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Quelle mamme tunisine arrivate per cercare le salme dei figli morti a Lampedusa

di Francesco Nuccio -

15 dicembre 2019, 16:34

Quelle mamme tunisine arrivate per cercare le salme dei figli morti a Lampedusa

Fheker aveva appena compiuto 18 anni, sognava di lasciare la Tunisia per girare il mondo e conoscere altri paesi. Così, nonostante la madre lo implorasse di non partire, ai primi di ottobre è salito su un barcone diretto verso le coste italiane. La stessa cosa ha fatto Lazar, che di anni ne aveva 32 e che a casa ha lasciato una moglie e una bambina di quattro anni. Solo che per lui si trattava di una questione di vita o di morte: era malato di cancro e aveva chiesto inutilmente un visto per motivi di salute. Il sogno di Fhkeker e di Lazar si è infranto il 7 ottobre scorso contro le onde altissime del mare in tempesta, a pochi metri dalla costa di Lampedusa, quando il barcone sul quale viaggiavano 170 migranti si è rovesciato: 149 sono stati tratti in salvo dalle motovedette, gli altri 21 sono affogati. 
Adesso le mamme di quattro vittime sono state convocate ad Agrigento dal Procuratore aggiunto Salvatore Vella, che coordina l'inchiesta sul naufragio, per identificare i loro figli, tutti giovanissimi. Due di loro, grazie anche all’esame del Dna, sono riuscite a trovare le salme dei loro cari; le altre due, invece, torneranno in Tunisia senza neanche un corpo da piangere. 
Le quattro donne, accompagnate dalla rappresentante tunisina nella consulta delle Culture Nadine Abdia, stamane hanno incontrato in Municipio il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, al quale hanno raccontato le storie dei loro figli. Come Zakia, la mamma di Fheker, che ha mostrato tra le lacrime la foto di quel suo ragazzo dallo sguardo curioso che «voleva girare il mondo». Per non parlare di Gamra, la mamma di Lazar, che non voleva rassegnarsi a quel tumore che lo stava divorando: «Si era ammalato quattro anni fa - racconta - ma il Consolato italiano gli aveva negato il visto per motivi di salute. Così aveva deciso di partire con quel barcone, ma prima aveva messo le sue cartelle cliniche in una busta di plastica e le aveva attaccate all’addome con del nastro adesivo». Come quel bimbo morto in un altro naufragio, che aveva cucito la sua pagella nel giubbotto per dimostrare quanto era bravo a scuola. 
Gamra, che ha raggiunto la Sicilia insieme alle altre mamme grazie a una colletta organizzata dalla comunità tunisina a Palermo, piange e si dispera. «Torno in Tunisia a mani vuote, senza neanche il corpo di mio figlio. Cosa dirò a mia nipote che chiede continuamente notizie del padre?». La famiglia di Lazar non può neanche contare su un sussidio. In mancanza di un certificato ufficiale di morte del congiunto, devono infatti passare almeno tre anni dalla dichiarazione di scomparsa. Il Pm Vella ha assicurato alla mamma del giovane che farà di tutto per aiutarla. Così come il sindaco Orlando, che dopo essersi riunito con le quattro mamme in preghiera davanti a una copia del Corano ha donato loro una copia della Carta di Palermo sui diritti dei migranti. «Per la prima volta - sottolinea il sindaco - le persone morte nel Mediterraneo non sono solo numeri. Sono storie che toccano nel profondo ognuno di noi perchè tutti noi possiamo rivederci in loro. Sono madri che danno voce anche alle altre migliaia e migliaia di madri che voce non avranno mai». Ma Orlando definisce anche «vergognosa» la decisione del Corpo consolare italiano di negare il visto per cure mediche. Una scelte, secondo il sindaco di Palermo, «conseguente al clima di negazione dei diritti umani dei governi nazionali».

 

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