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il ricordo

Addio a Gianni Mura fuoriclasse della parola e maestro di umanità

di Claudio Rinaldi -

22 marzo 2020, 13:17

Addio a Gianni Mura fuoriclasse  della parola e  maestro di umanità

 

«Ti sia lieve la terra, Giovanni. Comincio come avresti concluso tu se fossi morto io, come hai concluso tante volte i coccodrilli». Aveva attaccato così il pezzo in morte di Gianni Brera, nel dicembre 1992: il più bel pezzo che abbia mai scritto. Opinione personale, che Gianni Mura condivideva. Ne avevamo parlato tante volte, io che conosco quelle cinque cartelle quasi a memoria e lui che spiegava che aveva scritto con le lacrime agli occhi, interrotto da mille telefonate di colleghi che gli chiedevano un ricordo, ma aveva scritto come sotto dettatura. In trance agonistica, avrebbe detto Brera.
Gianni Mura era un grandissimo giornalista e una gran bella persona. Un autentico fuoriclasse, come quelli di cui ha raccontato le gesta, scrivendo pagine indimenticabili, non solo di sport. Un funambolo della parola: i non più giovani ricorderanno i suoi anagrammi su “Satyricon”, inserto domenicale di “Repubblica”, gli amici hanno avuto il privilegio di leggere poesie intere “costruite” con anagrammi di personaggi famosi. Con Mario Pescante è arrivato a 88 versi, non uno di meno (a mo’ di esempio, la prima quartina: «Compare intesa / Premia contesa / Campare onesti / Scatena premio»). Fino all’ultimo, ha scritto “Spassaparola”, per la newsletter notturna di “Repubblica” (l’altro ieri: «Tornello: refrain limitato»).
Era tale la sua padronanza della lingua che era l’ultimo rimasto della vecchia scuola di giornalisti che sapevano dettare un pezzo “a braccio” (cioè, senza scrivere una riga: lo dettavano agli stenografi o ai dimafonisti appena finita una partita in notturna). E il bello era che il lettore non se ne accorgeva.
Marco Pantani morì una notte di San Valentino (14 febbraio 2004). La notizia arrivò nelle redazioni poco prima delle 23. Gianni era a Firenze, a cena con la moglie Paola. Lo chiamarono dal giornale: chiese qualche minuto per riordinare le idee e, dal telefono del ristorante, dettò a braccio un pezzo memorabile.

Sport e impegno civile
Tanto sport, nella sua carriera. Ma anche tanto impegno civile (sempre dalla parte degli ultimi), tante letture, tanta musica (una predilezione per gli chansonnier francesi e per i cantautori: Jannacci e Conte, ma anche Sergio Endrigo), tanto cibo e tanto vino, specie se il cibo e il vino erano un’occasione per stare con gli amici. E un record assoluto: la fedeltà dei lettori. Tanti compravano “Repubblica” alla domenica per leggere i suoi “Sette giorni di cattivi pensieri”, rubrica che ha tenuto per quasi quarant’anni; altri il “Venerdì” per “Mangia&Bevi”, le recensioni di ristoranti, scritte a quattro mani con la moglie Paola (da quasi trenta). Era tale il seguito che aveva che non era raro che, dopo una recensione, per qualche mese fosse impossibile trovare un posto nel ristorante di cui aveva parlato bene. Non stroncava mai nessuno: perché non aveva la puzza sotto il naso di certi critici (non solo di cibo e vino), che provano piacere a demolire un ristorante o una bottiglia e soprattutto perché il suo scopo era suggerire ai lettori posti dove stare bene. «Se mangio male, non ne scrivo – diceva –. La mia punizione è quella».
Anche questa è una forma di rispetto per i lettori: cioè la cosa che in assoluto aveva più a cuore. La lealtà verso i lettori: quella che, per esempio, negli ultimi Tour lo spingeva a scrivere con il freno a mano tirato, anche dovendo raccontare imprese epiche, per paura che il doping potesse cancellarle dopo qualche tempo. La generosità verso i lettori: non si è mai risparmiato, campionato dopo campionato, Tour dopo Tour, Olimpiade dopo Olimpiade. Nelle ultime settimane aveva deciso di sospendere la rubrica delle recensioni, dopo che gli avevano trovato la glicemia troppo alta e i medici gli avevano detto di rigare dritto: «Se vado al ristorante e non posso mangiare tutto quello che vorrei, io di cibo non scrivo».

L’ingresso alla “rosea”
Una carriera nata quasi per caso. Da studente liceale non avrebbe mai immaginato di fare il giornalista, tantomeno il giornalista sportivo. Alla maturità prende 9 nel tema di italiano, battendo la compagna di classe più brava, che lo superava regolarmente in quasi tutte le materie, ma mai in italiano scritto. Si dà il caso che la ragazza fosse la figlia del direttore amministrativo della “Gazzetta dello Sport”. «Cercano dei giovani da provare: ti interessa?». E così, a 19 anni, si ritrova giornalista sportivo. Al mattino si chiude in archivio e studia Brera e gli altri grandi (Bruno Roghi, Luigi Gianoli), al pomeriggio e alla sera lavora.
Dopo tanta “cucina”, viene il tempo del primo pezzo: è spedito al ritiro del Milan con l’incarico di intervistare Germano. Quando scrive l’articolo, ci mette dentro un po’ di inglese e un po’ di dialetto, qualche costrutto latino e qualche neologismo, come faceva Brera. Lo manda a chiamare Gualtiero Zanetti, il direttore, e quando Mura entra nel suo ufficio vede che tiene i fogli scritti a macchina con due dita, molto lontani da sé, come fosse un topo morto. «Per me puoi arrotolarlo e ficcartelo dove dico io», è il commento. E poi: «Le domande erano giuste, le risposte pure. Di Brera ce n’è uno, è bravissimo, ma basta lui. A noi ci deve capire il muratore della Bovisa, che poi con il tuo pezzo si fa anche il cappellino». Una grande lezione di giornalismo: non riscriverà mai più un pezzo in tutta la carriera.

La lezione di Zanetti
 Altra lezione indimenticabile, il giorno in cui Mura viene bocciato all’esame. Sì, bocciato. All’orale, dopo un «ottimo» nello scritto. Prima domanda: «Non pensa di essere troppo giovane per fare il giornalista?». E già capisce che butta male. Seconda domanda: «Si interessa di politica?». «Come tutti – risponde –. Chiaramente, lavorando in un giornale sportivo, cerco di essere più documentato sullo sport». Seguono otto domande di politica, e altrettante risposte «Non so» (anche se due le sapeva). Risultato: «Ripassi tra sei mesi». In treno, di notte, verso Milano, decide di dimettersi: la bocciatura gli sembra un segnale, avrebbe fatto bene a tornare al progetto di laurearsi e fare l’insegnante. All’alba, va in redazione, scrive la lettera per il direttore e se ne torna a casa. Non sente nulla per qualche giorno, poi lo convoca la segretaria di Zanetti: «Devi venire a firmare delle carte, passa domani alle cinque». L’indomani, non vede anima viva. Sente dei rumori nella stanza del ciclismo: entra e trova tutta la redazione radunata, con i camerieri di una rinomata pasticceria in smoking, con Champagne, tartine e pizzette. «Fate i complimenti al giovane Mura – dice il direttore – che si è fatto bocciare agli orali, e questo per me vuol dire che può diventare un bravo giornalista». Commento finale di Mura: «A uno così, poi, gli dai anche il sangue».
Mura è venuto su da quella scuola, da quei personaggi di alto profilo e di ricca umanità. Forse è per questo che non se l’è mai tirata, nemmeno quando è diventato Gianni Mura per centinaia di migliaia di lettori. Che non ha mai voluto un euro, nemmeno i soldi del treno, quando lo invitavano a parlare in un’università, o a un convegno, o quando un amico gli chiedeva la prefazione per un libro. 

Il testamento di Brera
 Da ragazzo di bottega, chiede un appuntamento a Brera, che lo riceve nella sua casa sul lago di Pusiano. Diventano presto amici, faranno un bel pezzo di carriera insieme, condividendo tante trasferte e cene, con nottate intere a parlare di calcio e di storia, di vini e di letteratura. Morto Brera, viene spontaneo a tutti proclamare Mura il suo erede. Ma lui non vuole sentirne parlare, ed è giusto così: sia perché uno come Brera non nascerà mai più, sia perché Mura è un grande, punto e stop. In comune hanno la passione per il mestiere e una grande generosità. C’è tutto Brera, e c’è tutto Mura, in questa citazione del pezzo di Mura in morte di Brera: «Ma questo oggi ti devo: la coscienza che non si può essere avari, nella vita e nel mestiere, che bisogna spendersi, meglio dieci righe in più che dieci in meno, semmai qualcuno le taglierà. Meglio un'ora in più con gli amici che un'ora in meno. Meglio il fiotto che la goccia. Meglio il rosso che il bianco. Meglio la sincerità, anche quando può far male, che la reticenza o la bugia».

La passione per il Tour
Alla “rosea”, Mura scrive di calcio e di ciclismo: a vent’anni è promosso inviato al seguito del Giro e a 22 debutta al Tour, la sua grande passione: ne segue tre per la “Gazzetta dello Sport” e poi dal 1991 al 2019 per “Repubblica”. «È come andare in vacanza», ha sempre detto. Al Tour usa l’”effetto spugna”, che è un modo di interpretare il giornalismo, nel senso di assorbire tutto ciò che sta intorno all’evento, o al personaggio, di cui si scrive. Tradotto: se la tappa è memorabile, tanta cronaca e interpretazione tecnico-tattica e poco contorno. Altrimenti, poche righe sulla corsa e spazio al paesaggio, al vino che ha bevuto la sera prima, o alla trattoria che serve il miglior cassoulet della zona. “Ricetta” che funziona, e fa di Mura il principe dei suiveur: rileggere la splendida antologia “La fiamma rossa” per credere. I suoi articoli sono apprezzati da tutti, esperti di ciclismo e non: proprio perché sembra di girare la Francia insieme a lui e al suo autista, con la colonna sonora scelta giorno per giorno, fare insieme le tappe enogastronomiche, perfino visitare i cimiteri, specie quelli dei paesi sperduti (altra passione di Mura).
Per inciso, per anni e anni va al Tour con macchina per scrivere portatile Olivetti al seguito. Non è un vezzo: è una sorta di allergia e ribellione alla tecnologia («Il computer non fa rumore, ti cambia le parole già in testa»). 

Le lezioni sul vino
Dopo la “Gazzetta dello Sport” scrive per “Corriere d’informazione”, “Epoca”, “L’Occhio”. Entra a “Repubblica” nel ’76 e viene assunto come inviato nell’83. Segue il calcio (campionati, Europei, Mondiali), il ciclismo, le Olimpiadi. Girando l’Italia e il mondo, si fa una cultura di cibo e vino che ha pochi eguali, grazie anche a una memoria prodigiosa. Rischia anche di abbandonare il giornalismo sportivo, quando Veronelli intravvede in lui il suo delfino: gli propone di abbandonare la carriera e seguirlo, offrendogli il triplo dello stipendio di “Epoca”. «Era come se Pelè m’avesse invitato a fare qualche palleggio con lui al Maracanà», sintetizza Mura. Ma dice di no, perché nel frattempo si è innamorato del giornalismo, e soprattutto è attratto dalla sua utilità sociale. 
Scrive di sport e non solo. Interpreta la tecnica e la tattica, ma non dimentica mai l’aspetto umano: che si tratti di un calciatore o di un allenatore, di un cuoco o di un vignaiolo. Non nasconde simpatie (il Parma di Scala, Zola) e antipatie (Berlusconi, Mourinho e mille altri): sempre in omaggio alla sacrosanta convinzione di giocare a carte scoperte con il lettore. Nei “cattivi pensieri” domenicali si toglie tutti i sassolini che ha accumulato in settimana, nelle interviste non ha mai fatto una domanda banale, che avesse di fronte Roberto Boninsegna o Mariangela Melato. Negli ultimi anni ha inventato l’«Intervista al campionato», “leggendo” la palla di lardo per capire che stagione ci sarebbe toccata, e «I 100 nomi dell’anno», scegliendo e giudicando i personaggi dello sport, della cultura, della politica, della società. 

I legami con Parma
C’era un pezzo di Parma, nei 100 nomi dello scorso dicembre: la trattoria “Ai Due platani”, «miglior cena del 2019». Era uno dei suoi posti del cuore, quella cena gli era rimasta impressa per gli immancabili tortelli e per le chiacchiere fino a notte fonda con gli amici e con Giancarlo Tavani, il patron. Che lo aveva conquistato, a fine serata, stappando un Barolo di Cappellano. Non c’è modo migliore di bere un’ultima bottiglia di un grande rosso per concludere una serata a tavola, altra sua lezione. In fatto di vino, eccone un’altra: «Il vino è rosso, tranne simpatiche eccezioni».
A tavola, un “classico” è sempre stata la “mnemonica”, la gara in cui era imbattibile. Calciatori italiani che cominciano per effe, stranieri con la emme, ciclisti con la erre, titoli di canzoni di Jannacci, titoli di film che contengono un animale. Era capace di sfidare intere squadre di esperti, anche cinque contro uno. Vinceva sempre a mani basse. (C’è un’eccezione, della quale bisogna dare atto a due super esperti parmigiani, Paolo Gandolfi e Alessandro Freschi: in due contro uno, lo hanno battuto in una interminabile “mnemonica” sui ciclisti in una serata agli “Antichi sapori”). 
Quanti ricordi, quanti legami. Dall’epoca dei pionieri della pallavolo a Parma (Scotti-Roncoroni-De Angelis) agli anni d’oro del Parma di Scala, fino alle presentazioni dei suoi libri: la tappa di Parma non è mai mancata. Quanti amici, da Vittorio Adorni al “nostro” Vittorio Testa, che ha condiviso con Gianni un bel pezzo di strada a “Repubblica” e un bel pezzo di vita.
Un locale da recensire era sempre un’ottima “scusa” per portarlo dalle nostre parti. L’ultima occasione, pochi mesi fa, per provare la cucina di Roberto Conti al “Parmigianino” («Uno dei migliori maialini che abbia mangiato: e ricordatevi che sono mezzo sardo, io»). 

Non ci sarà nessun erede
E adesso saremo tutti più soli. Non cominciamo a cercare eredi: non ce ne sono oggi e non ce ne saranno mai, proprio come per Gioânnbrerafucarlo. Ci mancheranno i suoi articoli e ci mancherà la sua umanità. Ci mancheranno le sue invenzioni linguistiche e gli appuntamenti fissi. Il suo modo di vedere il mondo e quello di raccontare lo sport. Ci mancherà la prossima puntata di Magrite, il suo commissario: da qualche anno pensava a dove portarlo, dopo la Francia e dopo Ischia (altro posto del cuore), e noi a continuare a spronarlo e anche a dispiacerci che nessun regista avesse ancora pensato a ricavarne un film. Ci mancherà il suo essere burbero e dolce al tempo stesso. Imbronciato all’apparenza, così severo e intransigente alla macchina per scrivere, ma mite e tenero nei rapporti con gli amici.
Non ci sarà neanche un funerale, è l’ultima beffa, per lui che aveva un’infinità di amici, e che ai funerali scrutava la folla per annotare presenze e assenze.
Resta, sola, Paola. L’adorata Paola, la dolcissima donna della sua vita. Che Gianni chiamava in continuazione, quando era in giro per il mondo. E che gli perdonerà qualche bugia, come quando stava per mettersi a tavola e lei non c’era: «Un’insalatina e un piatto, e via».
Alziamo al cielo un calice di rosso per Gianni, perché il vino è rosso, tranne simpatiche eccezioni.