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Dad nelle zone rosse: il Tar del Lazio sospende il Dpcm

26 marzo 2021, 16:54

Dad nelle zone rosse: il Tar del Lazio sospende il Dpcm

Il Tar Lazio ha sospeso l’efficacia del Dpcm del 2 marzo scorso che ha disposto la didattica a distanza in tutte le scuole delle Regioni in «zona rossa». I giudici, presidente Antonino Savo Amodio e estensore Lucia Maria Brancatelli, hanno così accolto la domanda cautelare presentata da un gruppo di studenti e genitori di alunni minorenni di tutta Italia, rappresentati dagli avvocati Valerio Onida e Barbara Randazzo, rinviando la discussione di merito all’udienza del 14 luglio. 

Resta in vigore il Dpcm del 2 marzo scorso   che ha disposto l’automatica chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado nelle 'zone rosse' con didattica a distanza nelle 'zone giallè e nelle 'zone arancioni'. E’ quanto viene precisato da fonti qualificate dopo che Il Tar del Lazio ha ordinato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di riesaminare entro il 2 aprile le misure previste dal decreto contestato, alla luce della cospicua documentazione prodotta in giudizio da numerosi genitori di studenti ricorrenti.  I giudici in due specifiche e identiche ordinanze hanno considerato, infatti, che i ricorrenti «hanno prodotto, a sostegno del ricorso, svariati studi scientifici pubblicati da prestigiose riviste mediche, reports sui dati di contagio in ambito scolastico rilevati in Toscana ed in Sicilia, nonchè relazioni scientifiche, rilasciate da esperti in epidemiologia, in biomedica e in biostatistica, nelle quali si analizzano i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità»; e che tutte queste relazioni «pervengono alla conclusione che non esistono evidenze scientifiche solide e incontrovertibili circa il fatto che il contagio avvenuto in classe influisca sull'andamento generale del contagio, che l’aumento del contagio tra i soggetti in età scolastica sia legato all’apertura delle scuole, che la cosiddetta variante inglese si diffonda maggiormente nelle sole fasce d’età scolastiche, che le diverse varianti circolanti nel Paese siano resistenti ai vaccini in uso in Italia». 
Il Tar ha inoltre considerato che lo stesso Dpcm impugnato richiama verbali del Comitato Tecnico Scientifico ed altre osservazioni tecnico-scientifiche dai quali «non emergono indicazioni specifiche ostative alla riapertura delle scuole», ma anche il fatto che «il CTS non sembra avere valutato la possibilità, nelle zone rosse, di disporre la sospensione delle attività didattiche solo per aree territoriali circoscritte, in ragione del possibile andamento diversificato dell’epidemia nella regione». 
Alla fine, per i giudici sussistono gli estremi per la concessione della tutela cautelare invocata dai ricorrenti, ma solo al fine di ordinare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di «riesaminare le misure impugnate alla luce di tutta la documentazione prodotta in giudizio da parte ricorrente, e in particolare di quanto emerge dagli studi medico-scientifici e dalle relazioni scientifiche da essa depositate in giudizio, adottando, all’esito del riesame, un provvedimento specificamente motivato». 
E’ stato concesso come termine il prossimo 2 aprile; udienza pubblica di merito il 14 luglio 2021. (ANSA). 
 

Nessuna sospensione del Dpcm con il quale il 2 marzo scorso, per fronteggiare l’emergenza epidemiologica, è stata reiterata la sospensione totale degli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, live-club e in altri locali o spazi anche all’aperto nelle zone arancioni e fino al 27 marzo nelle zone gialle, reiterando in questo secondo caso anche il tetto massimo di 200 spettatori e prescrivendo un ulteriore limite massimo di spettatori pari al 25% della capienza autorizzata, indipendentemente dalla effettive dimensioni del teatro e dall’attuazione di tutte le altre misure di distanziamento. L’ha deciso il Tar del Lazio con un’ordinanza con la quale ha respinto le richieste del Teatro Franco Parenti di Milano. 
I giudici hanno ritenuto che «le misure impugnate sono state adottate a seguito di una specifica e articolata istruttoria» e che «nell’ambito del sindacato consentito al giudice amministrativo su scelte di tale tipo, le determinazioni assunte non appaiono inficiate da manifesta illogicità e arbitrarietà». 
In più, per il Tar «le questioni di legittimità costituzionale prospettate in relazione ai decreti legge che hanno autorizzato l’emanazione dei Dpcm non appaiono, sulla base dell’analisi propria della fase cautelare, suscettibili di favorevole apprezzamento, tenuto conto che: l’intervento legislativo ricade nella competenza esclusiva dello Stato a titolo di 'profilassi internazionalè, che è comprensiva di ogni misura atta a contrastare una pandemia sanitaria in corso, ovvero a prevenirla; a fronte della diffusione del virus Sars-CoV-2 il legislatore è stato chiamato a fronteggiare una emergenza sanitaria di portata mondiale, correlata alla rapidissima diffusione del COVID-19, malattia in grado di compromettere non solo la salute dei singoli individui ma anche di determinare, a causa del rischio di 'sovraccaricò del sistema ospedaliero, un pericolo per l’incolumità pubblica; ciò ha richiesto, a causa della rapidità e della imprevedibilità di espansione del contagio, 'l'impiego di strumenti capaci di adattarsi alle pieghe di una situazione di crisi in costante divenirè». Non solo, secondo i giudici «le misure via via introdotte, dall’inizio della pandemia, per contrastare e contenere il diffondersi del virus si sono basate sull'adozione di norme di rango primario e sono state adottate nel rispetto di principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente su specifiche parti del territorio nazionale ovvero sulla totalità di esso». 
In ultimo, per il Tar «a fronte del grave quadro epidemiologico, l’interesse di cui è portatore l’esponente deve considerarsi recessivo rispetto all’esigenza di tutelare la salute pubblica».