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Paleontologia

L'antenato di Lucy, la ricostruzione in 3D arriva dall'Italia

28 agosto 2019, 16:58

L'antenato di Lucy, la ricostruzione in 3D  arriva dall'Italia

 Ottenuto il ritratto dell’antenato della nostra bisnonna Lucy: riscrive le conoscenze sui progenitori dell’uomo. Possibile grazie al cranio appartenuto a un ominide di 3,8 milioni di anni fa, indica che la sua specie e quella di Lucy, vissuta 3,2 milioni di anni fa, hanno convissuto per 100.000 anni. Pubblicato su Nature, il risultato si deve a due studi guidati da Yohannes Haile-Selassie del Cleveland Museum of Natural History. Vi partecipano Antonino Vazzana e Stefano Benazzi dell’università di Bologna. 

«Questo cranio sembra destinato a diventare un’altra icona celebre dell’evoluzione umana», scrive Fred Spoor del britannico Natural History Museum, in un approfondimento alla ricerca. La scoperta, aggiunge, «influenzerà sostanzialmente il nostro modo di pensare sull'albero genealogico evolutivo dei primi ominidi». 

Scoperto nel 2016 in Etiopia, il cranio, straordinariamente ben conservato, è appartenuto a un maschio adulto della specie Australopithecus anamensis, identificata studiandone le caratteristiche della mascella superiore e del dente canino. Inoltre, i ricercatori hanno identificato caratteristiche mai viste prima nella specie. «Il cranio ha un mix di caratteristiche facciali e craniche primitive e meno primitive che non mi aspettavo di vedere su un singolo individuo», spiega Haile-Selassie. Alcune caratteristiche sono condivise con le specie successive, mentre altre hanno elementi in comune con quelle di gruppi di ominidi più antichi e più primitivi come Ardipithecus e Sahelanthropus.

«Finora, abbiamo avuto un grande divario tra i primi antenati dell’uomo conosciuti, che hanno circa 6 milioni di anni e specie come Lucy, che hanno dai 2 ai 3 milioni di anni. Uno degli aspetti più interessanti di questa scoperta è come fa da ponte tra questi due gruppi», rileva la coautrice Stephanie Melillo dell’Istituto tedesco Max Planck di antropologia evolutiva. Il cranio, insieme ad altri fossili della specie A. afarensis, rinvenuti in precedenza nell’area, mostra che le due specie hanno convissuto per circa 100.000 anni. Questa sovrapposizione temporale sfida l’idea che ci sia stata una transizione lineare tra questi due antenati dell’uomo. «Pensavamo - osserva Melillo - che A. anamensis si fosse trasformato gradualmente in A. afarensis nel tempo, ma questa nuova scoperta suggerisce che le due specie vivessero effettivamente insieme. Questo cambia la nostra comprensione del processo evolutivo» ed è secondo Haile-Selassie «un punto di svolta nella nostra comprensione dell’evoluzione umana». 

 E’ stata realizzata in Italia la ricostruzione 3D del cranio completo dell’antenato di Lucy: si deve a Stefano Benazzi e Antonino Vazzana dell’università di Bologna, che hanno collaborato alla ricerca internazionale pubblicata su Nature. La riproduzione, ha detto all’ANSA Benazzi, è stata cruciale «per osservare alcuni dettagli che non si potevano evincere dal fossile originale», permettendo di identificarne la specie. «Il cranio - ha aggiunto il ricercatore originario di Faenza - è stato scansionato con la microtomografia negli Usa, presso la Pennsylvania State University, e sulla base di questi dati abbiamo ottenuto la ricostruzione virtuale». Il lavoro è stato eseguito nel laboratorio di Osteoarcheologia e Paleoantropologia, diretto da Benazzi, dove lavora anche Vazzana che da Reggio Calabria si è trasferito in Emilia Romagna per laurea e dottorato. Per il ricercatore è stato sorprendente, «constatare di essere di fronte al primo cranio completo di Australopithecus anamensis, ovvero la specie più antica del genere Australopithecus». 

Ottenuto il ritratto in 3D dell’ antenato della nostra bisnonna Lucy: possibile grazie a un grande contributo italiano, costringe a rivedere le conoscenze sui progenitori dell’uomo. Messo a punto sulla base del cranio appartenuto a un ominide di 3,8 milioni di anni fa, indica che la sua specie e quella di Lucy hanno convissuto per 100.000 anni. Pubblicato su Nature, il risultato si deve a due studi internazionali guidati da Yohannes Haile-Selassie del Cleveland Museum of Natural History, con la ricostruzione in 3D realizzata in Italia, nel laboratorio di Osteoarcheologia e Paleoantropologia dell’Università di Bologna, da Stefano Benazzi, originario di Faenza (Ravenna) e Antonino Vazzana, che da Reggio Calabria si è trasferito in Emilia Romagna per laurea e dottorato. 
«Il fossile è stato scansionato con la microtomografia negli Usa, presso la Pennsylvania State University, e sulla base di questi dati abbiamo ottenuto la ricostruzione virtuale del cranio completo» spiega all’ANSA Benazzi, che dirige il laboratorio bolognese. Questo, aggiunge, «ha permesso di osservare alcuni dettagli che non si potevano evincere dal fossile originale ed è stato sorprendente constatare di essere di fronte al primo cranio completo di Australopithecus anamensis, ovvero la specie più antica del genere Australopithecus». 
Destinato a diventare un’altra icona dell’evoluzione umana, il fossile è stato scoperto nel 2016 in Etiopia, nella località di Miro Dora, a 55 chilometri da dove nel 1974 furono rinvenuti i resti di Lucy, che appartiene alla specie Australopithecus afarensis. Il cranio è appartenuto a un maschio adulto e la sua specie, parente di quella di Lucy, è stata identificata studiandone le caratteristiche della mascella superiore e del dente canino. Inoltre, sono state osservate caratteristiche mai viste prima nella specie. «Il cranio ha un mix di caratteristiche facciali e craniche primitive e meno primitive che non mi aspettavo di vedere su un singolo individuo», spiega Haile-Selassie. Alcuni elementi sono condivisi con le specie successive, mentre altri somigliano a quelli di gruppi più antichi come Ardipithecus e Sahelanthropus. «Finora, abbiamo avuto un grande vuoto tra i primi antenati dell’uomo conosciuti, di circa 6 milioni di anni fa, e specie come Lucy, di circa 3 milioni di anni fa. Questa scoperta fa da ponte tra questi due gruppi», rileva la coautrice Stephanie Melillo dell’Istituto tedesco Max Planck di antropologia evolutiva. Il cranio, insieme ad altri fossili della specie A. afarensis, rinvenuti in precedenza nell’area, mostra che le due specie hanno convissuto per circa 100.000 anni, sfidando l’idea che ci sia stata una transizione lineare tra questi due antenati dell’uomo. 

«Pensavamo - osserva Melillo - che A. anamensis si fosse trasformato gradualmente in A. afarensis nel tempo, ma questa nuova scoperta suggerisce che le due specie vivessero insieme. Questo cambia la nostra comprensione del processo evolutivo dell’uomo». Il fossile è stato trovato nei depositi di un’area in cui un antico fiume entrava in un lago oggi scomparso e i resti fossili di vegetali rinvenuti nella zona hanno permesso di ricostruire meglio l’ambiente in cui viveva l’ominide: le rive di un lago circondato da aree boschive, che era per lo più asciutto e in alcuni periodi salato

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