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caduta del muro

Checkpoint Charlie «Io, scambiato per spia con i nastri per la tv»

di Paolo Emilio Pacciani -

07 novembre 2019, 08:50

Checkpoint Charlie     «Io, scambiato per spia con i nastri per la tv»

PAOLO EMILIO PACCIANI

Fu come passare dalla tv a colori a quella in bianco e nero. In pochi minuti le brillanti luci colorate al neon dei negozi furono sostituite dal buio e dalla fioca luminescenza degli sparuti lampioni delle strade. 
Questo fu l'impatto che ebbi nel gennaio del 1989 quando, in compagnia di Gian Franco Bellè, attraversai il confine che separava Berlino Ovest da Berlino Est. Il Checkpoint Charlie, che tanti film hanno immortalato e che divideva il settore americano dalla DDR, era uno dei pochi varchi nel muro che esattamente trent'anni fa finiva di esistere come tale. Tutto un mondo, quello della cortina di ferro, che allora, a pochi mesi dal crollo, nessuno immaginava stesse per finire.
Non lo immaginavamo di certo io, allora giovane radiocronista di Radio Emilia, e Bellè, in quei giorni in veste di semplice turista e tifoso, volati in Germania per seguire il match di Coppa delle Coppe della Maxicono contro la Dinamo. Non avevamo potuto fare il viaggio con la squadra, né alloggiare nell'albergo di Berlino Est per un ritardo nella richiesta del visto, così scegliemmo un hotel non lontano dal muro e, per i due giorni della trasferta, abbiamo fatto i “pendolari” tra l'Ovest e l'Est attraversando Charlie. I vopos, le  guardie del confine orientale, ci consegnavano un visto temporaneo che scadeva a mezzanotte e noi, come moderne Cenerentola, dovevamo lasciare la DDR prima del nuovo giorno.
Il primo impatto, il giorno della vigilia del match, fu abbastanza choccante. Certo, avevamo letto molto e visto tanto in tv e al cinema, su cosa fosse la DDR (Repubblica Democratica Tedesca), ma viverlo in prima persona era un'altra cosa. Le Brabant puzzolenti che facevano da taxi, slittando sulla neve per via delle gomme completamente lisce, ci scarrozzavano da un posto all'altro, anche se da vedere in realtà non c'era nulla. Lunghissimi viali, palazzoni anonimi come casermoni, enormi piazze vuote e pochissimi negozi quasi completamente vuoti. Sia di gente che di merce.
I MARCHI DI MAGRI
La prassi del bravo radiocronista prevedeva il sopralluogo del palazzetto nel giorno dell'allenamento prepartita e la verifica che la linea telefonica prenotata (e indispensabile per la radiocronaca, visto che i cellulari al tempo esistevano solo nei film di fantascienza e internet nemmeno lì) fosse stata effettivamente installata. Ovviamente a Berlino Est di telefoni a bordo campo nemmeno l'ombra. Il giorno dopo ne sarebbe miracolosamente comparso uno; a fare “la grazia” furono i marchi (quelli buoni, quelli dell'Ovest) che il presidente Magri provvide a far scivolare in qualche tasca giusta. E la radiocronaca si fece. 
L'UOMO DELLA STASI
Il protocollo delle sfide internazionali prevedeva anche una visita della città accompagnati da una guida locale. Sul pullman della squadra c'era anche un meccanico che parlava perfettamente italiano “in caso di problemi al mezzo”. In realtà era un agente della Stasi (i terribili servizi segreti della DDR) come ci disse (in inglese per non farsi capire) la guida che ci mise in guardia.
Il giorno della partita, che si giocava di sera, la preoccupazione principale, mia e di Bellè, era che il match finisse in fretta, visto che dovevamo attraversare il muro prima di mezzanotte. Per fortuna i ragazzi della Maxicono furono bravissimi: vinsero 3-0 e se la sbrigarono in fretta. Quell'anno finirono poi per vincerla, quella Coppa delle Coppe, anche se lo scudetto sfuggì nella finale contro la Panini Modena. Fatte le interviste post partita non restava che “volare” su una Trabant verso il posto di confine ma con un carico in più: visto che avremmo preso un aereo la mattina presto, il collega Francesco Silva (che viaggiava con la squadra) mi affidò le videocassette con la telecronaca della partita per farle avere a Tv Parma in tempo utile per il tg. Le infilai nel mio zainetto senza pensare alla conseguenze. Me ne sarei pentito poco dopo.
BLOCCATO DAI VOPOS
Al posto di blocco, infatti, i vopos dopo aver controllato i documenti mi fecero svuotare lo zaino e appena videro le cassette scattò l'allarme generale... Fui portato in una stanzetta e interrogato: ero forse una spia occidentale che stava trafugando video compromettenti? Fra me, che non sapevo che poche parole di tedesco, e loro che non parlavano una parola d'inglese, fu più che altro un dialogo a gesti e ancora oggi non so come riuscii a spiegare cosa ci fosse nelle cassette, ma soprattutto come fecero loro a credermi. Probabilmente non avevo né il look né l'astuzia di una spia. Sta di fatto che fu il quarto d'ora più lungo della mia vita.
Una volta “rilasciato” attraversai in fretta la “terra di nessuno” e mi infilai nel gabbiotto dei militari americani del Checkpoint Charlie. Un enorme sergente nero, che dalla sua postazione aveva visto tutto, mi diede un grande abbraccio e mi disse: “Ti è andata bene, bentornato in terra libera”.

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