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GRAN BRETAGNA

Il 'diffusore' inglese ne ha contagiati 11. E' guarito, ma ora è psicosi

11 febbraio 2020, 22:02

Il 'diffusore'  inglese ne ha contagiati 11. E' guarito, ma ora è psicosi

LONDRA Per gli specialisti è geneticamente un 'superspreader', un individuo che diffonde il virus più facilmente della norma. Ma negli incubi della vox populi rischia di assumere le immaginarie fattezze dell’untore. E’ Steve Walsh, il 53enne britannico che risulta aver trasmesso in pochi giorni il coronavirus cinese a 11 persone prima di essere individuato a sua volta come malato e ricoverato. 
Per liberarsi dai sospetti e dalle curiosità, Walsh ha deciso oggi di rivelare la sua identità attraverso i media, per far sapere di essere nel frattempo guarito, ma di trovarsi ancora in ospedale, in isolamento precauzionale per la convalescenza. La sua vicenda è un caso più unico che raro fra la tante storie note di questa epidemia globale. Businessman, padre di due figli e impegnato nel movimento scout a Hove, vicino a Brighton, la località dell’East Sussex inglese in cui vive con la famiglia, Walsh ha contratto il virus senza inizialmente accorgersene a Singapore, dove aveva partecipato a una conferenza per conto della società di consulenza dell’industria del gas in cui lavora, la Servomex. Salvo poi contagiare inavvertitamente, ancora in assenza di sintomi, diversi connazionali con cui ha condiviso uno chalet durante una successiva vacanza sulla neve sulle Alpi francesi dell’Alta Savoia. In totale le persone colpite fra quelle venute in contatto con lui sono state 11: 5 testate e ricoverate in Francia, una a Maiorca e 6 (su 8 totali diagnosticate finora nel Regno Unito) al rientro in patria. 
Un vero e proprio strike - che ha coinvolto anche Catriona Greenwood, dipendente di un ambulatorio medico di Brighton chiuso da ieri al pubblico per prudenza - conclusosi solo quando l'infezione non si è manifestata anche per lui. Nel comunicato diffuso da una stanza sterile del St Thomas Hospital di Londra, il 'superspreader' ha assicurato di essere rimasto in isolamento fin da subito, «non appena informato della diagnosi». E di essere pronto a restare successivamente in quarantena anche a casa, per il periodo di auto-isolamento che i medici riterranno necessario secondo i protocolli cui già si sta sottoponendo la sua intera famiglia. Nel contempo ha ringraziato il sistema sanitario britannico (Nhs), «gli amici e i colleghi» per il sostegno, chiedendo ora rispetto per la sua «privacy». 
L’allarme, le paure e qualche traccia di panico hanno fatto tuttavia in fretta a diffondersi sui tabloid del Regno e in particolare nell’East Sussex. Sullo sfondo di un’epidemia che - come sottolineato oggi a Westminster dal ministro della Salute, Matt Hancock - ha al momento i contorni d’un rischio «moderato», ma non ha raggiunto ancora «il picco peggiore» di diffusione. 
Ecco quindi che la ricostruzione del viaggio e del ritorno di Steve dalla Francia, via Ginevra, si è fatta minuziosa. Con controlli capillari nella sala parrocchiale dove è andato a lezione di yoga o nel pub di Hove dove ha bevuto una birra prima di avvertire i primi malesseri. Il professor Keith Willett, responsabile delle emergenze in seno alla Nhs, ha invitato ad evitare allarmismi, elogiando Walsh per essersi «comportato bene, nel rispetto dei consigli medici ricevuti». Ma il professor Samer Bagaeen, del Brighton and Hove City Council's Health board, ha accusato le autorità sanitarie nazionali d’aver informato poco e tardi la comunità locale. «Non sono stati chiari dall’inizio - ha lamentato - e non ci hanno fatto sapere esattamente chi fosse stato esposto al contagio e dove. Avremmo dovuto essere informati dal primo giorno, ma nessuno lo ha fatto davvero su questo caso. E’ mancata la leadership».