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GIORNALISMO

Più verità, meno fake news. Giuliana Sgrena: «Lottare contro chi dà informazioni sbagliate»

di Paolo Ferrandi -

18 febbraio 2020, 13:49

Più verità, meno fake news. Giuliana Sgrena: «Lottare contro chi dà informazioni sbagliate»

Vorrei iniziare l’intervista  con una citazione del suo ultimo libro: «Il giornalismo sta morendo perché ci sono le fake news o le fake news ci sono perché il giornalismo sta morendo»?
«È una questione che pongo perché non è chiarissimo quello che sta succedendo. Evidentemente c’è una forte influenza delle fake news sul giornalismo. Non c’è più - come in passato, quando non esistevano i social network e le tecnologie non erano così  avanzate da permettere di informare in tempo reale - il tempo per verificare le notizie. Una volta si facevano scoop realizzando inchieste, andando a cercare notizie che nessun altro aveva. Ora la competizione è sul tempo, cioè su chi dà per primo la notizia. Siamo subissati dalla “breaking news”, non solo in televisione, ma anche sui siti online. La velocità dell’informazione penalizza le verifiche sulla veridicità dell’informazione che stiamo dando. Per questo la domanda non ha una risposta certa».

Lei ha fatto per anni l’inviata speciale in territori di guerra. Ma è ancora possibile il mestiere dell’inviato?

«Dipende dai luoghi. Nella maggior parte dei casi sì, però ci sono dei paesi in cui non è più possibile: quelli   interessati da conflitti che non sono più come in passato combattuti da un esercito contro l’altro, ma dove ci sono diversi fronti, diverse milizie e, soprattutto, i giornalisti non hanno più uno status privilegiato e di rispetto. In passato bastava mettere la pettorina con su scritto “press” e in genere non si veniva colpiti. Ora non è più così: i giornalisti possono essere tranquillamente uccisi o presi in ostaggio, e quest’ultimo è un modo per le milizie di ottenere soldi o di farsi pubblicità. In questi contesti diventa molto difficile fare l’inviato. Per gli editori aumenta la spesa per le assicurazioni e naturalmente c’è timore per l’incolumità dei giornalisti. E allora si ricorre non ai giornalisti sul campo, ma a informazioni che vengono fornite dai cosiddetti “citizen journalist”. Questi però danno informazioni che non sono verificabili, così ci si basa sulla fiducia che si ripone su questi collaboratori. Ma non c’è la certezza, perché i giornalisti locali sono soggetti alle pressioni e spesso ai ricatti delle forze  che si combattono sul terreno. Poi ci sono informazioni che arrivano attraverso il web, ma che non hanno alcuna verifica. Per questo l’informazione è molto penalizzata, soprattutto in situazioni di conflitto. Come in Siria, ad esempio, dove il conflitto è ancora in corso e i media utilizzano le informazioni dell’Osservatorio dei diritti umani in Siria, che è una specie di agenzia di stampa, è pagata dal governo britannico e parteggia  per una delle parti in campo, cioè l’Esercito libero siriano.  Quindi si tratta di un’informazione di parte. Ma questo spesso non viene esplicitato e così si trae in inganno il lettore».

Ci sono anche interi continenti, come l’Africa, che sono scomparsi dal radar dei media occidentali…

«Devo dire che il giornalismo italiano è sempre stato molto provinciale. L’Africa  non esiste da tempo per il giornalismo italiano, tranne rare eccezioni, come il Manifesto e Avvenire. I giornali italiani si occupano di Paesi del continente africano solo quando c’è un’emergenza o quando c’è un intervento militare da parte delle forze del nostro paese o comunque internazionali. I giornali stranieri sono diversi. Le Monde ha giornalisti che si occupano dell’Africa e anche i giornali britannici e americani. Si tratta di una grave carenza perché ci sono delle realtà molto interessanti da raccontare  e temi molto rilevanti come l’emergenza climatica e la realtà sociale, spesso drammatica, che sta a monte del fenomeno delle migrazioni». 

Parliamo ora del modo con cui il giornalismo italiano affronta la violenza di genere…

«Purtroppo i giornali  parlano della violenza di genere - che può arrivare al femminicidio o allo stupro - in modo superficiale o a partire dal punto di vista di chi agisce violenza e non da quello di chi questa violenza la subisce. La tesi sottesa a questo modo di trattare la violenza da parte dei media è sempre che lei se l’è andata a cercare: perché ha accettato un passaggio da uno sconosciuto, perché si è vestita in un certo modo, eccetera. Bisognerebbe capovolgere questo modo di affrontare la violenza sulle donne perché altrimenti si sostiene in qualche modo la cultura patriarcale che è ancora molto forte nel nostro Paese e che dovrebbe, invece, essere superata, anche grazie al contributo della stampa. Sembra invece che i giornali e i giornalisti abbiano rinunciato a questo compito. Questo nonostante ci siano delle associazioni, come Giulia di cui faccio parte, che hanno elaborato il “manifesto  di Venezia” in cui si analizza il modo voyeuristico  con cui la stampa tratta questi temi e si suggeriscono altri modi per trattarli, con una maggiore sensibilità rispetto a un tema che è molto importante perché se non lo facciamo abdichiamo a un ruolo - quello di elevare il livello culturale -  che, come giornalisti, ci compete». 

Mi sembra che ci sia anche un po’ di pigrizia all’interno delle redazione…

«Assolutamente. E questo accade anche con il linguaggio di genere. Dovrebbe essere normale parlare di “inviata”, “ministra”, “sindaca”. Ma questo non succede. Non si capisce perché questo linguaggio non venga adottato. Anche dalle donne, eh. Non parlo solo dei giornalisti maschi, parlo anche delle giornaliste femmine».

Il giornalismo italiano negli ultimi tempi sembra preferire i numeri - data journalism, uso dei grafici interattivi - rispetto alle storie - per esempio i pezzi di reportage - e a mio parere così perde molto in  impatto emotivo ed empatia.  Cosa ne pensa?

«Una cosa non esclude l’altra. È importante dare i numeri, ma, soprattutto, dare i numeri esatti. Purtroppo i numeri, nel caso del fenomeno migratorio, sono stati usati per sostenere la tesi dell’invasione quando non era assolutamente così. Le cifre che ho usato nel mio libro per confutare la tesi dell’invasione, per esempio,  sono le cifre ufficiali del ministero dell’Interno, cioè dell’istituzione con a capo un ministro che diceva cose totalmente diverse. Il compito  del giornalista, quando vede un politico che dà dei numeri, è verificarne la correttezza. E se non corrispondono ai dati ufficiali  il giornalista deve dire che non sono corretti. Invece abbiamo rinunciato a contrapporci  a chi dà informazioni sbagliate. Questo, naturalmente, non esclude che si raccontino anche delle storie per far capire, sempre prendendo come esempio l’immigrazione, chi sono le persone che vengono in Italia.  E questo dimostrerebbe che si tratta di persone molto spesso con un’istruzione superiore, perché i poveretti senza un soldo non hanno gli strumenti per lasciare il loro Paese. Quindi bisogna raccontare le storie, ma sopratutto non dare numeri sbagliati e verificare che nessuno li usi».