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Tre settimane tra la vita e la morte, un medico di Piacenza racconta

13 aprile 2020, 14:42

Tre settimane tra la vita e la morte, un medico di Piacenza racconta

 «Hai la sensazione che con il respiro che rallenta anche la vita lentamente ti abbandoni. Sei solo con i tuoi funesti pensieri, sotto un casco ingombrante, rumoroso e che ti impedisce qualsiasi movimento. Pensi che morirai senza aver potuto salutare i tuoi cari e in qualche modo confortarli». 
A raccontare così la sua devastante esperienza con il coronavirus è Alberto Bassi, 62 anni, dermatologo a Piacenza, una delle città più colpite dalla pandemia. Dopo tre settimane in ospedale, passate tra la vita e la morte, dimagrito di 15 chili, da medico raccomanda: «Il Covid-19 è un virus subdolo e letale, per questo è assolutamente indispensabile evitare l'infezione e l’unico modo è rimanere barricati a casa». Lui, fino alla fine di febbraio ha visitato i suoi pazienti, «ma - racconta - avevo già adottato ogni accorgimento possibile, mascherina, guanti e una persona alla volta in sala d’aspetto». 
Peccato che, due settimane prima, Bassi aveva subito un intervento, per distacco di retina, in un ospedale di Correggio. «Lì - dice - circolavano ancora tutti senza protezioni e credo che sia stato così che ho preso il virus».

L’8 marzo il dermatologo comincia a stare male: «E' iniziato tutto con un pò di febbre ed una tosse stizzosa, ma mi sentivo troppo male per avere una semplice l’influenza». «La febbre cresceva e diminuiva alternativamente - racconta - ma io stavo sempre peggio, il decadimento fisico era lento ma progressivo». Da medico, Alberto si controlla l’ossigenazione del sangue che peggiora di ora in ora. «Quando ho capito che facevo fatica a respirare sono andato al pronto soccorso dell’ospedale di Piacenza». «La situazione era quella di un lazzaretto - dice - malati ovunque, un via vai ininterrotto di ambulanze che lasciavano un malato per andarne a recuperare un altro. Medici e infermieri travolti da un’onda gigantesca di malati». «Vengo messo su una barella larga 50 centimetri - ricorda - in uno studiolo angusto dove rimarrò tre giorni. Vicino a me c'è un altro paziente, grave come me, ma lui muore subito». «La situazione è da girone dell’inferno e intanto la mia febbre sale, resta fissa a 39 e mezzo e non riesco più a respirare». «Mi trasferiscono di corsa al centro Covid di Castelsangiovanni, ad alcuni chilometri da Piacenza. E’ stata la mia salvezza perchè lì, vista la gravità della situazione, con il virus che aveva provocato un’insufficienza multiorgano, sono stato subito attaccato al ventilatore meccanico. Ma i medici mi hanno anche avvertito che se la situazione non migliorava avrebbero dovuto sedarmi e intubarmi». 
«Il casco per l’ossigeno - sottolinea - è rumoroso, caldissimo, mi impedisce qualsiasi movimento ma soprattutto non mi consente di portare gli occhiali e io senza non vedo nulla. Mi preoccupa molto l’insufficienza renale che è sopraggiunta e allora riesco a farmi dare una cannuccia e mi costringo a bere il più possibile ad intervalli regolari». Il corpo è immobile ma la mente no: «Hai la netta sensazione che non ce la farai - aggiunge Alberto Bassi - e ti angoscia il pensiero che non riuscirai a salutare la tua famiglia per l’ultima volta». «Ho trovato un pò di calma e una sorta di accettazione - prosegue - solo quando un collega medico mi ha promesso che, se avessero dovuto sedarmi e intubarmi, prima mi avrebbe fatto fare una telefonata a casa». Appena Alberto mostra segni di miglioramento lo inseriscono nel protocollo sperimentale e iniziano a somministragli il farmaco per l’artrite «ma - conclude - quello che mi ha dato la forza di reagire è stato che in ospedale tutti hanno fatto il tifo per me dicendomi sempre 'vedrai che ce la facciamo'». Tre giorni fa Alberto Bassi è tornato a casa, ma la risalita è faticosa e lunga.