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il ricordo

L'anniversario di Vermicino: 40 anni fa la diretta che cambiò l'Italia

Vittorio Testa ripercorre la tragedia del piccolo Alfredino

di Vittorio Testa -

10 giugno 2021, 09:55

L'anniversario di Vermicino:  40 anni fa la diretta che cambiò l'Italia

Dieci giugno 1981. C’è un bambino di sei anni caduto in un pozzo artesiano, a Vermicino, vicino a Frascati. Il Tg1 della Rai, diretto da Emilio Fede, decide di mandare un redattore. La mattina dopo, l’11, il piccolo Alfredo è ancora laggiù, si lamenta, hanno calato un microfono, e dalle fredde tenebre trenta metri sottoterra piange, supplica e parla con la madre Franca, preoccupatissima, ovviamente: anche perché il figlio ha un difetto cardiaco ed è previsto un intervento chirurgico in settembre. Emilio Fede decide di prevedere un pezzo fuori scaletta per l’edizione delle 13,30. Si valuterà se mandare in onda il servizio in corso d’opera. Poi le cose prendono un abbrivio precipitante.

L’inviato Rai Maurizio Beretta incontra il capo dei vigili del fuoco il quale gli comunica la sensazione che il bambino sta per essere riportato in superficie. Emilio Fede a quel punto fiuta il colpaccio: inserisce il pezzo in coda al notiziario al termine tiene la linea: l’uscita dal pozzo del bambino sotto i faretti delle telecamere sarà ‘scoop’ memorabile. E’ così che nasce la Tv del dolore, gli ascolti schizzano fino a 21 milioni di telespettatori e intorno al pozzo incomincia il truce, straziante spettacolo dell’agonia di un bambino di sei anni. Un orrore che spettacolarizzato dalla tv diventa irresistibile, attraente, sembra un film ma invece è vero. Alfredino Rampi e Vermicino sono la prima dose di mitridatizzazione di massa: la prima e fondamentale assunzione di veleno che  farà strame della nostra sensibilità e  intossicati e dipendenti accetteremo, anzi pretenderemo dosi sempre più massicce di emozioni forti, costi quel che costi. Furono giorni di follia generalizzata: sembravano scene da film felliniano. Auto parcheggiate per chilometri lungo la strada, diecimila persone che premono per arrivare al pozzo, ci sono venditori di bevande e cibi, panini con la porchetta, fiaschi di vino Frascati, salsicce e  gazzose. Tutta l’attenzione è su una donna disperata, una figura quasi mitologica, che sta impazzendo di dolore: Franca Rampi, la madre che non ce la fa più, ha il cuore trafitto dagli urli via via sempre più flebili del figlio inghiottito dal fango mobile, e cede di schianto.

Prenderà il megafono un vigile del fuoco che parla continuamente ad Alfredino che, imprigionato in un cunicolo di trenta centimetri, si assopisce e poi si risveglia e si lamenta del fragore con cui trivelle ed escavatrici stanno creando un pozzo parallelo per arrivare al suo livello e così trarlo in salvo. Il vigile del fuoco trattiene a stento le lacrime mentre tenta di incoraggiare il sepolto vivo: «Alfredì! Nun ce stà pericolo! E’ arrivato er gigante robot, tra poco te viene a prenne e sarà tutto  finito».

L’atroce spettacolo continua con puntuali colpi di scena peggiorativi: nel trivellare il cunicolo parallelo accanto al pozzo, la terra s’è smossa e adesso Alfredino è piombato ancor più giù: è a sessanta metri. La cosa si fa disperata. Anche perché  i primi soccorritori aveva calato nel pozzo una corda e un’assicella che nei loro intenti sarebbe servita al bambino come appiglio sicuro  per essere tirato su in superficie. La tavoletta ostacola i primi tentativi, una decina, da parte di speleologi e contorsionisti che a piedi legati alla fune e a testa in giù si calano nel buco largo 50 centimetri nel tratto iniziale e via via sempre pù stretto fino a 30 centimetri. Tre di loro riescono ad arrivare a contatto  con Alfredino che ancora respira ma che scivola lentamente in basso, dov’è ormai solo fango pressoché impenetrabile. E i colleghi della Rai? Il giornalista che tiene la diretta è Piero Badaloni. E’ una brava persona, un fior di giornalista e ha anche lui un figlio di sei anni. «E’ una ferita ancora aperta», dice: «Eravamo convinti che la vicenda si sarebbe risolta in breve tempo, come ci avevano prospettato i vigili del fuoco. E poi decidemmo un’interruzione della diretta e la Rai mise in onda uno spettacolo. I centralini dell’azienda vennero presi d’assalto da telespettatori inferociti». E già, noi telespettatori eravamo in ventuno milioni decisi a non accettare interruzioni.

 Anch’io tra loro, mi giustificavo la mia coscienza che si ribellava accampando risibili motivi legati al dovere del giornalista di informare. «Volevamo assistere a un fatto  di vita e invece trasmettemmo un fatto di morte» dice pentito Giancarlo Santalmassi del Tg2. C’è da dire a discolpa dei colleghi tv che accadde la cosa tale da obbligare la Rai a trasmettere la diretta su tutti i tre canali la diretta dalle ore 14  dell’11 giugno alle 7 del giorno 13. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini aveva deciso di andare sul luogo della tragedia.Fece bene, fece male? L’Italia si divise. Forse prevalse  il carisma del presidente degli Italiani, l’indomito partigiano combattente per la libertà, il socialista onesto che si paga di tasca propria il caffè e il grappino al bar e il tabacco per la pipa, ammonisce i politici ad essere  incorruttibili al servizio dei cittadini. Sta di fatto che la sua entrata in  scena intorno al pozzo fa impennare gli ascolti e legittima la nostra bieca curiosità: perdinci se c’è il Presidente, siamo  tutti con lui! Elegante come sempre eccolo che si fa dare l’apparecchio amplificatore collegato  al filo che arriva fin giù dov’è Alfredino, ormai silenzioso. Gli rivolge parole di conforto, lo esorta a tener duro. Appare tra i tanti volontari un uomo piccolo, minuto e agilissimo: sarà lui a riprovarci. Pertini lo ferma davanti a sé e con il piglio del vecchio condottiero lo sprona con una mimica chiarissima: le dita  piegate a morsa arpionano quelle del volontario, e idealmente il povero Alfredino che stretto tra le braccia del contorsionista salvatore torna tra di noi.

E’ l’ultima scena.  Tutto è consumato. Alle 5 del 13 giugno Alfredino è laggiù senza più vita. Le telecamere vengono spente. Lo spettacolo è finito. E da allora la tv non sarà mai più quella di prima.