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E' morta la modella Imane Fadil, testimone chiave del caso Ruby: "Avvelenata da sostanze radioattive"

15 marzo 2019, 17:21

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La Procura di Milano sta indagando sulla morte di Imane Fadil, la modella di origini marocchine di 34 anni testimone chiave dell’accusa nei processi sul caso Ruby, deceduta lo scorso primo marzo all’Humanitas dove era ricoverata da fine gennaio scorso. Lo ha riferito il procuratore di Milano Francesco Greco, spiegando anche che la giovane aveva detto ai suoi familiari e avvocati che temeva di essere stata avvelenata.  Sul corpo è stata disposta l’autopsia. La Procura di Milano indaga per omicidio volontario. Da quanto è stato riferito in Procura, dalle cartelle cliniche è emersa una «sintomatologia da avvelenamento». Sempre secondo la procura,  Imane Fadil è morta il primo marzo dopo «un mese di agonia». Secondo le indagini, la modella marocchina, ricoverata all’Humanitas di Rozzano (Milano) il 29 gennaio prima in terapia intensiva e poi rianimazione, è stata vigile fino all’ultimo, nonostante i forti dolori e il «cedimento progressivo degli organi».

Fadil morta per sostanze radioattive

E’ morta per un «mix di sostanze radioattive» Imane Fadil, la modella testimone chiave nell’inchiesta sul caso Ruby, deceduta lo scorso 1 marzo. E' quanto è emerso dagli esiti degli esami tossicologici disposti lo scorso 26 febbraio dai medici dell’Humanitas di Rozzano ed effettuati in un centro specializzato di Pavia. Esiti arrivati il 6 marzo e trasmessi immediatamente dallo stesso ospedale alla Procura di Milano. Lo ha appreso l’ANSA da fonti qualificate.

«Al decesso della paziente, il 1 marzo scorso, l’Autorità Giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma. Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, lo ha prontamente comunicato agli inquirenti». Lo spiega l’Humanitas di Rozzano dove era ricoverata Imane Fadil, teste chiave del caso Ruby. L’ospedale «ha messo in campo ogni intervento clinico possibile per la cura e l’assistenza» della giovane. (ANSA).

In un'intervista: "Ho detto la verità e sono finita fuori processo"

"Io ho detto la verità in questi anni e le altre hanno raccontato il falso ai nostri danni, in quanto erano pagate per farlo. E come è possibile, poi, che per 5 mesi ci sia stata una proposta di trattativa per risarcirci della signora Mariarosaria Rossi e di colpo all’ultima udienza c'è stata la nostra estromissione discutibile dal processo?». Sono queste le parole che Imane Fadil, la modella teste chiave nei processi sul caso Ruby e morta il primo marzo per un sospetto avvelenamento, aveva rilasciato all’ANSA lo scorso 15 gennaio, un giorno dopo la decisione dei giudici di escludere, su istanza della difesa di Silvio Berlusconi, lei, Ambra Battilana e Chiara Danese da parti civili nel dibattimento sul caso Ruby ter con al centro le accuse di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza.
Fadil aveva parlato delle trattative degli ultimi mesi per risarcimenti extragiudiziali alle tre giovani e che erano emerse a settembre, quando in aula le aveva rivelate la difesa della senatrice di FI Rossi, stretta collaboratrice dell’ex premier e imputata per falsa testimonianza. «La difesa Berlusconi ci contatta il 4 luglio scorso - aveva affermato la modella - per una proposta di risarcimento per farci uscire dal processo, proposta dalla quale si evince che Mariarosaria Rossi esprime la volontà di pagare per tutti gli imputati, cosa che non si può fare a livello legale. Lei, infatti, non essendo un ente assicurazioni, poteva limitarsi a pagare solo per sè, affinchè io ritirassi la costituzione di parte solo nei suoi confronti. In tribunale - aveva aggiunto - sapevano tutti di questa proposta prima che venisse palesata in aula».
Fadil aveva fatto notare anche che «la giustizia ha affermato con varie sentenze che io ho detto la verità» nel caso Ruby sulle serate ad Arcore e che lei ha dovuto anche «respingere e subire tentativi di corruzione». A differenza di quanto detto «dalla difesa di Berlusconi - aveva proseguito - noi, però, in 9 anni di questi processi a Milano non abbiamo ricevuto un centesimo di risarcimento, almeno parlo per me».