aperto sull'eventuale ripresa del campionato tenendo sempre presente che prima dovrà essere dichiarata conclusa l'emergenza. Ma è legittimo ipotizzare una ripresa o non ci sono più le condizioni per ripartire?
«Su questo aspetto non mi voglio esprimere perché prima bisogna tornare alla normalità. L'ho già detto e lo ribadisco: fare ipotesi ora rischia di diventare un esercizio ozioso e superfluo perché le chiacchiere le porta via il vento. Aspettiamo e dobbiamo essere pronti a tutto».
In queste settimane avrà parlato certamente con alcuni giocatori. Che valutazioni fanno della situazione posto che la tutela della salute viene sempre al primo posto?
«La valutazione che fanno è proprio quella. Ne abbiamo parlato quando ci siamo visti (prima delle limitazioni imposte dal Governo) e tutti concordano sul fatto che la sicurezza deve oggi essere al primo posto con tutte le garanzie del caso. Cosa che peraltro avevo detto prima di Torino-Parma (partita che era stata poi rinviata, ndr). In quella occasione si era paventata l'ipotesi di giocare il giorno dopo (il lunedì) ma avevo detto di no proprio perché non ritenevo che la salute dei giocatori sarebbe stata adeguatamente tutelata. Oggi è questo il pensiero comune e ne sono contento».
Riavvolgendo il nastr0 e col senno di poi, ritiene che Parma-Spal e cioè l'ultima partita disputata dai crociati, si dovesse giocare a tutti i costi? 
«Certo non potevamo decidere da soli di non giocarla. Qualcuno ha pensato bene di mettere in piedi il tira e molla del giocare o non giocare e alla fine la partita si è giocata. Forse ci sono state situazioni e valutazioni che io non so, che la società non sa. Fatto sta che il Governo e la Lega alla fine hanno deciso di imboccare questa strada e noi ci siamo solamente adeguati. E' andata così e va bene così».
A questo punto, e veniamo a un tema che la riguarda in prima persona, cambiano anche le prospettive di un mercato (quello per il prossimo anno) che potrebbe dilatarsi a dismisura arrivando a sovrapporre la sessione estiva a quella invernale. E' d'accordo?
«Si è detto che si potrebbe arrivare a dicembre compattando i due mercati (quello estivo e quello invernale). Sulle ipotesi non  mi esprimo perché potrei essere smentito già oggi. Ma se penso che fino a qualche anno fa non si giocava a Pasqua o a Natale e adesso si gioca, penso che ci si possa abituare a tutto. E anche per quanto riguarda il mercato ci adegueremo alle decisioni che verranno prese che in questo caso sono determinate da cause di forza maggiore».
 Da questa terribile emergenza uscirà un'Italia molto cambiata. Anche il calcio potrebbe uscirne molto cambiato?
«Spero che cambi in meglio e con il cuore. Mi spiego, bisogna recuperare una dimensione più umana nel senso che ci si dovrà impegnare non solo per tutelare il proprio orticello ma avendo una visione comune e meno egoistica. Penso alla nostra società che, pur essendo una azienda, non è un business ma una passione portata avanti da imprenditori che investono ma lo fanno per il legame che hanno con il club e con la città».
C'è chi ipotizza, il prossimo anno, una serie A allargata a 22 squadre. E' d'accordo?
«Di tutte le proposte che ho sentito in queste settimane, mi sembra la meno percorribile. Aumentare il numero delle squadre vorrebbe solo dire aumentare i problemi che, purtroppo, già ci sono».