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Editoriale

Il confronto di Europa e Stati Uniti con la Russia

Biden

di Augusto Schianchi

24 Gennaio 2022,13:31

Il confronto di Stati Uniti e Unione Europea con la Russia è presto detto.

La Russia non vuole l’allargamento della Nato a ridosso dei propri confini. Già la Polonia con le Repubbliche baltiche è a ridosso della Russia; oggi è il caso dell’Ucraina, domani potrebbe essere quello della Georgia, magari poi la Bielorussia, una volta liberatasi dal dittatore di turno. Per la Russia un accerchiamento intollerabile, almeno in queste condizioni di rapporti geopolitici mondiali.

Di fronte delle minacce russe, le posizioni di Stati Uniti ed Europa divergono sostanzialmente. Gli Stati Uniti vogliono mantenere la leadership mondiale, già sottoposta a tensione dal confronto con la Cina. Gli Stati Uniti sono il paese leader: per potenza economica (pur con una popolazione pari ad un quarto di quella cinese), per innovazione tecnologica (i cinesi non sono molto distanziati), infine per potenza militare (gli Usa da soli spendono più di Cina e Russia messe assieme). Per questo gli Stati Uniti possono permettersi una politica internazionale superattiva. Politica che appartiene alla cultura e tradizione americana. La supremazia mondiale si consolida nella competizione dura e pura.

“Noi Americani siamo i migliori e quindi spetta a noi la leadership. Chi ci segue sa di poter trarre vantaggio dalla nostra supremazia, che (entro certi limiti) siamo disposti a condividere, con l’obiettivo a lungo termine di un benessere comune equamente partecipato. Lo abbiamo già dimostrato nel corso del secolo scorso: decisivi nel ribaltare le sorti del primo conflitto mondiale; altrettanto nello stravincere il secondo; nel salvare l’Europa dalla devastazione post bellica con il Piano Marshall; nel trascinare l’economia mondiale verso un processo di sviluppo di 50 anni dopo la fine della guerra. Diciamola tutta: sono stati i consumatori (e le imprese) americane a fare da traino all’economia mondiale; certo, con il supporto del dollaro. Sono stati commessi errori, dei quali noi Americani siamo consapevoli. Ma la vita è per natura un processo evolutivo, dove si avanza per tentativi ed errori. Ma il giudizio storico nei confronti degli Stati Uniti non può che essere positivo”.

E quindi, dopo questa autodiagnosi, la conclusione è che è giusto che gli Stati Uniti difendano la propria leadership globale, anche con una politica aggressiva.

La posizione dei paesi europei, nell’ambito dell’appartenenza alla Nato, è molto diversa. Molto più debole per l’assenza di una solida politica estera condivisa e soprattutto di un esercito comune, in grado di controbilanciare minacce esterne. (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”, dicevano i Romani). Soprattutto l’Europa è fragile perché per il suo fabbisogno energetico dipende per il 40 percento dalle importazioni dalla Russia. Con due ulteriori osservazioni.

Il paese europeo più fragile nei confronti della crisi ucraina è il paese europeo più forte, ovvero la Germania. Essa si è ripromessa un futuro green nell’arco di questo decennio, cancellando l’uso di combustibili fossili, utilizzando nella transizione il gas russo. Se questo non arriva, l’economia si ferma. Come a dire: perseguire la transizione energetica si contrappone alla necessità di sopravvivere (in modo decente) durante la stessa transizione. Una constatazione politicamente s-corretta!

La seconda considerazione riguarda la Russia. Dopo la crisi del 2014, essa è molto cambiata sul piano della propria solidità economica. Putin ha adottato una politica monetarista ultraortodossa. Le sue riserve in oro e monete forti (euro incluso) sono quasi raddoppiate a 600 miliardi di dollari; dal 2017 il Fondo Sovrano russo è triplicato ad oltre 200 miliardi, previsti 300 miliardi nel 2024; i detentori esteri del debito russo sovrano sono scesi a meno del 20 percento. Il debito sovrano russo è a meno del 20 percento del PIL. Il debito estero delle imprese russe si è dimezzato a 80 miliardi di dollari. (Tutto questo senza contare l’esplosione dei prezzi energetici di questi ultimi mesi!)

Con un problema: l’economia russa dal 2013 è cresciuta dell’0.1% (stima FMI), contro una media mondiale del 3 percento. Sempre dal 2013, il reddito disponibile della popolazione è diminuito dell’11 percento. Il PIL della Russia -in dollari- dal 2013 è diminuito del 35 percento, da 2.3 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari a 1.5 trilioni nel 2020. Ovvero la solidità finanziaria al prezzo della crescita delle diseguaglianze sociali.

Per inciso, il PIL dell’Italia nello stesso 2020 è stato pari a 1.886 trilioni di dollari (Banca d’Italia).

© Riproduzione riservata

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